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LA NUOVA SVOLTA

Maria Chindamo, dieci anni di indagini e colpi di scena: da Ascone agli otto indagati, con l’ombra dei Mancuso

Dai sospetti sull’ex suocero ai nuovi esami su fresa, Dna e reperti: così il fascicolo si è trasformato nel tempo

Pubblicato il: 10/09/2026 – 10:42
di Giorgio Curcio
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CATANZARO Otto nuovi indagati, nuovi accertamenti sul Dna e sui reperti raccolti nel corso degli anni e un processo già in corso davanti alla Corte d’Assise di Catanzaro. A più di dieci anni dalla scomparsa di Maria Chindamo, il percorso giudiziario sulla morte dell’imprenditrice di Laureana di Borrello conosce un’altra svolta. E, ancora una volta, torna a interrogare quanto accadde la mattina del 6 maggio 2016 in località Montalto di Limbadi. Quella sull’omicidio di Maria Chindamo è infatti un’indagine che nel tempo ha cambiato più volte volto, attraversando arresti, scarcerazioni, pronunciamenti della Cassazione, nuove dichiarazioni di collaboratori di giustizia e una maxi inchiesta antimafia. Fino al processo contro Salvatore Ascone, oggi unico imputato davanti alla Corte d’Assise, e al nuovo procedimento nel quale la Dda di Catanzaro ha iscritto altre otto persone ipotizzando per tutte il concorso nell’omicidio, nella distruzione e nell’occultamento del cadavere, con l’aggravante della finalità di agevolare la cosca Mancuso.



Il primo fascicolo e l’arresto di Ascone nel 2019

Per arrivare al nuovo scenario bisogna tornare indietro al luglio del 2019, tre anni dopo la scomparsa dell’imprenditrice. Fin dalle prime ore successive al 6 maggio 2016 l’attenzione degli investigatori si era concentrata anche sul sistema di videosorveglianza installato nella proprietà di Salvatore Ascone, situata proprio di fronte all’azienda agricola di Maria Chindamo. Una telecamera potenzialmente decisiva, perché orientata verso la zona in cui quella mattina era stata ritrovata la Dacia Duster dell’imprenditrice, ancora accesa, con tracce di sangue nelle vicinanze. Quelle immagini, però, non c’erano. L’11 luglio 2019 il gip di Vibo Valentia dispose la custodia cautelare in carcere per Salvatore Ascone, all’epoca 53enne, accusato di concorso nell’omicidio. Secondo il primo impianto accusatorio, il sistema di videosorveglianza sarebbe stato manomesso prima della scomparsa così da impedire la registrazione delle immagini e consentire a chi aveva agito di muoversi senza essere ripreso. Nel fascicolo era coinvolto anche il figlio Rocco, minorenne al momento dei fatti. E già allora compariva un altro nome destinato, sette anni dopo, a tornare nell’inchiesta: Nicolae Lurenthiu Gheorghe, operaio romeno che lavorava per Ascone. Era la prima vera svolta giudiziaria del caso. Ma quel primo impianto accusatorio non superò il vaglio cautelare. Il 2 agosto 2019 il Tribunale del Riesame di Catanzaro annullò l’ordinanza di custodia cautelare e dispose la scarcerazione di Ascone. La difesa aveva contestato la ricostruzione investigativa depositando anche una consulenza tecnica sul funzionamento delle telecamere, sugli orari e sui tempi di percorrenza.

La Cassazione e l’archiviazione per Rocco Ascone

Il fascicolo, inizialmente seguito dalla Procura di Vibo Valentia, passò poi per competenza alla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro mentre il primo capitolo giudiziario arrivò al suo passaggio decisivo nel gennaio del 2021. La Procura di Catanzaro, infatti, aveva impugnato il provvedimento del Riesame, ma il 28 gennaio 2021 la prima sezione penale della Cassazione dichiarò inammissibile il ricorso, rendendo così definitiva la decisione che aveva portato alla scarcerazione di Salvatore Ascone per difetto di gravità indiziaria. Poi è intervenuta anche la decisione del Tribunale per i minorenni di Catanzaro, che aveva disposto l’archiviazione della posizione di Rocco Ascone, minorenne nel maggio 2016 e originariamente coinvolto nell’indagine. Un primo duro stop all’inchiesta, ma nel frattempo il lavoro della Dda continuava e, soprattutto, il quadro investigativo sulla criminalità organizzata vibonese stava profondamente cambiando.

