«La paura non può diventare destino, una comunità si cura restando unita»
Padre Giuseppe Cascardi intervistato da Angelo Palmieri: «Alla violenza si risponde ricostruendo legami, educando alla legalità e dando futuro ai giovani»
CASSANO ALLO JONIO La violenza, quando irrompe nella vita di una comunità, lascia una traccia più profonda e spesso più difficile da ricomporre, incrina il senso di sicurezza, alimenta la paura, indebolisce i legami e può insinuare l’idea che il silenzio e la rassegnazione siano le uniche forme possibili di difesa. È allora che la dimensione individuale del dolore diventa una questione collettiva e interpella la coscienza civile di un intero territorio. È a partire da questa prospettiva che Angelo Palmieri dialoga con padre Giuseppe Cascardi, parroco della parrocchia “Visitazione della Beata Vergine Maria” di Rocca Imperiale e direttore della Caritas diocesana di Cassano all’Jonio. Al centro dell’intervista, il ruolo della Chiesa e della Caritas di fronte alle ferite sociali prodotte dalla violenza, ma anche la necessità di una presenza capace di andare oltre l’emergenza, ricostruendo prossimità, fiducia e senso di comunità. Un percorso nel quale l’accompagnamento delle fragilità e l’attenzione alle giovani generazioni diventano strumenti essenziali per affermare una cultura della legalità e restituire al territorio la possibilità di immaginare il proprio futuro.
La ferita più profonda, insieme al dolore per una vita spezzata e per un’altra gravemente ferita, è la paura. Una paura che entra nelle case, attraversa le famiglie, incrina la fiducia e rischia di trasformarsi prima in silenzio e poi in rassegnazione.
La ferita più profonda, insieme al dolore per una vita spezzata e per un’altra gravemente ferita, è la paura. Una paura che entra nelle case, attraversa le famiglie, incrina la fiducia e rischia di trasformarsi prima in silenzio e poi in rassegnazione. Il nostro Vescovo, mons. Francesco Savino, nella lettera indirizzata alla comunità di Lauropoli e di Cassano, ci ha consegnato un’immagine che credo dobbiamo custodire: la nostra non è una terra maledetta, è una terra ferita. E le ferite, ci ha ricordato, si curano, non si subiscono. Dobbiamo allora evitare che un episodio così grave finisca per identificare un’intera comunità. Lauropoli non è la violenza che l’ha colpita. Lauropoli è soprattutto le sue famiglie, i suoi giovani, gli anziani, i lavoratori, le comunità parrocchiali, le associazioni e tutte quelle persone che ogni giorno scelgono silenziosamente l’onestà e il bene. La criminalità non colpisce soltanto chi è direttamente coinvolto nei suoi atti: tenta di impadronirsi della vita di una comunità attraverso la paura. Per questo la risposta deve essere comunitaria. Come ha scritto il nostro Vescovo, il male fa molto rumore, ma è il bene che fa la storia. Dobbiamo avere la forza di far emergere questo bene e di tenerci uniti.
La prima risposta della Caritas è quella che appartiene alla sua natura: esserci. Ascoltare, accompagnare, costruire prossimità e non lasciare sole le persone, soprattutto quando la paura rischia di spezzare i legami comunitari.
Naturalmente non spetta alla Caritas formulare giudizi sulle dinamiche dell’accaduto. Ci affidiamo al lavoro della Magistratura e delle Forze dell’Ordine, alle quali esprimiamo fiducia e gratitudine. Il nostro compito è prenderci cura delle ferite umane e sociali che episodi di violenza come questo lasciano sul territorio. Ma vorrei sottolineare un aspetto: la nostra presenza non comincia oggi, come risposta emotiva a un fatto di sangue. La Caritas cerca quotidianamente di intervenire proprio su quelle fragilità sociali, familiari, economiche ed educative che, quando vengono lasciate sole, possono diventare terreno fertile per marginalità, devianza e sopraffazione.
