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Ragazzi invisibili

La generazione che non chiama più

La solitudine dei giovani e il valore di una presenza che resta

Pubblicato il: 17/09/2026 – 14:11
di Angelo Palmieri
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Paolo ha 19 anni. Per mesi non ha parlato con nessuno: chiuso in una stanza, tra farmaci e notti senza tregua, con le braccia segnate da cicatrici sottili e parallele. Non è un caso isolato. È il sintomo più visibile di un fenomeno che la sociologia fatica ancora a nominare per intero: l’isolamento silenzioso di una generazione iperconnessa e, al tempo stesso, profondamente sola.
Viviamo nel tempo della bulimia di stimoli – notifiche, contenuti, contatti infiniti – eppure è proprio in questo eccesso che si consuma la più grave carestia di legami autentici. I giovani non chiedono più aiuto perché hanno smesso di credere che qualcuno rimarrebbe abbastanza a lungo da ascoltarli davvero. Non è indifferenza, la loro: è una sfiducia appresa, il risultato di relazioni — adulte, educative, familiari — troppo spesso intermittenti, valutative, pronte a giudicare invece che ad accogliere.
Quando ho incontrato Paolo, taceva. Si è seduto lontano, ma non troppo: «Sto qui, ma non avvicinarti». Ci sono voluti giorni di silenzio prima di una prima frase, detta quasi per caso mentre zappavamo insieme un orto: «Tanto se poi te ne vai anche tu, che senso ha?». Non ho risposto. Sono rimasto. È stato quel restare, non una parola, ad aprire una crepa nella sua diffidenza.
È qui il punto che la riflessione sociologica non può eludere: una società che misura tutto in base a ciò che produce — risultati, prestazioni, rendimento — non ha più gli strumenti per riconoscere il valore di ciò che semplicemente dura. I giovani in difficoltà non cercano soluzioni immediate né adulti risolutivi. Cercano presenze capaci di reggere l’urto del loro dolore senza ritirarsi, rapporti che orientino senza imporre.
Il compito educativo e sociale che ci attende non è tecnico, è relazionale: avere il coraggio di restare accanto a chi è nel margine, senza fretta di guarire, con la pazienza di chi sa attraversare la notte insieme all’altro prima di pretendere di accendere una luce.
Perché, in fondo, ciò che davvero manca ai nostri ragazzi non è l’ascolto occasionale. È una relazione devota.

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