’Ndrangheta, il patto Anello-Bonavota per Pizzo e l’avanzata dei Mancuso: «Qui si interessa Rocco»
Le motivazioni ricostruiscono gli «accordi generali, pregressi e consolidati» tra le due cosche. L’obiettivo era «arginare i Mancuso» e spartire il controllo criminale del territorio e degli affari
CATANZARO Pizzo come terreno sul quale stringere un’alleanza, spartire gli affari e soprattutto impedire che l’espansione dei Mancuso modificasse gli equilibri criminali costruiti dalle cosche del territorio. È uno degli scenari più significativi confermati nelle motivazioni della sentenza d’appello del processo abbreviato “Imponimento”. Da una parte gli Anello-Fruci, dall’altra i Bonavota. Al centro, secondo la ricostruzione ritenuta attendibile dalla Corte d’Appello di Catanzaro, un accordo raggiunto tra Rocco Anello e Domenico Bonavota per la gestione criminale della città di Pizzo. Un’intesa che le motivazioni definiscono, richiamando anche le risultanze più recenti, fondata su «accordi generali, pregressi e consolidati» e che avrebbe avuto un obiettivo ben preciso: contenere l’avanzata dei Mancuso nei territori rivendicati dalle due famiglie.
«Dovevamo arginare i Mancuso»
A raccontare la genesi dell’accordo è il collaboratore di giustizia Francesco Michienzi. Il riferimento temporale è il 2003, subito dopo l’operazione “Prima”, che aveva portato in carcere i fratelli Anello e i fratelli Fruci. In quel periodo Michienzi viene avvicinato da Domenico Bonavota. È quest’ultimo, secondo il racconto riportato nelle motivazioni, a comunicargli che aveva raggiunto un accordo con Rocco Anello in forza del quale Anello e Bonavota avrebbero gestito insieme Pizzo. La ragione viene indicata senza ambiguità: bisognava «arginare i Mancuso», che secondo il collaboratore stavano progressivamente entrando nei territori di influenza sia dei Bonavota sia degli Anello. L’effetto dell’intesa sarebbe stato immediato anche sull’operatività degli uomini della cosca. Michienzi racconta che, da quel momento, iniziò a compiere danneggiamenti anche dentro Pizzo, mentre prima la propria area d’azione si arrestava al bivio di Francavilla Angitola, praticamente alle porte della città. Per la Corte, queste dichiarazioni più risalenti non costituiscono un elemento isolato: «si saldano» con le risultanze più recenti di “Imponimento” e ne rappresentano la premessa.
L’espansione dei Mancuso durante la detenzione di Anello
Il quadro viene arricchito dalle dichiarazioni del collaboratore Giuseppe Comito, proveniente dalla cosca Accorinti di Briatico, legata ai Mancuso di Limbadi. Comito conferma che proprio durante la detenzione di Rocco Anello i Mancuso avrebbero ampliato la propria presenza a Pizzo, acquisendo il controllo della prima struttura turistica degli Stillitani, il Garden Club o Club Med. La gestione sarebbe stata delegata a Nino Accorinti. Gli Anello, insieme ai Bonavota, mantenevano invece l’influenza sul vicino Garden Resort di Curinga, anche attraverso l’imprenditore Antonio Facciolo, indicato come uomo vicino ai Bonavota. La sentenza ricostruisce così una fase nella quale la crescita dei Mancuso fino alle soglie del Lametino avrebbe prodotto «malumori» e «frizioni» con gli altri gruppi criminali interessati allo stesso territorio. Comito riferisce anche di un successivo accordo per la gestione degli affari illeciti del Garden Resort affidata ai gruppi Bonavota-Anello-La Rosa, proprio allo scopo di riconoscere maggiore spazio alle consorterie che avevano manifestato insofferenza per l’espansione dei Mancuso e degli Accorinti.
