’Ndrangheta, la “federazione” dei clan che governa Reggio Calabria. Archi al centro della holding criminale
L’inchiesta Epicentro 2 ricostruisce la struttura unitaria della ’ndrangheta reggina, con Archi al centro e cinque livelli di potere criminale

REGGIO CALABRIA Una struttura mafiosa unitaria, regolata da gerarchie precise e capace di operare attraverso un’inedita «architettura federativa» cittadina. È il sistema descritto nell’ordinanza cautelare firmata dal gip di Reggio Calabria Andrea Iacovelli nell’ambito della maxi-inchiesta “Epicentro 2”. Dalle carte emerge una ’ndrangheta che, secondo la ricostruzione della Direzione distrettuale antimafia, avrebbe superato le antiche divisioni per amministrare il territorio e i principali affari illeciti attraverso equilibri stabili, regole condivise e una precisa spartizione delle competenze. Una sorta di holding criminale, nella quale le storiche famiglie reggine conserverebbero la propria identità e il controllo delle rispettive aree, coordinandosi però nelle scelte strategiche e nella distribuzione dei proventi.
Il blitz scattato all’alba ha impegnato oltre 500 uomini della Polizia di Stato e dell’Arma dei carabinieri. Tre ordinanze cautelari hanno raggiunto complessivamente 79 persone: 73 sono state condotte in carcere e sei poste agli arresti domiciliari. L’indagine affronta numerosi settori criminali, dalle estorsioni agli appalti ferroviari, fino al narcotraffico e ai rapporti con la manovalanza attiva nei diversi quartieri. Gli atti consentono inoltre di distinguere almeno cinque livelli di potere, dal vertice provinciale fino ai partecipi incaricati di eseguire le direttive delle cosche.
La “Provincia” e i tre mandamenti
Al vertice della piramide resta la struttura unitaria denominata “Provincia” o “Crimine”, organismo già delineato da numerose sentenze e indicato come sede delle principali decisioni strategiche della ’ndrangheta reggina. Sotto questa cupola, il territorio della provincia di Reggio Calabria sarebbe suddiviso nei tre tradizionali macro-mandamenti: Tirrenico, Ionico e Reggio Calabria città. Una ripartizione che avrebbe la funzione di garantire gli equilibri tra i diversi gruppi, risolvere eventuali contrasti e assicurare il rispetto delle regole interne dell’organizzazione.
Il patto nel cuore della città
Nel capoluogo, secondo gli investigatori, le antiche ostilità avrebbero lasciato spazio a una stabile «sinergia federativa» tra le principali articolazioni del mandamento di Reggio Centro. Il baricentro del sistema resterebbe Archi, quartiere considerato la sede delle “case madri” delle cosche De Stefano-Tegano-Molinetti e Condello. Attorno a questo asse si muoverebbero, secondo la ricostruzione accusatoria, le altre storiche famiglie cittadine: Libri, Lo Giudice, Barreca, Rugolino, Ficara-Latella, Zito-Bertuca, Buda-Imerti e Morelli. Non una fusione tra le diverse ’ndrine, dunque, ma un sistema di coordinamento attraverso il quale ciascun gruppo conserverebbe il proprio territorio e la propria autonomia, partecipando contemporaneamente alla gestione comune degli affari più importanti e alla spartizione dei proventi illeciti.
La cupola operativa colpita dall’inchiesta
Il terzo livello individuato dagli inquirenti è quello dei promotori e degli organizzatori, uomini ai quali vengono attribuiti compiti di rappresentanza, mediazione tra le cosche, gestione delle estorsioni e controllo di importanti settori economici.
L’area Tegano e gli affari ferroviari
Tra le figure centrali dell’inchiesta compare Giorgio Benestare, detto “Franco”, arrestato con l’accusa di essere uno dei promotori e organizzatori del sodalizio e di trarre la propria forza intimidatrice dal legame con la cosca Tegano. Secondo il gip, Benestare avrebbe curato i rapporti tra le diverse articolazioni mafiose, assumendo anche il ruolo di garante negli accordi spartitori. L’indagine gli attribuisce inoltre un ruolo nel condizionamento del settore degli appalti per la manutenzione e la pulizia dei treni e degli impianti industriali del polo ferroviario di Reggio Calabria. Con lui sono stati arrestati Antonio Polimeni, detto “Troiu”, indicato come uomo di fiducia e intermediario sul territorio, Mariano Tegano, figlio del boss Pasquale, e Stefano Polimeni. A Mariano Tegano viene contestato il compito di tutelare gli imprenditori considerati vicini o “sponsorizzati” dalla cosca. Stefano Polimeni è invece descritto come una figura operativa del locale di Condera, coinvolta nella custodia delle armi e nella gestione dei rapporti con alcuni gruppi della comunità rom di Arghillà.