Di fronte a episodi di sangue così efferati, quale messaggio di speranza e di legalità sente di dover rivolgere in particolare ai giovani di Cassano allo Ionio, affinché non si rassegnino alla cultura della violenza e della ‘ndrangheta
Accanto a questo lavoro quotidiano, oggi la nostra Chiesa diocesana si è dotata anche dell’Osservatorio sui fenomeni mafiosi e per la legalità, coordinato da don Marcello Cozzi. È uno strumento importante di ascolto, studio, denuncia e, soprattutto, di accompagnamento delle persone vittime di intimidazioni, usura, estorsioni e altre forme di prepotenza mafiosa. La risposta, quindi, non può essere soltanto emergenziale. Deve diventare una rete: Caritas, parrocchie, Osservatorio, istituzioni, scuola, associazioni e cittadini. Perché una comunità nella quale nessuno viene lasciato solo è già una comunità più difficile da intimidire. Ai giovani vorrei ripetere anzitutto le parole fortissime che il nostro Vescovo ha rivolto a chi pensa di costruire il proprio potere attraverso la violenza: «Avete le armi, ma non avete il futuro». È proprio sul futuro che dobbiamo investire. Perché la criminalità organizzata non si combatte soltanto quando si manifesta attraverso un atto violento. Si contrasta molto prima, creando condizioni nelle quali un bambino o un adolescente possa trovare alternative alla strada, alla cultura della sopraffazione e alla seduzione del denaro facile. Come Caritas diocesana questa convinzione è diventata da anni un impegno concreto attraverso “L’Appetito vien studiando”, il nostro progetto socio-educativo rivolto ai minori e alle loro famiglie.
Ci sono iniziative pastorali o progetti sociali specifici che la Diocesi e la Caritas stanno pianificando per Lauropoli, con l’obiettivo di rafforzare la coesione comunitaria e promuovere una vera rinascita civile e spirituale del territorio?
Questo momento certamente ci interroga e ci chiede di capire, insieme al nostro Vescovo, alle comunità parrocchiali e all’Osservatorio diocesano sui fenomeni mafiosi e per la legalità, come rafforzare ulteriormente la nostra presenza. Ma credo che sarebbe sbagliato pensare soltanto a qualche iniziativa straordinaria sull’onda dell’emozione. A Lauropoli la Chiesa ha una storia di presenza nelle situazioni più difficili che viene da lontano. Penso, ad esempio, all’esperienza della comunità parrocchiale dei Sacri Cuori e di don Attilio Foscaldi. Già negli anni Novanta la casa canonica venne destinata alla prima accoglienza e la Chiesa scelse di entrare nella realtà di Timpone Rosso, avviando una paziente opera di costruzione di relazioni, in particolare con la comunità Rom. Nel 2003 proprio lì venne realizzato un Centro sociale polivalente rivolto soprattutto alle giovani generazioni. Penso anche alla Fondazione Antiusura “San Matteo Apostolo”, nata nel 1996, che ha rappresentato e continua a rappresentare una risposta concreta a un’altra forma di schiavitù che può consegnare persone e famiglie alla criminalità: l’usura e il sovraindebitamento. E penso all’impegno educativo che oggi portiamo avanti con “L’Appetito vien studiando” e al più recente Osservatorio diocesano sui fenomeni mafiosi e per la legalità. Sono esperienze nate in tempi diversi e con modalità differenti, ma dentro le quali possiamo leggere un unico filo: la Chiesa sceglie di stare nel territorio, soprattutto dove le ferite sono più profonde, per costruire relazioni, educazione, libertà e speranza. È da qui che dobbiamo ripartire anche per Lauropoli. Abbiamo bisogno di processi educativi lunghi, di luoghi nei quali i giovani possano incontrarsi, di famiglie accompagnate, di una comunità capace di non voltarsi dall’altra parte e di persone che, quando subiscono una prepotenza, sappiano di non essere sole. La rinascita civile e spirituale di un territorio non nasce in un giorno. Si costruisce attraverso una presenza quotidiana, paziente e condivisa. Come Caritas vogliamo continuare a fare la nostra parte, insieme alla Chiesa diocesana, alle parrocchie, alle istituzioni e a tutte le realtà sane del territorio. (redazione@corrierecal.it)
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