I sospetti sull’ex suocero

Accanto alla pista legata ai terreni, infatti, negli anni ha assunto sempre maggiore peso anche un altro filone investigativo: quello che porta a Vincenzo Punturiero, ex suocero di Maria Chindamo, nel frattempo deceduto. Il figlio Ferdinando, marito dell’imprenditrice, si era suicidato l’8 maggio 2015, circa un anno prima della scomparsa della donna e dopo la separazione. Proprio attorno alle conseguenze di quella morte si sono concentrati a lungo gli accertamenti degli investigatori, che hanno cercato di verificare l’esistenza di un possibile movente di natura familiare e vendicativa. Il nome di Vincenzo Punturiero non è rimasto confinato ai sospetti iniziali. Nell’attuale ricostruzione della Dda viene infatti indicato tra i soggetti che avrebbero concorso nel delitto insieme a Salvatore Ascone, agli otto nuovi indagati e ad altre persone allo stato non identificate. Un elemento che restituisce tutta la complessità del caso: da una parte il possibile movente personale legato alla morte di Ferdinando Punturiero, dall’altra gli interessi sui terreni e il contesto mafioso ricostruito successivamente dalla Dda. Negli anni erano finiti sotto la lente anche alcuni comportamenti dell’ex suocero successivi alla scomparsa di Maria. Tra questi una telefonata avvenuta pochi giorni dopo il 6 maggio 2016, nella quale Punturiero avrebbe riferito di conoscere una strada che avrebbe potuto essere utile alle ricerche.

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Maestrale-Carthago e il secondo arresto

La seconda grande svolta arriva il 7 settembre 2023. È il giorno dell’operazione Maestrale-Carthago, maxi inchiesta della Dda di Catanzaro sulle cosche del Vibonese. Nel nuovo patrimonio investigativo entrano intercettazioni, accertamenti di polizia giudiziaria e soprattutto le dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia. Tra queste, un peso particolare viene attribuito alle dichiarazioni di Emanuele Mancuso, ex rampollo dell’omonima famiglia di Limbadi, che aveva raccontato agli investigatori i rapporti con Ascone e il suo ruolo nel territorio di Montalto. Secondo la ricostruzione della Dda, Ascone sarebbe stato un uomo di riferimento dei Mancuso in quell’area, incaricato anche di controllare dinamiche e compravendite dei terreni. Nelle carte dell’inchiesta, Mancuso racconta che prima di effettuare acquisti o vendite di terreni nella zona sarebbe stato necessario confrontarsi con Ascone, indicato come «delegato» della cosca. Nel fascicolo vengono recuperati e riletti anche gli elementi relativi al sistema di videosorveglianza. Per gli investigatori, Rocco Ascone avrebbe materialmente manomesso l’hard disk, mentre il padre Salvatore avrebbe avuto il ruolo di «regista della manomissione». Una ricostruzione sottoposta al vaglio del processo e rispetto alla quale la difesa ha sempre contestato ogni responsabilità. Ma rispetto al 2019 il quadro cautelare cambia. Salvatore Ascone viene nuovamente arrestato con l’accusa di concorso nell’omicidio e nella distruzione del cadavere di Maria Chindamo. Questa volta, il 13 ottobre 2023, il Tribunale del Riesame respinge il ricorso presentato dalla difesa e conferma la custodia cautelare in carcere.

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Dal nuovo impianto accusatorio al processo

Nel gennaio 2024 il gup distrettuale di Catanzaro dispone il rinvio a giudizio di Salvatore Ascone, separando di fatto la vicenda Chindamo dal grande processo nato dalle inchieste Maestrale-Carthago, Olimpo e Imperium. Per l’omicidio dell’imprenditrice il giudizio viene assegnato alla Corte d’Assise di Catanzaro. La prima udienza si celebra il 14 marzo 2024. Da quel momento le ipotesi investigative costruite negli anni iniziano a essere sottoposte al contraddittorio tra accusa e difesa.

I collaboratori di giustizia davanti alla Corte

Nel settembre 2025 arrivano in aula anche Emanuele Mancuso e Bartolomeo Arena, due dei collaboratori di giustizia le cui dichiarazioni sono entrate nel fascicolo. Il processo affronta così uno dei capitoli più controversi dell’intera ricostruzione: ciò che sarebbe accaduto al corpo di Maria Chindamo dopo l’omicidio. Sono proprio i racconti dei collaboratori ad aver alimentato negli anni l’ipotesi della distruzione del cadavere attraverso mezzi agricoli o animali. Si tratta di dichiarazioni sulle quali dovrà esprimersi la Corte e che costituiscono solo una parte del materiale probatorio sul quale si confrontano accusa e difesa. Nel gennaio 2026 viene ascoltato anche Vincenzo Chindamo, fratello di Maria, mentre nei mesi successivi il dibattimento prosegue con altri testimoni. Nel marzo scorso è stata ascoltata, tra gli altri, una donna che la mattina del 6 maggio 2016 percorse la strada davanti alla proprietà e raccontò di aver notato, oltre alla vettura di Maria, un’auto scura e un vecchio fuoristrada con un telone «allacciato male». Successivamente è stato sentito anche l’uomo che frequentava l’imprenditrice nel periodo precedente alla scomparsa. Il processo contro Ascone è ancora in corso. E quindi nessuna responsabilità può oggi considerarsi definitivamente accertata.

