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un calvario giudiziario e mediatico

Quando la giustizia ferisce chi la serve. La storia di Eugenio Facciolla

Dopo l’assoluzione dalle accuse di corruzione e falso, anche il Consiglio di Stato conferma l’annullamento del trasferimento disposto dal Csm. Ma sette anni di calvario hanno lasciato ferite difficil…

Pubblicato il: 25/08/2026 – 13:25
di Ennio Stamile
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Crolla definitivamente il castello accusatorio eretto contro Eugenio Facciolla. Il Tribunale di Salerno lo scorso anno aveva già assolto con formula piena l’ex Procuratore della Repubblica di Castrovillari dalle pesanti accuse di corruzione e falso ideologico. Una decisione che giungeva dopo circa sette lunghi anni di calvario giudiziario e mediatico e che, pur restituendo l’onore professionale all’ex capo della Procura calabrese di Castrovillari, lascia tutt’ora aperto il nodo degli effetti irreversibili prodotti dai provvedimenti cautelari e disciplinari. La vicenda, ricordiamolo, ha inizio nel 2018, quando Facciolla – magistrato in prima linea in delicate indagini sulla criminalità organizzata, sul Processo Bergamini e sui reati ambientali nel territorio del Pollino – finisce nel registro degli indagati della Procura salernitana, competente per i procedimenti riguardanti i colleghi del distretto di Catanzaro.
L’accusa ipotizzava scambi di favori e presunte falsificazioni di atti investigativi. In seguito all’apertura del fascicolo penale, la sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura aveva disposto il trasferimento d’ufficio del Procuratore a Potenza, con il mutamento delle funzioni da a requirenti a giudicanti. Un provvedimento che la difesa del magistrato ha sempre contestato, definendolo come una vera e propria “decapitazione della Procura di Castrovillari”. Per chi scrive, questa sentenza non rappresenta solo un freddo atto giudiziario, ma il doveroso risarcimento a un uomo che ho conosciuto e apprezzato da vicino. Ricordo nitidamente gli anni in cui Eugenio Facciolla operava alla Procura di Paola, distinguendosi per un rigore morale e professionale fuori dal comune. Fu in quel periodo che, con intuito investigativo e coraggio non scontato, inferse colpi durissimi e storici al clan Muto, una delle consorterie criminali più radicate e opprimenti del tirreno cosentino. Vederlo lavorare sul campo, instancabile nel perseguire la legalità e nel disarticolare santuari mafiosi apparentemente intoccabili, come l’abbattimento della pescheria di fronte al porto di Cetraro, mi ha permesso di stimare non solo il magistrato, ma anche l’uomo e l’amico sincero, guidato da un profondo senso di giustizia.
Sapere quell’uomo, con quella storia, associato ad accuse infamanti è stata una ferita profonda anche per chi ne conosceva il valore assoluto. Il proscioglimento penale ha innescato un profondo effetto domino anche sul piano amministrativo. Precedentemente, il Tar del Lazio aveva annullato la delibera di trasferimento del CSM proprio in virtù dell’assoluzione salernitana. In questi giorni anche il Consiglio di Stato ha confermato tale decisione, sancendo definitivamente che Facciolla aveva pieno diritto a rimanere alla guida della Procura di Castrovillari. Al di là dei tecnicismi giuridici e delle sentenze emesse nei tribunali, emerge con forza la dimensione umana di una vicenda che ha travolto la vita privata del magistrato. Per sette anni, Facciolla ha dovuto convivere con il peso di un’ombra infamante per chiunque, ma devastante per un servitore dello Stato: l’accusa di corruzione.
Quell’isolamento istituzionale, che spesso colpisce i magistrati indagati prima ancora che un giudice si sia espresso, si è riflettuto inevitabilmente sulla sfera intima, familiare e sociale, imponendo un doloroso silenzio protettivo a tutela dei propri cari. «L’ingiustizia in parte resta», è il commento amaro che traspare dall’entourage del magistrato. L’assoluzione con formula piena, sebbene cancelli ogni macchia sul piano penale, non ha il potere di restituire il tempo perduto. Non cancella l’angoscia delle notti insonni, l’amarezza di essere stato allontanato dal proprio ufficio nel pieno delle indagini e il logorio di una carriera bruscamente interrotta e ridisegnata altrove. Resta il ritratto di un uomo che ha dovuto difendersi da quello stesso Stato che aveva giurato di servire, affrontando un prezzo emotivo altissimo che nessuna sentenza di riabilitazione potrà mai risarcire del tutto. (redazione@corrierecal.it)

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