L’ombra della ’ndrangheta sul «black flight» da 548 chili di cocaina. Il Cessna nel fango e il piano da 160 milioni
Il volo clandestino dalla Papua Nuova Guinea all’Australia, preparato per due anni con false identità, telefoni criptati e un camion modificato
Un aereo rimasto piantato nel fango, con un’ala danneggiata e 548,6 chili di cocaina appena caricati nella stiva. La pista è poco più di una striscia di terra ricavata nella vegetazione della Papua Nuova Guinea. Quel Cessna avrebbe dovuto riprendere quota, raggiungere l’Australia eludendo i radar e consegnare un carico capace di produrre profitti smisurati. Ma non riuscirà neppure a superare gli alberi alla fine della pista. «È il punto in cui la vostra avidità smisurata si è scontrata con la seconda legge di Newton». Lo scrive il giudice John Kelly nelle motivazioni della sentenza pronunciata il 16 luglio dalla County Court of Victoria. È forse la fotografia più efficace della fine del “black flight”, il volo clandestino organizzato per trasportare oltre mezza tonnellata di cocaina dalla Papua Nuova Guinea all’Australia.
Il procedimento ha ricostruito un’operazione internazionale preparata per quasi due anni, attraverso l’acquisto e la modifica di un aereo, false identità, telefoni criptati, depositi di denaro frazionati e una rete logistica estesa tra Melbourne, il Queensland e la Papua Nuova Guinea. Sullo sfondo rimane anche l’interrogativo sui capitali e sulle relazioni criminali che avrebbero sostenuto il piano: l’uomo indicato dal tribunale come uno dei finanziatori è infatti sposato con una donna appartenente a una famiglia legata agli ambienti della ’ndrangheta di Melbourne. Un elemento che non dimostra il coinvolgimento diretto della criminalità organizzata calabrese nel carico, mai accertato nel procedimento, ma che apre una domanda sulla rete collocata alle spalle di un’operazione tanto costosa e complessa.
Il processo
Per la vicenda “Jack Eliott”, nome di fantasia imposto per ragioni giudiziarie, è stato condannato a 22 anni di carcere, con un periodo minimo di 13 anni prima di poter chiedere la libertà condizionale. Aiden Khodher ha ricevuto una condanna a 21 anni, con un minimo di 12. George Machem, considerato il partecipante più marginale e coinvolto soltanto nell’ultima settimana, dovrà scontare 7 anni, almeno 4 dei quali in carcere. Cinquant’anni complessivi per i tre uomini. Un quarto componente del gruppo era già stato condannato nel marzo scorso a 4 anni e 6 mesi per reati finanziari collegati all’operazione.
Il carico da oltre 160 milioni di dollari
La cocaina recuperata dopo l’incidente pesava complessivamente 548,6 chili. Le analisi hanno accertato un peso netto di 404,1 chili di sostanza pura, una quantità pari a 202 volte la soglia prevista dalla legislazione australiana per definire un carico commerciale. Secondo i calcoli richiamati nella sentenza, il valore al dettaglio della partita oscillava tra 88,9 e 161,6 milioni di dollari australiani. Se l’operazione fosse riuscita, scrive il giudice rivolgendosi agli imputati, sarebbero diventati «ricchi oltre ogni misura». Il Cessna era stato acquistato nell’agosto del 2018. Nei mesi successivi il gruppo aveva organizzato lavori di riparazione e manutenzione, nascondendo la reale proprietà dell’aereo. Khodher si era occupato soprattutto degli aspetti operativi e aveva acquistato attrezzature destinate ad aumentarne la capacità di carico. Parte dei pagamenti era stata effettuata attraverso depositi di contanti strutturati in modo da evitare i controlli. Nell’ottobre del 2019 “Eliott” era volato in Papua Nuova Guinea, dove aveva incontrato uno dei componenti del gruppo. Al suo ritorno in Australia, i controlli sul bagaglio avevano rilevato tracce di cocaina. L’uomo aveva con sé un telefono criptato e aveva sostenuto di averlo trovato durante il volo, senza però fornire il codice necessario per accedervi. La stessa spiegazione sarebbe stata ripetuta dopo l’arresto del 26 luglio 2020, quando “Eliott” venne trovato ancora una volta in possesso di un dispositivo criptato.
Le prove sulle piste
Nel febbraio del 2020 Khodher e Machem raggiunsero Cairns, nel Queensland, per controllare l’aereo appena riparato e ispezionare alcuni piccoli aeroporti. Due mesi più tardi Khodher e il pilota David Cutmore provarono a raggiungere Atherton utilizzando false generalità, ma vennero fermati a causa delle restrizioni imposte durante la pandemia. L’operazione fu rinviata, non abbandonata. Nel luglio successivo venne prenotato un alloggio ad Atherton attraverso il nome falso di “Peter Frances”. Khodher e Cutmore partirono dallo Stato di Victoria con un aereo carico di taniche, televisori a schermo piatto e PlayStation. I prodotti elettronici sarebbero stati consegnati ai complici in Papua Nuova Guinea prima di imbarcare la cocaina. Una volta arrivati nel Queensland, Khodher e Machem noleggiarono un fuoristrada e acquistarono taniche, imbuti, teli, moschettoni e nastro adesivo. Organizzarono anche un volo di ricognizione per verificare le condizioni delle piste che avrebbero potuto accogliere il Cessna al ritorno. Il piano definitivo prevedeva l’atterraggio a Mareeba, il trasferimento dei pacchi su uno dei veicoli noleggiati e il successivo passaggio della cocaina su un camion proveniente da Melbourne.
