Legge elettorale, strada stretta nel centrodestra sulle preferenze
Fratelli d’Italia cerca la quadratura, spiragli dalla Lega. Fi non si smuove

ROMA Seppur tiepide, arrivano in casa centrodestra alcune aperture sulle preferenze. Non che gli alleati di governo abbiano già trovato la quadra sulle modifiche da apportare al testo della legge elettorale, anzi, e infatti c’è chi, nella coalizione, ripete che solo un vertice dei segretari possa sbrogliare la matassa, anche se due dei quattro diretti interessati, Tajani e Salvini, negano che un vis a vis sul tema sia all’orizzonte entro lunedì. I leader (presenti anche altri ministri e Mantovano) si sono sì visti a palazzo Chigi, convocati dalla premier Giorgia Meloni, sul dossier sicurezza. Anche se non vi sono conferme, nella coalizione c’è chi confida che a margine dell’incontro ci sarebbe stato anche un confronto sulla legge elettorale. Eppure, uno spiraglio sembra aprirsi tra i leghisti, che non sarebbero più così tranchant sull’ipotesi di introdurre le preferenze. “Non abbiamo precondizioni”, dice Salvini. Resta, invece, il niet di Forza Italia, contraria a “qualsiasi formula ibrida” – come la proposta di capilista bloccati e il resto con il voto di preferenza, magari con l’alternanza di genere – ribadiva ad esempio ieri uno degli azzurri che hanno preso parte al lungo vertice degli sherpa del centrodestra, non risolutivo. E oggi è lo stesso Tajani a risottolineare che, certo, FI ascolterà “le proposte, vediamo i tecnici cosa faranno e quali saranno le proposte che verranno concretamente dagli altri, e discuteremo”, “ma la nostra posizione è quella del testo approvato”. Il vero nodo, dunque, restano le preferenze, mentre sulla riduzione delle circoscrizioni Estero (diventerebbero una sola per il Senato e due per la Camera) l’accordo di massima c’è, viene spiegato, si sta ancora discutendo sulla messa a punto tecnico-normativa (anche sulla parte delle misure anti-frode). Difficile invece che, alla fine, si intervenga sul voto dei fuori sede. Il vicepremier leghista ribadisce che di legge elettorale non si occupa direttamente. Quanto alle preferenze, la Lega non ha “posizioni ferme sulla legge elettorale. Abbiamo posizioni ferme sui temi economici, sui temi della sicurezza, sui temi sociali. Di tutto il resto stiamo discutendo e non mi toglie il sonno, non mi appassiona. Ci sono dei tecnici che stanno seguendo il tutto. Lascio a loro affrontare un tema che ha come unico obiettivo che chiunque vinca possa governare per cinque anni senza pastrocchi o cose strane”, sottolinea. anche l’altro vicepremier, il leader azzurro Tajani, nega incontri ai vertici, “ci sono riunioni a livello tecnico”. Entrambi rimandano alla sovranità del Parlamento, ovvero sarà l’Aula a decidere. Chi, invece, insiste sulle preferenze è Maurizio Lupi, “perché i cittadini devono avere il diritto di poter scegliere da chi farsi rappresentare in Parlamento”. Così come FdI, che non demorde. Del resto, l’input arriva direttamente dalla premier e gli sherpa del partito stanno tentando una soluzione per tenere unita la coalizione sul punto. “Intendiamo andare avanti insieme agli alleati”, puntualizza il capogruppo Galeazzo Bignami. Quanto all’ipotesi di presentare la proposta di modifica anche da soli, aggiunge: “Stiamo ragionando assieme e confidiamo di trovare una soluzione”, “si mira a trovare un punto di equilibrio tra le diverse esigenze”. Insomma, FdI tiene il punto sulle preferenze ma vorrebbe evitare spaccature: l’intenzione e’ arrivare a un emendamento di tutto il centrodestra. Spiega infatti il responsabile organizzazione Giovanni Donzelli: “L’obiettivo è presentare un emendamento sulle preferenze sostenuto da tutto il centrodestra”, dice, riconoscendo che sul tema ci sono “sensibilità e riflessioni non ancora perfettamente convergenti. Stiamo lavorando su varie ipotesi e magari troveremo la soluzione su cui siamo tutti d’accordo o magari no, vediamo”. Intanto prosegue il pressing di Roberto Vannacci, i cui deputati hanno già predisposto un emendamento ad hoc: “La sovranità appartiene al popolo e devono essere gli elettori a scegliere i propri rappresentanti, non le segreterie di partito. Questa legge senza preferenze e’ quella che ha consentito di sistemare gli amichetti, i parenti, le amanti…”, aggiunge caustico. Nella maggioranza si guarda già all’esame in Aula, che inizierà martedì (tempi contingentati, in tutto 22 ore complessive): resta l’incognita sul destino degli eventuali emendamenti sulle preferenze (dell’alleanza o a firma solo FdI?), ovvero che non riescano a superare indenni lo stress test del voto segreto. Lo dice chiaramente il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli (che quei giorni presiederà le sedute e anche per questo si augura “un clima sereno, di confronto e anche di scontro ma sempre composto”): “Ho il timore che possa prevalere lo spirito di conservazione. Importante che si voti l’emendamento che reintroduce le preferenze con voto palese”. E Donzelli lancia il ‘guanto’ alle opposizioni: “Le sfido a entrare in Aula e a non chiedere il voto segreto”. Il centrosinistra si prepara alla battaglia in Aula e critica duramente l’intervento sul voto estero, definito “inaccettabile”. Il Pd, con il capogruppo al Senato, chiama in causa i presidenti delle Camere: “Esercitino fino in fondo il loro ruolo di garanti imparziali delle istituzioni parlamentari”, perché la maggioranza “ha superato il limite” “calpestando le regole”, anche sulla legge elettorale. (Agi)
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