Vincenzo Chindamo

Il nuovo fascicolo e gli otto indagati

Mentre il dibattimento procede, però, l’inchiesta conosce un nuovo sviluppo. Con un avviso di accertamenti tecnici non ripetibili firmato il 26 agosto 2026 dal sostituto procuratore distrettuale Annamaria Frustaci, la Dda di Catanzaro ha iscritto nel registro degli indagati otto persone: Giovanni Capone, classe 1980; Vincenzo Arcieri, classe 1946; Francesco Arcieri, classe 1983; Tommaso Biondo, classe 1960; Antonino Biondo, classe 1997; Sasho Emilov Dimitrov, classe 1980; Davide Errigo, classe 1994; Nicolae Lurenthiu Gheorghe, classe 1989. La nuova contestazione segna un ulteriore e rilevante allargamento del quadro investigativo. A tutti gli otto indagati vengono contestati, in concorso, due distinti reati. Il primo è l’omicidio di Maria Chindamo. Secondo la Dda, Giovanni Capone, Vincenzo Arcieri, Francesco Arcieri, Tommaso Biondo, Antonino Biondo, Sasho Emilov Dimitrov, Davide Errigo e Nicolae Lurenthiu Gheorghe avrebbero agito insieme a Vincenzo Punturiero, oggi deceduto, a Salvatore Ascone, per il quale si procede separatamente, e ad altri soggetti allo stato ignoti. Per la Procura avrebbero concorso «a cagionare la morte» dell’imprenditrice, partecipando, secondo l’ipotesi accusatoria, alla pianificazione e all’esecuzione dell’agguato. Il delitto viene contestato come premeditato. Non solo. La Dda ritiene che l’omicidio sia stato commesso al fine di agevolare l’attività della cosca Mancuso, articolazione territoriale della ’ndrangheta, e avvalendosi delle condizioni derivanti dall’associazione mafiosa, dunque della forza intimidatrice e della conseguente capacità di assoggettamento.
Il secondo reato contestato riguarda invece ciò che sarebbe accaduto dopo l’omicidio. Sempre secondo la Procura, gli otto, in concorso con Punturiero, Ascone e altri soggetti ancora ignoti, avrebbero distrutto e occultato il cadavere di Maria Chindamo. Anche questa condotta viene ritenuta aggravata dalla finalità di agevolare la cosca Mancuso e dal metodo mafioso.

Gheorghe, il nome che riporta al 2019

C’è un dettaglio che lega direttamente il nuovo procedimento alla prima indagine. Tra gli otto indagati figura infatti Nicolae Lurenthiu Gheorghe, lo stesso operaio romeno che già nel luglio del 2019 era entrato nel perimetro investigativo insieme a Salvatore Ascone. Un nome che riemerge dunque a distanza di sette anni, quasi a chiudere il cerchio tra due fasi apparentemente lontane della vicenda giudiziaria. Ma oggi il nuovo fascicolo contiene soprattutto elementi scientifici sui quali la Dda intende effettuare ulteriori verifiche.

Dalla fresa al Dna: la nuova fase dell’indagine

Gli accertamenti disposti dalla Procura riguardano una fresa agricola sulla quale erano state individuate più tracce di sostanza ematica umana, oltre a campioni di terra e persino larve di insetti rinvenute su una zolla aderente a una delle lame. Il mezzo era stato sequestrato nell’azienda di Vincenzo Arcieri e, secondo quanto riportato nell’avviso, durante le operazioni erano state registrate segnalazioni da parte dei cani delle unità cinofile. Gli esami riguarderanno anche un Mitsubishi Pajero sul quale erano state rilevate tracce di presumibile sostanza ematica, comprese alcune sullo schienale del sedile anteriore sinistro e nella parte inferiore dell’autovettura. Nel fascicolo compaiono poi un paio di scarpe ginniche Legea sequestrate nell’abitazione rurale posta sul terreno di proprietà di Maria Chindamo, nella disponibilità di Sasho Emilov Dimitrov. Anche sulle scarpe era stata evidenziata la presenza di sostanza ematica umana. C’è poi il dato relativo a due mozziconi di sigaretta trovati sulla scena del crimine il 6 maggio 2016. Secondo una nota del Ris di Messina dell’11 giugno 2026, il Dna estratto dai reperti sarebbe risultato riferibile a Sasho Emilov Dimitrov. La Procura vuole ora compiere ulteriori accertamenti, verificando anche l’eventuale presenza di tracce ematiche sui mozziconi. Nuove verifiche sono state disposte anche sulla Dacia Duster di Maria Chindamo, ancora sottoposta a sequestro. Tra i reperti figurano inoltre una cintura da donna in cuoio nero, spezzata in due parti e rinvenuta il primo giugno 2016 durante le operazioni di ricerca e scavo presso l’azienda di Vincenzo Arcieri, e una Fiat 500 intestata a Ozimo Gregorio e ritenuta nella disponibilità di Giovanni Capone, sequestrata il 17 dicembre 2025. La Dda ha disposto l’estrapolazione delle eventuali tracce di Dna e la successiva comparazione con i campioni già presenti nel fascicolo, oltre a indagini dattiloscopiche dove possibili. È su questo materiale che si apre adesso una nuova stagione dell’inchiesta. (g.curcio@corrierecal.it)

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