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L’INTERVISTA

Fioroni, la sfida alla politica che ha dimenticato le persone

Da Viterbo al governo, il senso del servizio pubblico in «Ovunque è il centro». In occasione delle presentazioni a Cosenza e Vibo Valentia, un confronto su democrazia, scuola e futuro del Sud

Pubblicato il: 25/10/2026 – 7:14
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Una scuola, un quartiere, una città: per Giuseppe Fioroni la politica comincia dove qualcuno si assume una responsabilità verso gli altri. È il filo che attraversa Ovunque è il centro. Delle cose, della vita, della politica, edito da Rubbettino e nato dal dialogo con il sociologo Angelo Palmieri. L’ex ministro della Pubblica Istruzione ripercorre la propria esperienza, dallo scoutismo alla guida di Viterbo, fino agli incarichi nazionali. I ricordi aprono domande sul presente: la distanza dei cittadini dalle istituzioni, la formazione dei giovani, il senso della rappresentanza. Le presentazioni del volume, prima a Cosenza e poi a Vibo Valentia, saranno l’occasione per discuterne anche a partire dalle attese e dalle possibilità della Calabria.

Onorevole Fioroni, “Ovunque è il centro” è un titolo che contiene già una provocazione. Dove si trova questo centro?

Può trovarsi anche molto lontano dai palazzi della politica. In una scuola, in un quartiere trascurato, in una comunità che chiede di essere ascoltata. Nella mia esperienza ho imparato che, se guardi le cose soltanto da dove si prendono le decisioni, rischi di non vedere chi ne vive le conseguenze. Il titolo nasce da qui: dalla convinzione che nessuno debba essere considerato marginale. Poi c’è, naturalmente, un significato politico. Per me il centro è una cultura, un modo di affrontare i problemi e di cercare soluzioni attraverso il confronto. Se si riduce a trovare una collocazione conveniente tra due schieramenti, diventa ben poca cosa.

Nel libro torna continuamente la parola “servizio”. Come si distingue chi serve una comunità da chi si serve della politica?

Credo che lo si capisca soprattutto quando c’è da scegliere tra l’interesse della comunità e la propria convenienza. Finché le due cose coincidono, è facile. La prova arriva quando una decisione giusta può costarti consenso o quando devi riconoscere che è il momento di lasciare spazio ad altri. Il rischio è affezionarsi così tanto all’incarico da non riuscire più a immaginarsi senza. Lo scoutismo mi aveva insegnato, molto prima dell’ingresso in politica, che una responsabilità si assume perché qualcuno ha bisogno di te. Bisognerebbe ricordarselo anche dopo, quando arrivano i ruoli importanti. E continuare a chiedersi: sono ancora utile alle persone per le quali sto lavorando?

Tra le esperienze che racconta, quella di sindaco di Viterbo occupa un posto particolare. Che cosa le ha insegnato e ha poi portato con sé a Roma?

Fare il sindaco è stata la stagione più viva della mia vita pubblica. In una città le decisioni hanno volti precisi: incontri le persone per strada, ascolti quello che non va, devi spiegare anche ciò che non sei riuscito a fare. È una grande scuola di responsabilità. A Viterbo cercammo di costruire una prospettiva che tenesse insieme cultura, università e sviluppo. Portare l’università nel centro storico voleva dire dare nuova vita a quei luoghi, creare opportunità, investire sul futuro della città. A Roma ho portato soprattutto questo insegnamento: prima di giudicare buona una decisione, devi chiederti che cosa cambierà nella vita delle persone. E, possibilmente, tornare ad ascoltarle dopo averla presa.

Lei propone di restituire forza a una cultura politica di centro. Ma perché i cittadini dovrebbero fidarsi di un’area spesso segnata da divisioni e personalismi?

È una domanda giusta. E sarebbe un errore cavarsela attribuendo ogni responsabilità agli altri. Troppe volte abbiamo visto piccoli gruppi dirigenti più impegnati a difendere il proprio spazio che a costruire qualcosa insieme. Perché un cittadino dovrebbe appassionarsi a queste vicende? La fiducia va meritata con una proposta seria e con comportamenti coerenti. Quando richiamo De Gasperi penso alla sobrietà, al rispetto delle istituzioni, alla capacità di guardare oltre la convenienza del momento. Sono cose che richiedono anche rinunce personali. Se ognuno considera irrinunciabile soltanto il proprio posto, non si va lontano. E certamente non basta recuperare un nome o un simbolo del passato.

La distanza tra cittadini e istituzioni attraversa molte pagine del volume. Da dove si ricomincia per recuperare fiducia?

