‘Ndrangheta spa: il commercialista che comandava sei società senza metterci mai la firma
Dalle carte dell’inchiesta Epicentro 2: imprese e associazioni sportive usate come casse parallele da Gaetano Chirico, il “consulente” della cosca De Stefano
REGGIO CALABRIA Un commercialista che di commercialista non ha nemmeno il titolo. È uno dei tasselli al centro dell’inchiesta Epicentro 2 della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, scritto nell’ordinanza firmata dalla gip Claudia Colli che ha portato all’arresto di undici persone e al sequestro preventivo di sei società, tra imprese edili e associazioni sportive dilettantistiche. Al centro di tutto un nome: Gaetano Chirico, 51 anni, di Archi. Per la Procura non un fiancheggiatore, non un contiguo, ma un vertice della cosca De Stefano.
Il professionista che non è mai stato iscritto all’albo
Chirico si presenta da anni come consulente fiscale. In realtà, scrive il gip, non è nemmeno iscritto all’albo dei commercialisti: risulta solo tirocinante, con l’iter sospeso dal 2020. Dietro quella facciata professionale — mai formalizzata, sempre esibita — gli inquirenti hanno ricostruito un uomo capace di dirigere, coordinare, decidere. Il capo 1 dell’imputazione lo descrive come promotore, dirigente e organizzatore dell’articolazione mafiosa di Archi, con un’influenza che avrebbe finito per travalicare il quartiere e imporsi sull’intero territorio reggino. La sua forza, però, non nasce da sé: la trae, si legge nell’ordinanza, “dalla cosca De Stefano”, la famiglia che da decenni domina quel pezzo di città e che oggi, pur decapitata da arresti e lutti, mantiene secondo i giudici intatta la propria capacità di intimidazione. Non è un’appartenenza acquisita nel tempo, ma di sangue. Sua madre è una De Stefano. E’ dunque il nipote di Paolo De Stefano, il boss dei boss di Reggio Calabria ucciso ad Archi il 13 ottobre 1985, aprendo di fatto la seconda guerra di mafia. Lo racconta, senza giri di parole, il collaboratore di giustizia Maurizio De Carlo, sentito il 16 maggio 2022: “Gaetano Chirico è un De Stefano dottore… sua mamma è una De Stefano, non perché è De Stefano di cognome vuol dire… è perché è inserito a pieno titolo”. Lo stesso De Carlo ricorda una notte del 2003, quando accompagnò il latitante Dimitri De Stefano a nascondersi in una casa a pochi passi da quella di Chirico: la famiglia di quest’ultimo, dice, era “sempre a disposizione” dei De Stefano. Non è nemmeno la prima volta che Chirico finisce in un’inchiesta di mafia. Nel 2005 venne arrestato nell’operazione “Schumy” e condannato in via definitiva a tredici anni per associazione finalizzata al narcotraffico internazionale: promotore, secondo quella sentenza, di un’organizzazione che importava cocaina dal Venezuela, con viaggi in Spagna e Sudamerica per trattare le forniture e trasportare il denaro dei pagamenti. Uscito dal carcere nel 2012 con l’affidamento in prova ai servizi sociali, sorvegliato speciale fino al 2016, era stato anche imputato di associazione mafiosa in un altro procedimento, ma assolto nel 2007. Secondo un altro collaboratore di giustizia, Maurizio Cortese, lo indica anche come “Gaetano è un massone. Gaetano, per dire… non lo so, penso che Gaetano era segnato nella loggia, per dire, regolare”.
