«Con lo spray nella faccia lui cade secco»: il piano della cosca Alvaro per rapire il siciliano
Dalle carte dell’inchiesta della Dda di Reggio Calabria il progetto mai riuscito per recuperare i 500 mila euro per il debito di droga
REGGIO CALABRIA Una valigia vuota, trovata nel bagagliaio di un’auto fermata alle porte di Palermo. Per il gip Elsie Clemente è quell’oggetto, insieme a mesi di intercettazioni, a chiudere ogni margine di dubbio sulle reali intenzioni di un gruppo di uomini legati alla cosca Alvaro di Sinopoli: rapire un membro del clan palermitano, colpevole di non aver pagato una partita di droga da centinaia di migliaia di euro. È uno dei capitoli dell’inchiesta della Dda di Reggio Calabria che ha portato all’arresto di 35 persone in tutta Italia. Tutto nasce il 22 dicembre 2023, quando Pasquale Romeo e Giuseppe Cannizzaro organizzano la consegna di un ingente quantitativo di cocaina — controvalore stimato 500 mila euro — a un gruppo criminale palermitano di cui fanno parte, tra gli altri, Alessandro Scelta e Domenico Mazza. La droga arriva, il pagamento no. Un primo tentativo di soluzione pacifica viene provato il 27 dicembre, quando Francesco Alvaro e Giuseppe Cannizzaro incontrano gli interlocutori siciliani davanti all’ISMET di Palermo. Non basta. Il 6 gennaio, in un colloquio intercettato con Pasquale Romeo, Cannizzaro non nasconde più la rabbia. Vuole una prima tranche da 300 mila euro e minaccia: “ma ti giuro che se lo prendevo nelle mani se lo prendo nelle mani se lui non da i soldi…devi vedere se non arrivo dentro casa“, arrivando a giurare sui figli che lo avrebbe ucciso.
Il viaggio interrotto a Messina
L’8 gennaio si tenta il confronto diretto. Francesco Trimarchi e un compagno partono per Palermo in anticipo; ore dopo si muovono anche Cannizzaro e Francesco Alvaro. Ma qualcosa li ferma: arrivati a Messina, invertono la rotta e tornano indietro. Solo più tardi, parlando con Alvaro, Cannizzaro ammetterà che se fossero arrivati fino in fondo la situazione sarebbe potuta degenerare, vista la sproporzione di forze tra i due gruppi:”menomale menomale che non siamo arrivati la, se eravamo arrivati là c’eravamo litigati […] E ci avevano ammazzati a noi la […] Sicuro ci bampavano ci bruciavano vivi”. Fallita la via del confronto, il piano cambia natura. Il 9 gennaio Stefano Romeo procura a Cannizzaro le indicazioni per reperire uno spray al peperoncino, spiegandogli l’effetto: “Ha detto che appena glielo metti, non vede più niente… parla si, ma non vede più niente”.
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Il giorno dopo, in un incontro con i fratelli Pasquale e Stefano Romeo, il progetto prende forma definitiva: il commando si sarebbe mosso su due auto, con volti sconosciuti alla vittima per non insospettirla, e un uomo soprannominato “José” si sarebbe presentato come corriere di una finta cessione di droga. Il piano, spiegato da Romeo, era spietato nella sua semplicità: attirare la vittima con la promessa di uno scambio, stordirla con lo spray e caricarla su un’altra auto diretta in Calabria. La vittima designata, individuata poi in Alessandro Scelta, viene descritta dagli stessi indagati come un pugile, e proprio per questo ritenuta pericolosa: “Con lo spray nella faccia lui cade secco, che si mette subito le mani nella faccia, come si mette le mani in faccia te lo metti dentro… fa boxe ti ammazza quello… Ti ho detto che fa boxe lui”.
La borsa con i pacchi di riso
Al centro della messinscena, un oggetto quasi banale: una borsa da mostrare alla vittima per farle credere che contenesse la droga da acquistare. Il 12 gennaio, poche ore prima della partenza, Giuseppe Luppino e Cannizzaro discutono di cosa metterci dentro per rendere credibile l’inganno: “Deve vedere una valigia questo, mio compare… una borsa. Una borsa…eh una borsa. E che borsa ci portiamo? Una borsa come questa della spesa”, dice Cannizzaro, per poi aggiungere l‘idea dei pacchi di riso da nascondere all’interno. Lo stesso giorno, in un’intercettazione ambientale in auto, Cannizzaro rassicura la moglie sul fatto che alla vittima non sarebbe stato fatto alcun male fisico, escludendo categoricamente l’uso di armi: “Non succede niente e non gli niente nessuno, non glielo ammazzano […] glielo prendono solo per i soldi e basta”. Il destino della vittima, una volta catturata, viene pianificato nei minimi dettagli da Cannizzaro e Pasquale Romeo: andava legata con delle fascette e fatta sedere sul sedile posteriore, con le sicure per bambini attivate per impedirle di aprire lo sportello dall’interno. La tappa finale sarebbe stata Polistena, dove l’uomo sarebbe rimasto nascosto in attesa del pagamento del debito.
l blitz che rimanda tutto
Il piano previsto per la notte tra il 10 e l’11 gennaio salta. Il gruppo si riorganizza per il 12, con partenza fissata alle quattro del mattino. La sera dell’11, Antonio Politanò riceve le istruzioni definitive da Cannizzaro e Pasquale Romeo: dovrà occuparsi di prelevare la vittima e riportarla in Calabria, affiancato da un uomo descritto come poco affidabile e incline alla violenza. A entrambi viene raccomandato di non ucciderlo: “non lo ammazzate però”, dice Cannizzaro; “non vi preoccupate… ammazzare no.. che arriva sano”, risponde Politanò. Ma proprio nelle prime ore del 12 gennaio, mentre il commando si prepara, scatta un’altra perquisizione dei Carabinieri che coinvolge, tra gli altri, Giuseppe Cannizzaro. Avvisato in anticipo tramite un messaggio WhatsApp da un contatto salvato come “Peppe Giulia”, l’uomo si dà alla fuga e resta irreperibile per oltre 36 ore.
La corsa verso Palermo, fermata al casello
Nonostante l’intervento delle forze dell’ordine, una parte del gruppo non desiste. Un dispositivo GPS installato dai militari su un’auto documenta ogni tappa: la partenza da Sant’Eufemia d’Aspromonte verso le 11, la sosta a Polistena al bar “Piper”, l’imbarco a Villa San Giovanni, l’arrivo a Messina alle 13:40. Alle 15:30, alle porte di Palermo, l’auto viene bloccata al casello di Buonfornello da un nutrito dispositivo di militari appostato in attesa del suo arrivo. A bordo vengono identificati Giuseppe Luppino, Antonio Politanò e Gabriele Vocisano. Nel bagagliaio i carabinieri trovano la valigia vuota. Vocisano viene trovato in possesso di un telefono cifrato che, secondo l’annotazione dei militari, viene formattato da remoto proprio durante la perquisizione — una misura di sicurezza tipica di questi dispositivi. Per il gip, quella valigia vuota chiude ogni margine di dubbio sulle reali intenzioni del commando: un tentato sequestro di persona a scopo di estorsione, fermato solo dall’intervento delle forze dell’ordine e non dalla volontà degli indagati.
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