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epicentro 2

Arghillà, i bambini-vedetta del clan Morelli: “Se vede facce nuove deve fischiare e salire le scale”

Dalle carte dell’inchiesta condotta dalla Dda di Reggio Calabria

Pubblicato il: 28/08/2026 – 19:00
di Paola Suraci
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REGGIO CALABRIA «Metti il piccolo all’angolo della strada. Se vede passare macchine strane o facce nuove deve fischiare subito e salire le scale. A lui i poliziotti non gli dicono niente, al massimo pensano che sta giocando a pallone». È una delle frasi più inquietanti che emergono dalle carte dell’inchiesta “Epicentro 2” e restituisce, più di molte altre ricostruzioni, la dimensione del condizionamento esercitato dal sistema criminale nel quartiere di Arghillà. Non un semplice episodio di microcriminalità, ma l’utilizzo della presenza dei bambini e dei ragazzini come parte di un meccanismo di protezione dello spaccio. Il passaggio è contenuto negli atti dell’indagine e viene ricondotto alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Carmine Pablo Minerva. Minerva riferiva dell’attitudine di Fabio Morelli a servirsi anche di minorenni per la gestione della piazza di spaccio, parlando di ragazzi «anche di quindici anni, quattordici anni».

Le vedette

Nelle carte viene delineato un sistema nel quale le cosiddette vedette rappresentavano una componente stabile dell’organizzazione. Il loro compito era quello di avvisare gli altri dell’arrivo o anche del semplice transito delle pattuglie delle forze dell’ordine, comprese quelle in borghese. Una rete di occhi e orecchie disposta sul territorio per garantire agli spacciatori il tempo necessario a sottrarsi ai controlli. E la dimensione minorile emerge anche nella struttura operativa descritta dagli investigatori. Per le consegne “porta a porta” sarebbero stati utilizzati, in alcune circostanze, altri pusher reclutati tra le giovani leve che gravitavano nel circondario di Arghillà. Anche le vedette venivano reclutate nello stesso contesto socio-ambientale.

Il quartiere dove la povertà educativa diventa terreno fertile

È qui che la vicenda giudiziaria incrocia una realtà sociale denunciata da anni. Arghillà non è soltanto lo scenario nel quale, secondo le carte dell’inchiesta, si è radicata una struttura criminale dedita allo spaccio. È anche un territorio nel quale povertà, isolamento, dispersione scolastica e assenza di opportunità per i più giovani rappresentano un problema conosciuto da tempo. Nell’informativa dei carabinieri del 24 agosto 2024 citata negli atti, Arghillà viene descritta come un quartiere segnato da decenni di marginalizzazione, con un alto tasso di disoccupazione e dispersione scolastica e grandi complessi di edilizia popolare indicati come vere e proprie roccaforti di fenomeni criminali. un’informativa che fotografa senza sconti la realtà del quartiere. Gli inquirenti parlano apertamente di “ghettizzazione”, un processo andato avanti per trent’anni “ad opera prevalentemente della locale comunità ROM”, che avrebbe innescato — scrivono — una spirale di “decadimento” mai davvero arginata. Il risultato, si legge nell’ordinanza, è un quartiere diventato “emblema di degrado, inquinamento ambientale e criminalità incontrollata”, un’onta che “nemmeno lo Stato è riuscito ad arginare”, nonostante i controlli straordinari susseguitisi negli anni. Nelle carte, Arghillà viene messa in fila con gli altri nomi noti del disagio urbano italiano: Scampia, lo Zen di Palermo, Quarto Oggiaro, Corviale. Stesso copione ovunque: disoccupazione alta, scuola che perde pezzi, palazzoni popolari — i “Comparti” — diventati, scrivono i Carabinieri, vere e proprie “roccaforti” di furti, rapine, estorsioni e, ultima frontiera, lo spaccio. Complessi “impenetrabili anche per le Forze dell’Ordine”, si legge testualmente.

L’analisi di ActionAid

Una fotografia che trova riscontro anche nelle analisi di ActionAid, che da anni lavora sul territorio. L’organizzazione ha descritto Arghillà come un’area nella quale si concentrano condizioni di disagio ed esclusione sociale che pesano soprattutto sulle giovani generazioni: bambini e bambine con una frequenza scolastica discontinua, adolescenti che diventano genitori molto presto, difficoltà di accesso all’istruzione e alla formazione e scarsità di spazi di aggregazione positiva.
Il problema della dispersione scolastica ad Arghillà è talmente strutturale da essere stato affrontato anche in sede istituzionale. Nel gennaio 2024 la Prefettura di Reggio Calabria portò al Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica proprio le criticità del quartiere, inserendo tra i temi del confronto occupazioni abusive, dispersione scolastica, reati ambientali e progetti di formazione e lavoro.

Il paradosso dei bambini utilizzati come vedette

È proprio questo il punto più drammatico che emerge mettendo insieme le carte dell’inchiesta e la realtà sociale del quartiere. Da una parte un sistema criminale che, secondo la ricostruzione investigativa, ha costruito ad Arghillà una struttura organizzata per massimizzare le vendite di stupefacenti e proteggersi dalle forze dell’ordine. Dall’altra, un territorio nel quale da anni associazioni, operatori e istituzioni segnalano povertà educativa, dispersione scolastica e minori esposti a situazioni di grave vulnerabilità. In mezzo ci sono loro: i più piccoli. Quelli che dovrebbero essere a scuola o negli spazi di aggregazione e che, nelle parole riportate nelle carte, possono invece diventare sentinelle improvvisate all’angolo di una strada. Un bambino con un pallone in mano può apparire innocuo agli occhi di una pattuglia. Ma per chi controlla la piazza di spaccio può trasformarsi in un sistema d’allarme. Ed è forse questa la fotografia più dura di Arghillà: quando un minore viene considerato più utile come vedetta che come studente, la criminalità non si limita a occupare un territorio. Prova a occupare anche il futuro di chi ci vive.

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