“Aggiustavo, distruggevo”: il custode degli equilibri interni
È proprio nelle intercettazioni raccolte in questa nuova indagine che il suo ruolo emerge con più nitidezza. In una conversazione con Giuseppe Saraceno, Chirico si lascia sfuggire il racconto di un vecchio incarico: comporre i dissidi interni alla famiglia, prima ancora del suo arresto del 2005, per evitare che scoppiassero faide. “La legge me li mandava perché io aggiustassi, nel senso che non facessi succedere niente, per non far succedere bordelli”, dice, per poi aggiungere, quasi divertito nel ricordo: “ed io prendevo, putupum… a distruggere”. E in un altro momento, parlando sempre con Saraceno di quanto la cosca pretenda da chi vi appartiene, si lascia sfuggire una frase che gli inquirenti definiscono di valore quasi confessorio: “però io, tieni conto, che abbiamo i morti, per cui… nel senso… i problemi te li posso regalare… abbiamo i carcerati, abbiamo tutti i cosi”. Non un ragazzo di strada, dunque, ma un uomo a cui la cosca affidava la gestione degli equilibri interni — e che di quella cosca, quando serve, ricorda i lutti e i detenuti come fossero un bilancio da tenere in ordine. Gli inquirenti valorizzano anche il suo peso nel tenere in vita la storica alleanza tra i De Stefano e la famiglia Libri di Cannavò. Durante un periodo di detenzione comune, Chirico avrebbe stretto un rapporto diretto con Filippo Chirico, genero del boss defunto Pasquale Libri e divenuto poi reggente di quella cosca: un legame che, secondo l’accusa, sarebbe proseguito ben oltre il carcere, con Filippo che avrebbe continuato a rivolgersi a lui per ricevere indicazioni operative. Non tutti, dentro la famiglia, avrebbero visto di buon occhio la sua ascesa. Il gip richiama una rivalità, mai sopita, con il cugino Carmine De Stefano, descritto come “irritato” dalla crescente influenza di Chirico. Al punto che, dopo una scarcerazione, lo stesso Carmine avrebbe inviato un proprio referente sul territorio per “riportare a sé” chi, per le questioni di famiglia, si rivolgeva ormai direttamente a Chirico. Un dettaglio che, agli occhi degli investigatori, vale più di mille dichiarazioni: la prova che il potere reale, nella cosca De Stefano, si fosse spostato.
Tre società sequestrate: edilizia e sponsorizzazioni fittizie
Su questo impianto accusatorio poggia anche il capitolo economico dell’inchiesta, quello che ha portato al sequestro di tre società. Due sono imprese edili: la Saraceno Impianti e Costruzioni di Palmi e la Levante Costruzioni di Corigliano-Rossano, formalmente intestate ai fratelli Angelica e Carmelo Antonio Saraceno ma di fatto, sostiene la Procura, sempre governate dal cugino Giuseppe Daniele Saraceno, l’imprenditore che di Chirico sarebbe stato il braccio economico, grazie al quale il “commercialista” avrebbe intercettato commesse edili anche fuori regione, tra Lombardia e Lazio. Del rapporto tra i due, e di quanto fosse sbilanciato, resta agli atti lo sfogo dello stesso Saraceno con la moglie, dopo l’ennesima richiesta di denaro di Chirico: “Quello è mafia! Tu questo non l’hai capito ancora, come non l’avevo capito io, ora io l’ho capito e non vedo l’ora di andarmene. Quelli i soldi li vogliono tutti! Tutti!”. La terza società è GC Consulting, la ditta individuale intestata allo stesso Chirico. Per il gip non si tratta di un’iniziativa imprenditoriale nuova, ma della formalizzazione tardiva di un’attività di consulenza abusiva che Chirico esercitava da anni senza alcuna partita Iva: prima dell’apertura della ditta, spiegano gli inquirenti come si legge nelle carte dell’inchiesta, i compensi dovevano essere fatti circolare attraverso canali indiretti, in particolare sponsorizzazioni e finte campagne pubblicitarie intestate ad associazioni sportive a lui riconducibili. Con l’apertura della partita Iva, quello stesso denaro avrebbe potuto essere fatturato direttamente, con l’apparenza di normali prestazioni professionali. In una conversazione con Saraceno, intercettata mentre i due discutono di come spartire un pagamento tra vecchi e nuovi lavori, è lo stesso Chirico a spiegare il meccanismo con disarmante semplicità: “e poi il vecchio… siamo arrivati… il vecchio me lo mandi invece nell’associazione sportiva, così… sportiva. Okay? Il nuovo lo paghiamo in questo modo ed andiamo avanti, a mano a mano che vengono le cose… ce le gestiamo”. Saraceno, dall’altra parte della cornetta, si limita a rispondere: “va bene, le avevo capito queste cose, sei stato chiaro”.
