’Ndrangheta e petrolio, il summit con i siciliani a Maierato. «Noi calabresi non siamo come voi»
Il confronto sui traffici di carburante e sul rientro dei catanesi nel giro del contrabbando. La Corte: «Accordo sinallagmatico, senza alcuna prevaricazione»
LAMEZIA TERME «La Calabria è qui». Una frase pronunciata al tavolo, rievocata nelle conversazioni successive e finita nelle motivazioni della sentenza d’appello del processo Petrolmafie. Sullo sfondo c’è il commercio illecito di carburanti, davanti ci sono gruppi calabresi e siciliani chiamati a trovare un nuovo equilibrio per fare ripartire gli affari. È uno degli ultimi capitoli affrontati dalla Corte d’Appello di Catanzaro nelle motivazioni della sentenza pronunciata il 10 marzo scorso. Al centro c’è l’incontro del 4 marzo 2019 nella sede della D.R. Service di Maierato e l’appello presentato dal pubblico ministero contro l’assoluzione di Roberto Aguì, Antonio e Giuseppe D’Amico e Luciano Morabito dall’accusa di tentata estorsione ai danni di Sergio Leonardi e Gioacchino Falsaperla.
Il summit a Maierato
Secondo la ricostruzione contenuta nelle motivazioni, all’incontro avrebbero preso parte Giuseppe D’Amico, Roberto Aguì, Luciano Morabito, Gerardo Caparrotta, Sergio Leonardi, Fabrizio Pappalardo, Vittorio Puglisi e Gioacchino Falsaperla. I dialoghi avvenuti durante la riunione non furono captati, ma il contenuto del confronto sarebbe emerso dalle conversazioni intercettate nelle ore e nei giorni successivi. Il nodo riguardava il rientro del gruppo siciliano riconducibile a Leonardi nel circuito del contrabbando di carburanti. I siciliani avrebbero garantito alla D.R. Service lo “scarico cartolare” del gasolio agricolo, provvedendo anche ai relativi bonifici. Il gruppo calabrese, dal canto suo, avrebbe consentito loro di approvvigionarsi di gasolio per autotrazione a un prezzo competitivo e di riallacciare i rapporti con il deposito Italpetroli di Locri, interrotti dopo precedenti contrasti. La Corte ricostruisce un sistema di reciproca convenienza economica. A Leonardi sarebbe stata garantita una fornitura settimanale di dodici autobotti di carburante, due delle quali “in nero”, mentre per ciascuna operazione di scarico cartolare del gasolio agricolo era previsto un compenso di 1.500 euro ad autobotte.
«I catanesi devono lasciare una parte»
Le conversazioni successive restituiscono però anche il peso degli equilibri criminali territoriali. Il 6 marzo, parlando con Gerardo Caparrotta, Giuseppe D’Amico ritorna sul summit e sulla necessità che i catanesi rispettassero gli impegni economici assunti. «Loro devono sapere… i Catanesi… che devono lasciare una parte», è uno dei passaggi riportati nelle motivazioni. È nello stesso dialogo che viene rievocato quanto avvenuto durante la riunione. Uno degli interlocutori ricorda la frase pronunciata da uno dei presenti nel momento in cui si era seduto al tavolo: «La Calabria è qui». Seguono riferimenti alla gestione delle autobotti e alla necessità che i siciliani rispettassero gli accordi. D’Amico, secondo la ricostruzione riportata dai giudici, avrebbe manifestato la possibilità di trattenere presso la propria azienda i camion carichi di prodotto petrolifero destinato in Sicilia qualora non fossero arrivati i riscontri attesi.
«Noi calabresi non siamo come voi»
Dalle intercettazioni emerge anche una sorta di rivendicazione identitaria da parte degli interlocutori calabresi. D’Amico traccia una netta distinzione tra le organizzazioni criminali calabresi e quelle siciliane: «Noi non siamo come voi… noi calabresi non siamo come voi, non abbandoniamo l’amico». La Corte sottolinea come quelle parole trovino l’approvazione di Aguì e Morabito. I giudici leggono nelle conversazioni l’esistenza di un legame di solidarietà tra il gruppo vibonese e quello reggino, ma non ritengono che questo si sia tradotto in una prevaricazione ai danni della componente siciliana.
Il ritorno nel «giro del contrabbando»
Secondo la ricostruzione accolta dalla Corte, il summit del 4 marzo sarebbe servito a stabilire le condizioni per il «rientro del gruppo siciliano» nel giro del contrabbando organizzato dai D’Amico. I numeri riportati nelle motivazioni restituiscono le dimensioni del meccanismo. Sulla base degli accertamenti della Guardia di finanza, la D.R. Service, tra il 27 febbraio e il 3 maggio 2019, avrebbe preso fittiziamente in carico dalla Made Petrol Italia di Roma 1.907.099 litri di gasolio agricolo. Tra il 27 febbraio e il 16 aprile ne sarebbero stati poi scaricati fittiziamente 1.266.350 litri verso ignari imprenditori agricoli, titolari di libretti di controllo Uma. Dal 16 aprile sarebbe invece iniziato il rapporto con la Union srl, riconducibile al gruppo di Leonardi: 608mila litri di gasolio agricolo scaricati cartolarmente tra il 16 aprile e il 10 maggio attraverso 17 Das e altrettante fatture, per un valore complessivo di 457.798 euro. Per i giudici, dunque, «quel summit era stato utile a gettare le basi della nuova collaborazione».
La Corte: nessuna tentata estorsione
È proprio la natura di quell’accordo a diventare decisiva nella valutazione dell’accusa di tentata estorsione. Secondo il pubblico ministero, le somme richieste dal gruppo reggino avrebbero rappresentato un pagamento imposto ai siciliani per consentire alle autobotti di attraversare la Calabria e raggiungere la Sicilia. Una lettura che la Corte d’Appello non condivide. Per i giudici, dalle conversazioni non emerge che a Leonardi fosse stato ingiustamente imposto il pagamento delle somme. Il gruppo siciliano aveva infatti un proprio interesse economico nell’intesa: avrebbe ottenuto guadagni attraverso il contrabbando e, contemporaneamente, recuperato l’accesso al deposito di Locri dal quale era stato precedentemente estromesso. Quello delineato dalle intercettazioni viene così definito dalla Corte un «accordo sinallagmatico, senza alcuna evincibile prevaricazione». Non un rapporto tra vittima ed estorsore, dunque, ma un «patto criminoso» dal quale anche Leonardi avrebbe potuto ricavare significativi margini di guadagno. Da qui la decisione della Corte di respingere l’appello del pubblico ministero e confermare le assoluzioni dall’accusa di tentata estorsione. (g.curcio@corrierecal.it)
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