Il camion con i vani nascosti
Il mezzo trasportava pannelli di cartongesso nei quali erano stati ricavati spazi destinati a contenere i pacchi. Dopo aver ricevuto il carico, il camion avrebbe dovuto ripartire verso sud, mentre il pilota avrebbe rimontato i sedili del Cessna e distrutto le apparecchiature elettroniche utilizzate durante il viaggio. Per il giudice non si trattò di un progetto improvvisato, ma di una cospirazione «ambiziosa, sofisticata, ben finanziata», sostenuta da persone capaci di muovere aerei, mezzi, denaro e uomini in più Paesi. È proprio lungo il percorso dei pagamenti che gli investigatori raccolgono uno degli elementi decisivi per stabilire la posizione di “Eliott”. Il 22 luglio 2020 l’uomo si presentò in una filiale della Westpac Bank e depositò 3.750 dollari come pagamento parziale per il pilota incaricato di effettuare uno dei voli di supporto. Mancavano ancora 6.250 dollari e il ritardo provocò la reazione di Khodher. La conversazione con Machem venne registrata all’interno di un veicolo. Khodher si lamentava perché il pagamento, promesso per quella mattina, non era stato ancora completato. «Che boss, eh?», commentava con tono sprezzante. Subito dopo, però, aggiungeva: «È il boss, non posso dire niente». La difesa ha sostenuto che quelle parole fossero sarcastiche. Il giudice ha ascoltato più volte la registrazione e ha raggiunto una conclusione opposta: “Eliott” occupava una posizione superiore rispetto allo stesso Khodher, considerato dal tribunale il motore operativo del piano, e finanziava almeno una parte dell’operazione. La minore presenza dell’uomo nelle conversazioni intercettate non dimostrava un ruolo secondario. Poteva, al contrario, essere l’effetto della sua capacità di ridurre l’esposizione personale, utilizzare dispositivi criptati e delegare agli altri le attività più rischiose. «È il lusso di chi si trova più in alto nella catena alimentare», osserva il giudice, costringere i sottoposti a esporsi al rischio di essere scoperti.
Il decollo e lo schianto
All’alba del 26 luglio 2020 Khodher, Machem e Cutmore raggiunsero l’aeroporto di Mareeba e caricarono sul Cessna le taniche e le scatole destinate alla Papua Nuova Guinea. L’indicatore della velocità dell’aria non funzionava correttamente. Khodher disse al pilota di discutere il problema con “Eliott”. Alle 9.19 Cutmore decollò da Mareeba. Raggiunse la pista sterrata nei pressi di Kairuku-Hiri, scaricò i televisori e le PlayStation e imbarcò la cocaina. Il peso del carico rese però impossibile completare il decollo di ritorno. Il Cessna finì contro gli alberi al termine della pista, danneggiando un’ala e rimanendo bloccato nel fango. L’urto attivò il segnale di emergenza del velivolo e mise in allerta le autorità australiane. I pacchi furono scaricati e nascosti tra la vegetazione e le mangrovie nei pressi del villaggio di Papa Lealea. Cutmore riuscì ad allontanarsi con l’aiuto dei complici locali, ma venne catturato nei giorni successivi. In Australia, Khodher e Machem tornarono all’aeroporto di Mareeba nel pomeriggio e furono arrestati poco dopo in una proprietà di Atherton. Gli investigatori sequestrarono due telefoni criptati. Quasi contemporaneamente, a Brunswick West, nello Stato di Victoria, scattò l’arresto di “Eliott”.
Il nodo dei capitali e l’ombra della ’ndrangheta
La cocaina venne recuperata dalle autorità della Papua Nuova Guinea e successivamente trasferita in Australia per le analisi. Il “black flight” era fallito, ma l’incidente aveva consegnato agli investigatori la prova materiale dell’intera operazione. La sentenza ha stabilito chi coordinava il piano, chi ne curava gli aspetti operativi e chi finanziò almeno una parte delle spese. Non ha chiarito, però, da dove provenissero tutti i capitali né quale rete economica e criminale si trovasse alle spalle del gruppo. È proprio seguendo il denaro e i legami familiari del finanziatore che emerge l’ombra della ’ndrangheta di Melbourne. Un fronte che conduce fino al precedente volo del 2018 e alle ipotesi, mai confermate sul piano giudiziario, riemerse attorno ad un omicidio… [parte 1] (g.curcio@corrierecal.it)
(Foto: abc.net.au)