Le associazioni sportive dilettantistiche
Ed è qui che entrano in scena le ultime tre associazioni sportive dilettantistiche sequestrate Aster 014, Aster Future e Italica XXI, formalmente rappresentate rispettivamente a Vincenzo Tramontana, Emanuele Quattrone e Rocco Bilardi. Secondo la ricostruzione della Dda, i tre non erano altro che prestanome: la gestione reale dei conti correnti, delle decisioni economiche e persino delle password per operare online restava sempre nelle mani di Chirico. Lo dimostra un episodio del dicembre 2021, quando Chirico manda il figlio a farsi consegnare del contante da Tramontana e lo racconta senza troppi giri di parole a Bilardi e Saraceno: “Peppe… mancavano cinque, gli ho detto – vai da Enzo e fatteli dare! – quindi lo dobbiamo fare di meno”. Lo stesso Tramontana, di fronte a chi gli chiede conto delle operazioni fatte sul conto dell’associazione, ammette candidamente di limitarsi a eseguire: “discussioni non ne possono nascere se io non gli dicevo a Gaetano […] con lui, lui ha deciso così, siccome io ho fiducia in lui no, l’ho fatta, ma perché ha deciso, ma lui sa che quella è una operazione che io non faccio”. Il meccanismo, spiegano gli inquirenti, funzionava così: Giuseppe Saraceno versava somme di denaro alle associazioni sportive con la causale “sponsorizzazione”, le Asd emettevano fattura per una prestazione pubblicitaria mai avvenuta, e quella stessa somma — o buona parte di essa — tornava indietro, in contanti o per altre vie, nella disponibilità di Chirico. Non un’unica cassa, ma tre, usate apposta per non destare sospetti: lo dice lo stesso Chirico in una conversazione del dicembre 2022, quando dà istruzioni a Saraceno su come smistare i bonifici tra le diverse associazioni: “Ora siccome ce ne ho un’altra dove è lui presidente, Emanuele. O venti o quindici […] così li mandiamo nella sua, in modo tale che pure io li esco e non ti risultano tutti in una unica associazione sportiva”. Le tre associazioni, secondo gli inquirenti, sarebbero servite anche a intercettare finanziamenti pubblici. Attraverso l’Istituto per il Credito Sportivo, Chirico avrebbe tentato di ottenere un mutuo per riqualificare i campetti di calcio di Gallico intestati all’Aster 014, presentandosi al telefono come un semplice professionista che seguiva la pratica per conto terzi: “buongiorno, io sono un commercialista, chiamo da Reggio Calabria. Praticamente ho inviato per una associazione sportiva che seguo la domanda di… liquidità”. E quando i conti tra le parti si complicano — come nel caso di un imprenditore, che secondo l’accusa doveva restituire a Chirico e Tramontana il 35% di una fattura di sponsorizzazione mai davvero eseguita — a intervenire, ripreso anche dalle telecamere installate davanti allo studio di Archi, è lo stesso Chirico in prima persona. A chiudere ogni dubbio sulla reale proprietà delle tre sigle, agli atti resta una frase dello stesso Chirico, intercettata mentre discute di conti con Saraceno: “che in Aster c’è mio figlio Ciccio, capito qual è la cosa? L’ho gestita sempre io però”. Saraceno, come già altre volte nel corso dell’inchiesta, replica: “me l’hai detto, non è che… Ormai tu lo sai, quando dici una cosa tu, per me è quella!”.
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