La complicità silenziosa di chi lucra sugli «affitti della vergogna» nella Piana di Sibari
C’è un pezzo della filiera che raramente finisce sotto i riflettori: chi incassa da immobili ridotti a baracche, trasformando il bisogno in una leva di ricatto
CASSANO ALLO IONIO Va detto con chiarezza, prima di ogni altra considerazione: la maxi-operazione che nei giorni scorsi ha portato a 20 fermi nella Piana di Sibari, frutto del lavoro della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro e delle Forze dell’Ordine, merita un plauso pieno e senza riserve. Un’indagine che ha smontato pezzo per pezzo un sistema di riduzione in schiavitù, estorsione e caporalato, restituendo un nome e un volto a decine di lavoratori – soprattutto pakistani, bengalesi e subsahariani – tenuti per anni in una condizione di soggezione. Ma proprio perché il risultato è importante, sarebbe un errore accontentarsene. C’è un pezzo della filiera che raramente finisce sotto i riflettori quanto il caporale, eppure gli è complementare: chi possiede, affitta e incassa da immobili ridotti a baracche, trasformando il bisogno di un tetto in un’altra leva di ricatto.
Cosa dicono le carte
Non sono impressioni, sono fatti che emergono dagli atti. Nelle abitazioni sotto sequestro venivano stipate fino a venti persone alla volta, senza riscaldamento e spesso senza luce né gas. Per quel “tetto” – una parola grossa per descrivere un materasso buttato a terra in un casolare fatiscente – ai braccianti, già pagati intorno ai 15 euro al giorno, venivano trattenuti tra i 50 e i 60 euro al mese; in certi casi si arrivava a 100-150 euro per un semplice giaciglio. La casa, che dovrebbe essere un diritto, diventa merce di scambio nelle mani di chi specula sulla disperazione altrui. (IL CORRIERE DELLA CALABRIA NE HA SCRITTO QUI).
Tra negligenza e responsabilità morale
La Sibaritide è piena di seconde case e alloggi vacanze che d’inverno restano vuoti per mesi interi. Che un proprietario cerchi di ricavarne qualcosa affittandoli non è di per sé un problema. Lo diventa quando si affitta sapendo – o fingendo di non sapere – che dall’altra parte c’è un caporale, o quando si continuano a incassare canoni gonfiati per stanze sovraffollate e inabitabili senza farsi troppe domande. Chi concede in locazione un immobile sa, o dovrebbe sapere, chi ci va a vivere e in che condizioni.
Una precisazione necessaria
Va detto per correttezza: qui non si sta accusando genericamente nessun cittadino onesto. Denunciare chi affitta sapendo, o senza voler sapere, non è un attacco alla proprietà privata: è chiedere che lo Stato faccia il suo lavoro, intensificando i controlli sugli alloggi e sanzionando chi viola le norme minime di abitabilità e sicurezza. Colpire, insomma, il portafoglio di chi lucra sulla pelle degli altri.
Un appello, più che una conclusione
Il caporalato non si sconfigge solo con i blitz, per quanto necessari. Serve un cambio culturale, prima ancora che normativo. Fa specie una comunità che la domenica si riempie le chiese della Sibaritide predicando carità e dignità umana, e il pomeriggio incassa senza troppi scrupoli l’affitto di chi quella dignità la calpesta ogni giorno, nei campi e nelle case fatiscenti. Non serve essere criminali per essere complici. Basta il silenzio, l’indifferenza, o più semplicemente la comodità di non fare domande quando si affitta una stanza in più. Sta alla comunità, alle istituzioni e ai proprietari onesti rompere questo silenzio. Perché la vera dignità, e la vera fede, si misurano nei campi d’inverno e nelle case fatiscenti e non solo tra le navate di una chiesa. (redazione@corrierecal.it)
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