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l’inchiesta

Reggio, il narcotraffico ad Arghillà e la “cassetta di ferro” per nascondere la droga. «Con questa roba si prendono 20 anni»

Dai telefoni protetti al “bunker” per la coca di San Luca: così la rete dei Morelli blindava lo spaccio ad Arghillà per finanziare le famiglie dei detenuti

Pubblicato il: 14/07/2026 – 19:30
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Reggio, il narcotraffico ad Arghillà e la “cassetta di ferro” per nascondere la droga. «Con questa roba si prendono 20 anni»

REGGIO CALABRIA Linguaggio criptico nelle conversazioni telefoniche, oltre che schede telefoniche «dedicate» e opportunamente intestate a terze persone. Precauzioni utilizzate per eludere eventuali controlli e messe in atto dall’organizzazione smantellata ad Arghillà, quartiere periferico di Reggio Calabria trasformato nel cuore pulsante di una sistematica rete di narcotraffico. Le indagini della Direzione Distrettuale Antimafia reggina hanno squarciato il velo su questo business criminale dai numeri impressionanti. L’inchiesta è culminata in una vasta operazione di polizia giudiziaria curata dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri, dalla Squadra Mobile, dalla S.I.S.C.O. e dalla Compagnia Carabinieri di Reggio Calabria, che ha portato all’applicazione di 79 misure custodiali (73 in carcere e 6 ai domiciliari). I reati contestati a vario titolo agli indagati vanno dall’associazione mafiosa al traffico di stupefacenti con l’aggravante di agevolazione della ‘ndrangheta, fino a estorsione, riciclaggio e porto di armi da guerra.

Il narcotraffico

Secondo quanto messo nero su bianco nelle carte dell’ordinanza cautelare, «nella frazione di Arghillà insisteva un’associazione dedita allo spaccio di sostanze stupefacenti, capeggiata dai germani Morelli ben strutturata nelle sue componenti organizzative ed operative, ed anch’essa radicata nel tempo». A tirare le fila del sodalizio era Fabio Morelli, che – secondo l’accusa – gestiva gli affari in nome e per conto dei fratelli detenuti Cosimo e Andrea. Un’attività che, come sottolineano i magistrati, non poteva prescindere da una «precisa e strutturata organizzazione dell’attività di spaccio in senso lato onde massimizzare le vendite, e quindi i profitti per l’organizzazione». Una struttura flessibile, modellata dallo stesso Morelli che, per superare l’inaffidabilità o l’arresto dei suoi pusher, non esitava ad «arruolare (e talvolta richiamare) nuovi personaggi tra la manovalanza di cui disponeva la cosca».

Il “fortino” ad Arghillà, il canale di San Luca e la “cassetta di ferro”

Il volume d’affari dell’organizzazione era garantito da canali di approvvigionamento di primissimo livello e da un controllo militare del territorio. Il collaboratore di giustizia Carmine Pablo Minerva ha svelato agli inquirenti i dettagli logistici di Arghillà, indicando il fornitore stabile di cocaina in Domenico “Mico” Strangio di San Luca, il quale «gliela portava… mezzo chilo a Fabio a settimana». Lo stesso Minerva ha descritto l’abitazione di Fabio Morelli come un fortino inespugnabile: «Sono salito a casa sua che aveva fatto un bunker, perché ha fatto un bunker ora… è tutto porta blindata… cancelli blindati, videocamere».
Per blindare ulteriormente la piazza di spaccio, oltre ai telefoni dedicati, per la consegna “porta a porta” era “immancabile” l’apporto delle vedette, reclutate tra le giovani leve del quartiere con il compito di segnalare il transito di pattuglie, anche in abiti civili, per garantire l’impunità o la fuga dei sodali. Perfino la grave patologia depressiva che aveva consentito a Morelli di ottenere la scarcerazione in un precedente procedimento si è rivelata, secondo le accuse, una messinscena. Minerva ha infatti spiegato che «la finta malattia c’ha… lo sanno tutti, uh! è tranquillo! Quando saliva la Polizia per controllo, un altro poco si faceva trovare con la flebo». Ed è sempre Minerva a rivelare che Morelli e i suoi sodali avessero l’abitudine di occultare lo stupefacente in una “cassetta di ferro”, interrata in un giardino vicino la propria abitazione. Il “custode”, secondo i racconti del collaboratore era Angelo Civitaliani, «pur specificando – si legge nell’ordinanza – come Morelli fosse particolarmente sospettoso e temesse di essere frodato dai suoi stessi sodali».

L’ombra dei 20 anni di cella

Nonostante le cautele e le simulazioni, la paura di finire in cella era costante tra i vertici del gruppo. In un’intercettazione dell’ottobre 2022, Fabio Morelli e lo zio Totò “Scianchitta” esprimevano il forte timore che qualcuno potesse cedere («c’è qualcuno che hanno sotto, e che se la canta») e si disperavano per le possibili pesanti condanne: «con questa roba, sai quando si prende? 20 anni di galera, fanno l’indagine di un anno, due anni tre anni fanno!».

Un welfare criminale da migliaia di euro per i detenuti

Il narcotraffico di Arghillà garantiva entrate straordinarie. Nelle conversazioni captate, i sodali ricordavano a Morelli l’ingente patrimonio accumulato («hai guadagnato 4/500.000 euro… loro lo sanno quanto si guadagna con questa roba»), mentre il collaboratore Minerva ha riferito che l’indagato avesse a disposizione «un milione di euro in contanti». Un flusso di denaro che, nei periodi di massima operatività, toccava vette altissime, tanto che lo stesso Morelli si rammaricava di non poter più raggiungere la redditività del passato, quando riusciva a incassare «2000-2500» euro al giorno dal mercato della droga.
Questi capitali venivano in gran parte reinvestiti per garantire la tenuta del clan e l’assistenza alle famiglie degli affiliati in carcere. In un’intercettazione del novembre 2022, Morelli quantificava lo sforzo economico sostenuto: «Se ne sono andati più di 250.000 mila euro, per stare dietro ai carcerati, non lo capisce nessuno… gli avvocati che si sono scelti… ti dico solo questo uno solo per fare la cassazione 20.000 euro, uno!». Un’affermazione che trova riscontro nelle parole del pentito Minerva, secondo cui il capo dell’organizzazione «si giustificava che doveva mantenere i detenuti dentro, le famiglie dei detenuti, i viaggi, la benzina ed il cibo..e gli avvocati… erano tutti a spese sue».
(m.r.)

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