“100mila euro al mese”: il pizzo pagato dai cantieri della Salerno-Reggio Calabria ai Piromalli
Dall’informativa del Ros Carabinieri consegnata alla Dda di Reggio Calabria coordinata dal procuratore Giuseppe Borrelli

REGGIO CALABRIA Centomila euro al mese, “minimo minimo”. È la cifra che, secondo quanto ricostruito dal Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri, l’imprenditore Alfredo Furfaro — soprannominato “il filosofo” — avrebbe versato per anni ai vertici della cosca Piromalli di Gioia Tauro in cambio della “tranquillità” di operare sul mercato con le proprie aziende. Un pizzo che, secondo l’informativa consegnata alla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria coordinata dal procuratore Giuseppe Borrelli e dall’aggiunto Stefano Musolino, si sarebbe alimentato proprio con le commesse legate ai lavori di ammodernamento del tratto autostradale A3 — oggi A2, l’ex Salerno-Reggio Calabria — compreso tra le uscite di Gioia Tauro, Palmi e Bagnara Calabra. A raccontarlo, in un’intercettazione del 9 marzo 2022 a bordo di una Fiat Panda intestata ad Antonio Zito, è lo stesso Zito a Giuseppe Piromalli, “Facciazza”, il patriarca ottantenne della cosca tornato libero nel 2021 dopo 22 anni di detenzione. Per Piromalli, la spiegazione della sicurezza con cui Furfaro si muoveva sul mercato delle imprese anche negli anni in cui lui era dietro le sbarre — un arco di tempo che l’informativa colloca tra il 1999 e il 2021 — sta tutta nella protezione che gli garantivano i tre vertici assoluti della cosca: i fratelli Gioacchino, classe 1934, e Antonio, classe 1939, quest’ultimo noto come “U Catanisi”, e il nipote Gioacchino, classe 1969, detto “L’Avvocato”. “Ecco perché… lui era tranquillo…”, dice Piromalli a Zito, che gli chiede il motivo di quella tranquillità. La risposta del boss è secca: “con lo sponsor che aveva… con lo sponsor che aveva lui… di tutti i tre…”. È Zito, nella stessa conversazione, a mettere sul tavolo i numeri: “secondo me… non… minimo minimo… gli dava… centomila euro al mese… e glieli dava! minimo!”. E a chiarire da dove venissero quei soldi: dalle imprese impegnate nei lavori sul tratto autostradale della Piana. “Il pezzo di Gioia… Palmi… fino all’uscita di Bagnara”, dice, riferendosi all’estensione del cantiere. Quando Piromalli, sorpreso dalla cifra, lascia cadere un’imprecazione, Zito chiude il discorso con una battuta amara sull’ampiezza dei lavori: “ah no! che ti pare che ha fatto un chilometro?”.
Il ritorno di “Facciazza”: vecchi conti e nuovi equilibri nella cosca
Il dialogo tra i due, secondo l’impianto accusatorio del procedimento “Res Tauro”, non si esaurisce nel capitolo economico. Prosegue infatti con il racconto di un capo appena tornato libero che scopre come gli equilibri interni alla cosca siano cambiati durante la sua assenza, e pretende di rimetterli a posto. Al centro del malumore di Piromalli c’è ancora Furfaro, che negli anni della detenzione del boss si sarebbe fatto scudo proprio di quella protezione dei tre vertici, tanto da potersi permettere atteggiamenti di sfida nei confronti di altri componenti della famiglia. Piromalli arriva a chiedersi, nel corso della conversazione, se lo stesso Furfaro non finisca prima o poi per lamentarsi proprio con quei suoi “sponsor” del nuovo corso impresso al suo rientro. Zito, per spiegare quanto Furfaro si fosse sentito intoccabile, racconta a Piromalli un episodio che i due avevano già sfiorato settimane prima. Protagonista, insieme a Furfaro, è Salvatore Copelli, detto “il Topo”, nipote dello stesso Piromalli Giuseppe. Copelli aveva avuto con Furfaro un diverbio legato a pretese estorsive, ed era uscito da quel confronto umiliato: secondo la ricostruzione, Furfaro lo avrebbe guardato con sufficienza e gli avrebbe detto, testuale, “sei arrivato tu” a dirgli come comportarsi e chi dovesse sponsorizzarlo, arrivando a intimargli di andarsene con un “ma vattene di qua!”. Copelli aveva riferito tutto a Zito, che lo aveva rimproverato per non aver reagito: “ah non gli alzavi le mani?”, ricorda di avergli detto Piromalli nel verbale. Ma nel racconto che il boss fa oggi a Zito, la vera colpa non è di Copelli: è dei due fratelli, che con la loro protezione — “era appoggiato da quei due”, dice Piromalli — avrebbero permesso a Furfaro di comportarsi così. Il boss se la prende in particolare con il fratello Antonio, che quel giorno – ricorda amaro – aveva difeso “il filosofo” invece che il proprio nipote, “a suo nipote, a suo fratello no?”, come gli fa notare lo stesso Zito.
I soldi che non arrivavano: le accuse del boss ai suoi stessi familiari
Da lì il discorso scivola sugli altri rami della famiglia. C’è “quello del primo piano”, il fratello Gioacchino, chiamato così per l’appartamento che occupa nel palazzo di famiglia di via Monacelli a Gioia Tauro. E c’è “il longorio”, il nipote Gioacchino classe 1969. A entrambi, riferisce Piromalli, avrebbe già contestato faccia a faccia la cattiva gestione degli affari di famiglia negli anni in cui lui era dietro le sbarre e i soldi, per il suo nucleo familiare, non arrivavano. Ma è ancora una volta il fratello a incassare le critiche più dure: per il patriarca appena tornato libero, non ci sono scuse che tengano — di Furfaro dice solo, con disprezzo, che “faceva tutto il filosofo”. Dall’insieme di queste conversazioni intercettate, la Dda ricostruisce un sistema che per oltre vent’anni ha garantito ai vertici della cosca Piromalli rendite mensili derivanti dagli appalti sui grandi cantieri pubblici della Piana — anche mentre il capo storico era detenuto — e insieme la fotografia di una cosca che, al rientro di “Facciazza”, deve fare i conti con pesi e contrappesi da riverificare: fedeltà, protezioni e gestione del denaro secondo le vecchie regole del patriarca.
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