‘Ndrangheta stragista, Graviano e Filippone condannati all’ergastolo in appello bis
Confermata la condanna emessa in primo grado e in appello, nel processo dopo il rinvio della Cassazione. Regge la tesi dell’accusa

REGGIO CALABRIA Condannati all’ergastolo il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone, esponente del clan Piromalli, accusati entrambi di essere i mandanti dell’agguato in cui, il 18 gennaio 1994, morirono i carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, oltre che di altri due agguati ai danni dei militari dell’Arma. Si è pronunciata così la Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria, presieduta dal magistrato Angelina Bandiera, a latere Caterina Asciutto, al termine della camera di consiglio del processo d’appello bis, dopo il rinvio della Cassazione. La Corte ha quindi confermato la sentenza emessa nel 2020 dalla Corte d’Assise di Reggio Calabria e quella in primo grado. Le motivazioni della sentenza di oggi saranno depositate entro 90 giorni. Solo dopo le difese potranno valutare l’eventuale ricorso in Cassazione.

Il processo d’appello bis
Le ultime battute del processo bis si sono concentrate sui commenti che Pino Piromalli esternò durante una conversazione intercettata nel dicembre 2022 ed entrata nelle carte dell’inchiesta “Res Tauro”. Quell’attestazione di stima verso i Graviano – definiti «due ragazzi seri vero» – ha spinto la Corte d’assise d’appello a riaprire l’istruttoria dibattimentale, accogliendo la richiesta del magistrato della Dda Giuseppe Lombardo. Nelle annotazioni del Ros, secondo l’accusa, il peso delle parole di Facciazza è evidente, anche se – come emerso nel corso delle ultime udienze – gli avvocati della difesa hanno tentato di smontarne pezzo per pezzo i pilastri. Nel 2022 Piromalli «aveva esplicitato – si legge nella nota del Ros, – commenti di pregio verso i fratelli Graviano». I due siciliani venivano indicati dal boss della Piana come i veri eredi al vertice: «Dopo Riina – spiegava infatti Piromalli – c’erano i Graviano… quando c’era allora tutte queste cose qua»
Nell’ultima udienza prima del ritiro dei giudici in Camera di consiglio, a parlare è stato il boss di Brancaccio Graviano, che ha espresso la volontà di rilasciare dichiarazioni spontanee. «Io con i signori Piromalli non ho avuto mai nessun rapporto». «A Reggio Calabria, Catanzaro, Vibo, da quelle parti, non sono mai andato. Non conoscevo, prima del mio arresto, persone di quelle località e calabresi», ha detto Graviano in aula.
La strategia stragista e l’accusa
Quello contestato al boss di Brancaccio e all’esponente della cosca Piromalli è un agguato rientrante nelle cosiddette “stragi continentali” che hanno insanguinato l’Italia all’inizio degli anni Novanta. Nelle motivazioni della sentenza della Corte d’assise d’appello di Reggio Calabria, i giudici, condividendo l’impianto accusatorio sostenuto dai pubblici ministeri Giuseppe Lombardo e Walter Ignazitto hanno sottolineato l’esistenza di «accertati intrecci che negli anni si sono dipanati tra organizzazioni criminali e ambienti massonici e politici». Rapporti tra ‘ndrangheta e Cosa nostra «tema centrale», – per i giudici – necessario per apprezzare il contesto nel quale sono maturati i fatti in esame, che è «costituito dagli accertati, risalenti, numerosissimi rapporti coltivati nell’arco di decenni dalle due organizzazioni criminali, concretizzatisi nello scambio di favori sia in ambito di traffici di armi e droga che in contesti maggiormente espressivi di potere criminale, che hanno definitivamente cementato gli obiettivi comuni delle stesse, tesi a condizionare e piegare la stessa vita dello Stato ai loro desiderata e ad insinuarsi nelle strutture istituzionali, occupando le stesse». «Altro esito indubbio – hanno scritto i giudici – che il presente giudizio ha consegnato è costituito dagli accertati intrecci che negli anni si sono dipanati tra organizzazioni criminali e ambienti massonici e politici, in una evidente convergenza e commistione di interessi che mirava al comune intento di destabilizzare lo Stato e sostituire la vecchia classe dirigente che, agli occhi dei predetti, non aveva soddisfatto i loro “desiderata”». L’organizzazione criminale calabrese, secondo la Procura reggina, «agì, attraverso le sue componenti apicali, d’intesa con quella siciliana» segnando per sempre la storia d’Italia con la strategia stragista. Secondo l’accusa un doppio filo legava alcuni esponenti di spicco di ‘ndrangheta e Cosa nostra. «Un legame strettissimo con l’organizzazione criminale siciliana di cui Graviano è protagonista» rappresentato anche da quelle che il collaboratore di giustizia Girolamo Bruzzese ha definito «doppie affiliazioni», con riferimento a «Paolo De Stefano, Peppe e Mommo Piromalli, Nino Pesce, Pino Mammoliti, Luigi Mancuso, Pino Piromalli, Nino Molè, Nino Gangemi, qualcuno degli Alvaro». «Questi soggetti – aveva raccontato Bruzzese nel corso della sua testimonianza – avevano un ruolo di vertice apicale anche nella mafia».
«La forza dei Piromalli e dei De Stefano scaturisce dalla vittoria della prima guerra di ‘ndrangheta, del 1974, a Reggio Calabria, contro il boss Mico Tripodo, e trasformano la ‘ndrangheta in quel mostro criminale che è oggi. In tal senso esistono riscontri non solo fattuali, ma storici e logici», come sottolineato dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo durante la requisitoria. E c’è un momento in cui la strategia organizzativa della ‘ndrangheta cambia «a seguito del summit di Montalto, in Aspromonte, dell’autunno del 1969, nominando persone di strettissima fiducia al posto loro». Entra dunque in gioco, secondo Lombardo, la figura di Rocco Santo Filippone, che diventa «l’anello di congiunzione tra sodalizi ed esecutori materiali, il perno attorno a cui ruota la strategia stragista».
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