«Qui a Pizzo si interessa Luni? Mi interessa a me»
Ma il passaggio forse più plastico della contrapposizione emerge da una vecchia conversazione acquisita nel procedimento “Uova del Drago” e richiamata nelle motivazioni di “Imponimento”. Al centro ci sono ancora gli interessi legati alle strutture degli Stillitani e ai lavori per la realizzazione di un nuovo villaggio. A Rocco Anello viene riferito che dell’affare si interessa Pantaleone Mancuso, detto “Luni”, e che sarebbe stato necessario trovare un accordo. La risposta attribuita ad Anello fotografa il rapporto di forza: «Qui a Pizzo si interessa Lunii? Mi interessa a me». Il messaggio riportato nella conversazione è ancora più netto: se i Mancuso volevano entrare negli affari di quella zona, erano loro a dover chiedere. «Gli devi dire a Luni che qua a Pizzo… Acconia, Filadelfia, Polia e Angitola se la vede Rocco Anello», viene riferito nell’intercettazione. E se Mancuso avesse voluto intervenire, avrebbe dovuto «venire a bussare». Una rivendicazione che non riguardava soltanto Pizzo, dunque, ma disegnava una vera geografia del potere estesa verso Acconia, Filadelfia, Polia e Francavilla Angitola.
«Non si muove foglia se non vuole lui»
Nello stesso materiale investigativo viene attribuita agli interlocutori una rappresentazione ancora più esplicita dell’autorità esercitata da Anello su quell’area. «Da sopra la Nazionale fino a là sotto a Lamezia», viene detto, «a tutte le parti c’è lui». E ancora: «Non si muove foglia se non vuole lui». Anche la realizzazione del Garden Resort viene descritta come un affare sul quale gli imprenditori avrebbero dovuto ottenere il placet del boss. Ulteriori conversazioni richiamate dalla Corte riportano, infatti, che un imprenditore interessato ai lavori sarebbe stato avvertito dell’esistenza di un vincolo con Rocco Anello: «Se non vuole Rocco non c’è niente». Elementi che la Corte collega alle dichiarazioni convergenti dei collaboratori per ricostruire l’interesse del vertice della cosca a mantenere il controllo economico della zona e a recuperare terreno rispetto all’avanzata dei Mancuso.
L’asse contro i Mancuso
Il contrasto non avrebbe riguardato soltanto Pizzo. Michienzi colloca gli Anello e i Bonavota all’interno di una strategia più ampia di opposizione alla crescita dei Mancuso. In questa rete assumeva un ruolo centrale anche Damiano Vallelunga, indicato come uno degli esponenti criminali maggiormente impegnati nel contrastare la famiglia di Limbadi. Secondo il collaboratore, Anello e Bonavota avevano un «comune interesse a contrastare i Mancuso» nell’intera area di rispettiva competenza. Michienzi racconta di essersi recato più volte insieme a Vincenzino Fruci da Vallelunga a Serra San Bruno, incontrando in quelle occasioni esponenti degli Iannazzo e dei Bonavota. Domenico Bonavota, secondo il suo racconto, avrebbe più volte elogiato la strategia portata avanti da Vallelunga, sostenendo che fosse preferibile «morire da leoni» piuttosto che piegarsi ai Mancuso.
Le spartizioni che riemergono negli affari di Pizzo
Il peso degli accordi Anello-Bonavota emerge anche nelle vicende più recenti ricostruite da “Imponimento”. Durante alcuni lavori a Pizzo, Domenico Bonavota avrebbe chiesto una condivisione delle forniture di calcestruzzo. Rocco Anello non accolse quella specifica richiesta, avendo già scelto un’altra impresa. Ma decise comunque di lasciare alla cosca alleata una «piccola fetta di lavori». È proprio su questo punto che la Corte utilizza una formula particolarmente significativa: quella decisione sarebbe stata presa sulla base di «accordi generali, pregressi e consolidati» tra le due cosche che controllavano il territorio di Pizzo. I giudici precisano però un aspetto essenziale sul piano delle responsabilità individuali. Pur ritenendo provati gli accordi spartitori tra Anello e Bonavota, la scelta compiuta da Rocco Anello in quell’occasione non fu considerata conseguenza di una specifica condotta estorsiva di Domenico Bonavota. Per questo, da quella fattispecie, Bonavota è stato assolto per non avere commesso il fatto. Resta, nella ricostruzione della Corte, il dato di fondo: Pizzo come territorio regolato da equilibri e patti tra cosche, nel quale gli Anello e i Bonavota avrebbero trovato nell’espansione dei Mancuso un interesse comune da contrastare. Una geografia criminale fatta non soltanto di confini, ma di cantieri, villaggi turistici, forniture e imprese. E di una regola che Rocco Anello, secondo le conversazioni richiamate dalla sentenza, avrebbe espresso con poche parole: chi voleva entrare negli affari di Pizzo doveva prima bussare alla sua porta. (g.curcio@corrierecal.it)
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