La Germania scopre l’Ordine: il rigore sovranista (ma con lo sconto doganale svizzero)
Weidel, sovranista oltreconfine
C’è un vento nuovo che spira da Berlino, un’aria fresca e frizzante che sa di stivali lucidi e look perfetto di chi vuole conquistare il mondo, confini blindati e sani valori tradizionali di una volta. L’ondata nera avanza, e alla sua guida c’è lei, Alice Weidel, la pasionaria dell’ultradestra tedesca che ha deciso di spiegare ai tradizionalisti europei come si difende davvero la famiglia naturale, un po’ come a casa nostra, d’altronde. Con un piccolo, trascurabile dettaglio: lo fa direttamente dal suo salotto in Svizzera, insieme alla compagna originaria dello Sri Lanka e alle loro due figlie adottive. La coerenza, del resto, è un lusso che di questi tempi non va di moda. Weidel, leader di un partito che considera l’omofobia un simpatico folklore locale e la diversità una minaccia esistenziale per l’Occidente, incarna alla perfezione il nuovo manifesto del sovranismo moderno e il detto antico: «Fate quello che dico, non quello che faccio». Mentre i suoi fedelissimi scendono in piazza per difendere i sacri confini della patria contro l’invasore straniero, Alice applica la teoria della globalizzazione degli affetti. La ricetta è semplice: si fa politica identitaria in Germania, si fattura da un’altra parte, si convive felicemente con una donna asiatica e si crescono due bambine in territorio elvetico. Un perfetto esempio di famiglia tradizionale, a patto che per «tradizione» s’intenda il tradizionale, consolidato e affidabile segreto bancario. Di fronte a questo cortocircuito biologico e politico, la reazione della base elettorale di Alternative für Deutschland (AfD) è un capolavoro di ginnastica mentale, reso possibile solo da quel magico superpotere contemporaneo noto come analfabetismo funzionale. I militanti più accaniti, perfettamente in grado di decifrare le singole lettere dell’alfabeto ma totalmente incapaci di collegare una causa a un effetto, riescono a leggere contemporaneamente il manifesto del partito («No ai matrimoni gay, sì alla famiglia tradizionale») e la biografia della loro leader («Lesbica, convivente e madre adottiva in Svizzera») senza che nel loro cervello si accenda la minima spia di emergenza. Anzi, le teorie difensive sviluppate nei forum sovranisti più oscuri sono perle di rara purezza logica: «La vera famiglia tradizionale tedesca ha il diritto di fare le vacanze e di risiedere dove le tasse sono più basse. Se per pagare meno imposte a quel governo di Berlino bisogna dichiarare un’unione civile in Svizzera, allora Alice fa bene! È vera resistenza fiscale». L’importante è che non sia l’idraulico sotto casa a farlo, spiegano i sostenitori nei comizi, incapaci di cogliere l’ironia di votare qualcuno che nega a loro i diritti che si gode oltreconfine. L’omosessualità è una devianza intollerabile per il popolo, ma per i vertici del partito diventa una legittima e aristocratica bizzarria. Ma per capire fino in fondo questa dote innata nel raddrizzare le storture della storia a proprio piacimento bisogna, come spesso accade, scavare nelle radici. Il nonno di Alice, Hans Weidel, non era esattamente un boy-scout: è stato un convinto militante del Partito nazionalsocialista, membro delle SS e persino giudice militare sotto il Terzo Reich. Quando la notizia è venuta a galla, la base elettorale – del resto molto simile all’ultradestra italiana quanto a fedeltà al proprio deficit di comprensione storica – non ha fatto una piega. Anzi, ha tirato un sospiro di sollievo: Ah, ecco da dove viene quel piglio dritto e quel rigore nel giudicare gli altri! In fondo, buon sangue non mente. Il nonno Hans decideva chi fosse degno di stare nella società nazista secondo i rigidi canoni del regime; la nipote Alice, con lo stesso identico zelo, decide nei programmi di AfD quali famiglie abbiano diritto di esistere in Germania e quali no. Il fatto che lei stessa aggiri le sue stesse sentenze vivendo in una splendida eccezione arcobaleno ed elvetica alla regola non è ipocrisia: è semplicemente il privilegio di chi ha ereditato il diritto di tenere il martelletto del giudice, lasciando a un elettorato che non sa più leggere la realtà il ruolo dell’imputato ebete, ma felice e consenziente. Con tanto di saluti a braccio destro teso al Führer di turno. (redazione@corrierecal.it)
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