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la denuncia

«Un mostro utile per assolvere tutti gli altri»: Khalid condannato a 11 anni per la strage di Cutro

Il Collettivo L’AltraMarea: «Serviva uno scafista. Serviva un colpevole. Serviva qualcuno da esibire»

Pubblicato il: 06/08/2026 – 9:49
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CROTONE Undici anni di carcere e tre milioni di euro da pagare. È la pena inflitta in primo grado a Khalid Arslan, uno dei cinque ragazzi condannati per il naufragio di Cutro, la notte del 26 febbraio 2023. «Novantaquattro morti, trentacinque bambini e un pezzo di Mediterraneo trasformato in una fossa comune. Ma dentro quella stessa sentenza che lo condanna c’è una frase che sembra stonare con tutto il resto», scrive il Collettivo L’AltraMarea. «Non sono emersi collegamenti con gli organizzatori del viaggio, ed apparendo plausibile nei suoi confronti una partecipazione del tutto occasionale alla realizzazione del trasporto oggetto di causa; pertanto la sua corretta condotta successiva alla commissione del reato (compresa l’accertata condotta di ausilio ai naufraghi che ancora erano rimasti in balia del mare) corrobora la valutazione in ordine alla concedibilità di un trattamento sanzionatorio più favorevole». «Tradotto. I giudici – afferma il Collettivo – scrivono che non sono emersi rapporti con i trafficanti, che il suo coinvolgimento appare occasionale, che è accertato che abbia aiutato i naufraghi mentre il mare continuava a inghiottire esseri umani. Eppure oggi, per quasi tutti, Khalid Arslan è semplicemente “lo scafista”. Una parola, una categoria. Un mostro utile. Perché i mostri semplificano le coscienze. Scafista è una parola che funziona benissimo perché disumanizza, semplifica e assolve tutti gli altri. Perché se c’è uno scafista, allora non c’è più bisogno di parlare delle frontiere europee. Non c’è più bisogno di parlare dei governi che chiudono le vie legali di ingresso. Non c’è più bisogno di parlare di un Mediterraneo trasformato in un dispositivo di selezione della vita e della morte. Basta trovare un colpevole. E il colpevole, quasi sempre, è uno degli ultimi. Provate a immaginare cosa significhi essere un bambino che cresce senza essere più un bambino – questa è la storia di Khalid. Andarsene da casa quando hai ancora l’età per giocare. Attraversare un confine. Crescere in un paese che non è il tuo. Imparare che chi non ha documenti vale meno della merce che scarica nei magazzini. Che puoi essere picchiato. Sfruttato. Pagato una miseria. Abbandonato. Nessuno verrà a cercarti. Nessuno parlerà di te. Perché i bambini migranti non accompagnati non sono figli di nessuno, sono corpi che imparano troppo presto che sopravvivere è già un lavoro. Ed è così impari una lingua. Non quella dei libri. , quella dei cantieri, delle fabbriche, della strada. Il turco parlato dagli ultimi. Quello che serve per mangiare. Anni dopo riesci perfino a riallacciare i rapporti con tuo padre. Gli chiedi un sacrificio enorme, quello di pagare il viaggio su una barca di legno marcio, l’unico biglietto disponibile per entrare in Europa. Perché chi nasce dalla parte sbagliata del mondo non compra un biglietto aereo. Compra un posto su una bara galleggiante. Su quella barca ci sono più di duecento persone, donne, bambini, famiglie. Paura. Speranza. Lui è l’unico tra i passeggeri che riesce a capire quello che dice l’equipaggio in turco. Gli chiedono di tradurre. E lui traduce. Come farebbe chiunque capisca una lingua che gli altri non comprendono. Durante il viaggio si scatta anche delle fotografie vicino al timone e le manda a suo padre. Le pubblica su Tik Tok. Come fanno milioni di ragazzi. Oggi basta aprire i social per vedere giovani che documentano ogni istante della loro vita. Solo che quei ragazzi sono su una spiaggia. Lui è sopra una barca destinata a rompersi. Poi arriva la notte. Il mare di febbraio non concede seconde possibilità. Il legno si spezza. Le persone vengono scaraventate nell’acqua gelida. Le madri perdono i figli. I figli perdono le madri. I bambini spariscono nel buio. Il Mediterraneo fa quello che gli abbiamo insegnato a fare da anni. Selezionare chi vive, chi muore, chi diventerà una fotografia, chi una statistica. Khalid arriva a riva. Potrebbe correre, potrebbe sparire, potrebbe pensare solo a salvarsi. Non lo fa, torna verso il mare e continua per ore a tirare fuori persone, corpi senza più vita, bambini. I pescatori lo fanno smettere quasi con la forza. Ci sono immagini che lo mostrano mentre partecipa ai soccorsi. La sentenza parla di “accertata condotta di ausilio ai naufraghi”. Non è un’opinione. È scritto nelle motivazioni. Sono passati tre anni: tre anni di carcere. Prima Catanzaro, poi Cosenza, adesso Vibo Valentia. Chi lo incontra racconta di un ragazzo che si sta consumando lentamente. Perché il carcere non toglie soltanto la libertà. Quando ti senti schiacciato da un’ingiustizia, finisce per toglierti anche il futuro. La politica, però, questa storia l’ha già decisa. Serviva uno scafista. Serviva un colpevole. Serviva qualcuno da esibire. Perché è molto più facile arrestare un ragazzo arrivato sulla stessa barca delle vittime che mettere in discussione un sistema di frontiere che da decenni trasforma il Mediterraneo in una macchina di morte. I grandi trafficanti restano sempre lontani, restano nei luoghi dove il denaro cambia mano. Chi finisce in manette è spesso l’ultimo della fila. Il migrante. Quello che era sulla stessa imbarcazione. Quello che ha tenuto un timone. Quello che ha tradotto. Quello che ha distribuito acqua. Quello che è sopravvissuto. L’ultimo diventa il primo imputato. È un meccanismo perfetto, perché produce una narrazione rassicurante: il colpevole è già tra noi. Così nessuno è costretto a guardare davvero il mare. Quel mare che è costretto a fare il lavoro sporco delle politiche europee. La domanda, quella più vera, è chi abbia costruito un sistema in cui salire su una barca destinata quasi sempre ad affondare sia l’unica possibilità rimasta», conclude il Collettivo.

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