Skip to main content

Ultimo aggiornamento alle 21:46
Corriere della Calabria - Home

I nostri canali


Si legge in: 2 minuti
Cambia colore:
 

un barbaro delitto

Torturò e uccise la moglie in casa, condannato all’ergastolo

La sentenza per il femminicidio di Emanuela Massicci nel 2024

Pubblicato il: 09/07/2026 – 21:46
00:00
00:00
Ascolta la versione audio dell'articolo
Torturò e uccise la moglie in casa, condannato all’ergastolo

ASCOLI PICENO Le torture e poi il femminicidio. La Corte d’Assise di Macerata ha condannato all’ergastolo, con tre mesi di isolamento diurno, il 50enne Massimo Malavolta per il femminicidio della moglie 45enne Emanuela Massicci, avvenuto il 19 dicembre 2024 nella loro abitazione di Ripaberarda, frazione di Castignano (Ascoli Piceno). I giudici hanno accolto integralmente l’impianto accusatorio della Procura di Ascoli Piceno, riconoscendo l’omicidio pluriaggravato quale conseguenza dei reati di maltrattamenti, lesioni e tortura, aggravato dalla crudeltà, dai futili motivi, dal rapporto coniugale e dall’aver approfittato della condizione di minorata difesa della vittima. Secondo la ricostruzione accolta dalla Corte, Emanuela fu sottoposta per mesi a violenze sempre più gravi, culminate in una vera e propria tortura nei giorni precedenti l’omicidio, consumata anche in presenza dei figli minori. Disposte provvisionali di risarcimento di 328 mila euro per padre della vittima e di 312 mila euro ciascuno alla madre e ai due bambini. “Nessuno mi riporta indietro mia figlia”, ha commentato il padre della donna, Lodovico Massicci: “la condanna non lenisce il dolore che proviamo. Lei mi aiutava in tutto, e purtroppo non c’è più. Lui ha fatto del male a lei e ha distrutto anche noi”. Soddisfatto per il verdetto il procuratore di Ascoli, Umberto Monti, secondo cui la sentenza “ha riconosciuto la tortura” ed escluso qualsiasi vizio di mente dell’imputato. Per il magistrato, gli accertamenti medico-legali hanno evidenziato un quadro “di estrema brutalità”, mentre le lesioni cerebrali richiamate dalla difesa “non sono risultate correlate a un’incapacità di intendere e di volere”. “È una sentenza giusta”, secondo l’avvocato Nazario Agostini, legale dei genitori della vittima: “la condotta dell’imputato, protrattasi per oltre un anno e culminata nell’omicidio, non era in alcun modo riconducibile a una presunta incapacità mentale”. Per l’avvocata Cristina Perozzi, che ha rappresentato i figli della coppia, “i soldi e l’ergastolo non restituiscono Emanuela, ma questa decisione lancia un messaggio chiaro: lo Stato c’è e deve fare sempre di più per prevenire tragedie come questa”. La difesa, rappresentata dall’avvocata Saveria Tarquini, ha annunciato che ricorrerà in appello, insistendo sulla tesi “di un grave danno cerebrale dell’imputato, ritenuto però irrilevante dai giudici ai fini della capacità di intendere e di volere”. (Ansa)

Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato

Argomenti
Categorie collegate

x

x