Giuseppe “Peppone” De Stefano
Per l’area De Stefano, il principale volto operativo individuato nell’ordinanza è Giuseppe De Stefano, detto “Peppone”. Secondo la ricostruzione della Dda, avrebbe rappresentato sul territorio gli interessi dei vertici detenuti della famiglia, gestendo controversie interne, comunicazioni provenienti dal carcere e rapporti con gli altri gruppi. A De Stefano viene attribuito anche il potere di concedere il necessario “nulla osta” mafioso per l’apertura di nuove attività commerciali in città. Un’autorizzazione parallela a quella dello Stato, attraverso la quale la cosca avrebbe continuato a manifestare il proprio controllo sul territorio.
La cerniera tra Condello e Lo Giudice
Nell’ordinanza compare anche Guglielmo Telli, indicato come promotore e punto di collegamento tra le cosche Condello e Lo Giudice. Gli investigatori gli contestano un ruolo nella pianificazione delle estorsioni e nella gestione del traffico di sostanze stupefacenti. Un mercato che sarebbe stato organizzato attraverso due distinte reti di distribuzione attive nello spaccio cittadino.
I capi territoriali e i locali della periferia
Il quarto livello è costituito dai referenti delle singole articolazioni territoriali, gruppi sottoposti all’influenza delle cosche di Archi, ma dotati di una significativa autonomia nella gestione quotidiana dei rispettivi quartieri. A Ortì, il principale esponente individuato dagli investigatori è Giuseppe D’Agostino, considerato una proiezione operativa della cosca Tegano. Insieme ai figli Demetrio ed Ernesto D’Agostino, avrebbe organizzato incontri mafiosi e gestito la riscossione delle estorsioni ai danni dei commercianti dell’area pre-collinare. Per il locale di Arasì-Straorino è stato arrestato Fabio Merenda, al quale viene attribuito un ruolo di promotore e la capacità di determinare le strategie criminali del gruppo. Secondo l’accusa, Merenda avrebbe inoltre lavorato per estendere l’influenza della propria ’ndrina oltre i confini tradizionalmente controllati.
Arghillà e il “biglietto da visita” dell’operazione Eracle
Ad Arghillà, il destinatario della misura cautelare è Fabio Morelli, detto “Ciccio”, indicato come reggente di un’articolazione attiva soprattutto nel traffico di sostanze stupefacenti. Gli atti richiamano la precedente operazione “Eracle”, che aveva portato all’arresto dei fratelli Cosimo “Cocò” e Andrea Morelli, ritenuti fondatori e dirigenti del gruppo mafioso operante nel quartiere. Dopo la loro uscita di scena, secondo gli investigatori, Fabio Morelli ne avrebbe assunto la reggenza e curato gli interessi criminali. Un’autorità che avrebbe persino ostentato davanti alle vittime: l’indagato, si legge nell’ordinanza, avrebbe mostrato materialmente gli atti del vecchio procedimento “Eracle” come una sorta di “biglietto da visita”, utilizzandoli per rafforzare la minaccia e piegare i commercianti alle richieste estorsive.
I partecipi e il braccio operativo delle cosche
Alla base della struttura individuata dagli investigatori si trovano i partecipi, incaricati di eseguire le disposizioni dei vertici, riscuotere il denaro delle estorsioni, trasmettere le ambasciate e intervenire contro chi violava gli equilibri imposti dalle famiglie mafiose. Un ruolo particolarmente significativo viene attribuito a una componente criminale della comunità rom di Arghillà, descritta negli atti come un vero e proprio “braccio armato” posto alle dipendenze funzionali degli esponenti di Archi. I vertici delle cosche sarebbero intervenuti anche per contenere furti e rapine commessi senza autorizzazione e ai danni di commercianti o soggetti considerati “protetti”. Non un contrasto alla criminalità, dunque, ma una forma di controllo mafioso della microcriminalità, finalizzata a tutelare gli interessi economici e l’autorità dei clan. In questo sistema si inserirebbero figure come Giacomo Scarpella, indicato come tramite per le comunicazioni tra Archi, Condera e Gallico e coinvolto, secondo l’accusa, nella restituzione della refurtiva sottratta a commercianti protetti; Francesco Sapone, detto “Ciccio”, ritenuto un collaboratore fidato dei De Stefano e incaricato della raccolta delle estorsioni e del sostentamento dei detenuti; e Fortunato Caracciolo, collocato nelle file dei Condello con compiti logistici, di riscossione e di esecuzione delle disposizioni del gruppo. (g.curcio@corrierecal.it)
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