La vigna della storia, se l’Uomo rifiuta il dono per farsi padrone
La parabola dei vignaioli omicidi
Il brano evangelico di questa domenica (Matteo 21,33-43) ci mette di fronte a una delle pagine più drammatiche e rivelatrici della predicazione di Gesù: la parabola dei vignaioli omicidi. Spesso ridotta a una severa requisitoria storica contro le autorità religiose del tempo di Gesù, questa pagina rivela in realtà una portata molto più vasta. Essa è, a tutti gli effetti, com’è stata definita da molti esegeti “una teologia della storia”: un compendio lucido di come Dio agisce nel tempo e di come la libertà umana risponda ai suoi incessanti inviti. Per comprenderne appieno la profondità, tuttavia, occorre leggerla in stretta continuità con i Vangeli delle due domeniche scorse, ai quali per brevità rimando. Matteo sta conducendo i lettori lungo una vera e propria “trilogia della vigna”, ambientata a Gerusalemme a pochi giorni dalla Passione.
Una Teologia della Storia in tre atti
Se leggiamo la parabola odierna con gli occhi della fede, notiamo che Gesù traccia una sintesi mirabile dell’intera storia della salvezza. In tanto la Creazione come Dono: Il proprietario pianta la vigna, la recinge, vi scava un torchio e vi costruisce una torre. Le dà tutto ciò che serve affinché porti frutto. La creazione e la storia non sono frutto del caso; sono un’opera ordinata e benedetta affidata alla responsabilità dell’uomo. La Pazienza di Dio e il Rifiuto Umano: Quando giunge il tempo del raccolto, il proprietario invia i suoi servi (i profeti). L’umanità risponde con la violenza, percuotendoli e uccidendoli. Dio, anziché distruggere i colpevoli, risponde espandendo la propria pazienza: invia altri servi, ancora più numerosi. L’Apice della Storia, l’Incarnazione e la Croce: “Da ultimo mandò loro il proprio figlio”. Il proprietario gioca la sua carta estrema, consegnando l’amore più caro. Ma l’avidità dei contadini raggiunge il culmine: «Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!». È la profezia della Passione di Gesù, ma è anche il dramma dell’uomo che spera di diventare padrone assoluto escludendo il Creatore. Uscendo dal contesto puramente religioso, la parabola dei vignaioli omicidi si rivela una potente e attualissima lente di ingrandimento sulle distorsioni della nostra società. Il peccato dei vignaioli non è la pigrizia, ma l’illusione della proprietà assoluta: dimenticano di essere custodi e pretendono di essere padroni. Questo slittamento logico è la radice di molte delle crisi sociali contemporanee. Abbiamo trattato, e continuiamo a farlo, il pianeta non come una vigna ricevuta in dono da custodire e coltivare per le generazioni presenti e future, ma come una proprietà privata da saccheggiare. L’uomo contemporaneo si comporta spesso come il vignaiolo ribelle: sfrutta le risorse fino all’esaurimento, ignorando i “servi” (gli allarmi della scienza e i gridi della terra stessa) pur di massimizzare il profitto immediato. Quando ci si proclama padroni assoluti della vigna, si comincia a decidere chi ha diritto di abitarla e chi no. Nella logica sociale odierna, chi non produce frutti spendibili sul mercato viene “gettato fuori dalla vigna”, proprio come il figlio della parabola. I poveri, i migranti, gli anziani e i vulnerabili diventano gli scarti di un sistema economico che ha smarrito il senso della solidarietà e della destinazione universale dei beni. Il grido «Avremo noi la sua eredità!» è il manifesto dell’egoismo generazionale e individuale. Viviamo in una società che consuma il futuro dei giovani per soddisfare il presente dei pochi, dove l’autonomia esasperata del singolo calpesta il bene comune e il tessuto comunitario. L’esito del dramma nasconde, però, un ribaltamento divino inatteso. La pietra scartata dai costruttori (il Figlio ucciso) diventa, per mezzo della Risurrezione, la pietra d’angolo su cui poggia l’intera storia dell’umanità. Il messaggio centrale del Vangelo di oggi si trasforma, così, in un severo ma provvidenziale avvertimento: «A voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti». Nessuna istituzione, società, multinazionale o singolo cittadino, possono considerarsi proprietari esclusivi della terra o dei diritti. Il benessere e la Grazia non sono privilegi ereditari da gestire per fini personali, ma responsabilità dinamiche che esigono frutti quotidiani di giustizia sociale, equità e rispetto. Mentre le prime due parabole ci interrogavano su come lavoriamo e su cosa rispondiamo, il Vangelo di oggi ci pone davanti alla domanda sociale e politica definitiva: stiamo costruendo comunità basate sulla custodia condivisa e sulla fraternità, o stiamo ancora tentando di eliminare l’Erede e i suoi fratelli più piccoli per appropriarci della vigna?
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