Da una cosa semplice da dire, ma che abbiamo reso complicata: chi viene eletto deve rispondere a chi lo ha votato. Per questo nel libro sostengo il ritorno alle preferenze. Vorrei che il cittadino potesse scegliere il proprio rappresentante e chiedergli conto del lavoro svolto. Naturalmente non basta cambiare una legge elettorale. Bisogna ricostruire occasioni di confronto nelle quali partecipare serva davvero a qualcosa. Se una persona viene ascoltata soltanto durante la campagna elettorale, poi non possiamo stupirci della sua sfiducia. Anche i partiti devono tornare a essere luoghi in cui si discute e ci si forma. La vita democratica ha bisogno di molto più del rapporto tra un leader e il suo pubblico.

Da ministro ha legato il suo nome alla scuola. Oggi chiediamo agli insegnanti di affrontare anche solitudini, violenza e fragilità. Stiamo chiedendo troppo?

Sì, quando pensiamo che possano affrontare tutto da soli. Gli insegnanti hanno una responsabilità grande, ma hanno bisogno di famiglie presenti, di servizi che funzionino, di una comunità che faccia la propria parte. Ricordo ancora l’indignazione che provai davanti al video di un ragazzo con disabilità umiliato dai compagni. Mi colpì anche ciò che quella scena raccontava di noi adulti e della nostra capacità di intervenire. Da ministro ho cercato di tenere insieme istruzione, educazione e legalità. Era anche il senso delle Indicazioni per il curricolo del 2007 e del lavoro affidato alla commissione presieduta da Mauro Ceruti. Ai ragazzi dobbiamo dare conoscenze solide, aiutarli a capire ciò che studiano e il mondo in cui vivono. Essere esigenti significa anche questo: accompagnarli nelle difficoltà, senza lasciarli soli e senza illuderli che basti andare avanti comunque.

Eppure i giovani vengono spesso descritti come disinteressati alla politica. Nel libro lei contesta questa lettura. Che cosa non stiamo capendo?

Che spesso rifiutano il modo in cui la politica si presenta, non l’impegno per gli altri. Ci sono ragazzi che vogliono fare, proporre, assumersi responsabilità. Poi, però, trovano porte aperte a parole e spazi già occupati nei fatti. Li invitiamo a partecipare, purché non mettano troppo in discussione quello che abbiamo deciso noi. Così è difficile essere credibili. Dobbiamo accettare che possano avere idee diverse dalle nostre e lasciare loro la possibilità di metterle alla prova. La mia generazione ha esperienza da trasmettere, anche attraverso gli errori che ha commesso. Ma deve saper ascoltare e, quando serve, farsi da parte. Altrimenti continuiamo a parlare dei giovani senza fidarci davvero di loro.

Le sue radici cattoliche sono molto presenti. Quale contributo possono offrire oggi alla vita pubblica, in una società plurale?

Per me sono state anzitutto un’educazione a guardare le persone, soprattutto quelle che fanno più fatica. Questo sguardo ha accompagnato il mio modo di intendere la politica. Poi, però, nella vita pubblica devi confrontarti anche con chi parte da convinzioni diverse dalle tue: devi spiegare le tue ragioni, ascoltare le sue e cercare soluzioni che possano essere condivise. La fede non ti risparmia questa fatica, semmai ti chiede di assumerla fino in fondo. Penso spesso alla lezione di Moro e alla sua attenzione per i cambiamenti della società. Una tradizione resta viva se ci aiuta a capire ciò che abbiamo davanti. Se ci limitiamo a celebrarla, rischiamo di non accorgerci più delle domande alle quali dovremmo rispondere.

Presenterà il libro prima a Cosenza e poi a Vibo Valentia. Che cosa significa dire “ovunque è il centro” a un giovane calabrese che sente di dover partire per costruirsi un futuro?

Prima di tutto significa ascoltarlo. Non me la sentirei di dire a un ragazzo «devi restare» senza chiedermi quali possibilità abbia davvero davanti. Partire può essere una bella esperienza: permette di studiare, conoscere altri luoghi, crescere. Il problema nasce quando si sente di non avere scelta. Un giovane dovrebbe poter immaginare anche di tornare, oppure di costruire la propria vita nella terra in cui è nato. E qui la politica ha responsabilità molto concrete: le scuole, il lavoro, i collegamenti, la possibilità di curarsi. Anche la legalità si rafforza quando lo Stato è una presenza quotidiana sulla quale le persone sanno di poter contare. La Calabria ha energie e competenze che meritano ascolto e occasioni per esprimersi. Dire che il centro è ovunque significa assumersi questo impegno: considerare il futuro di un ragazzo calabrese una questione che riguarda tutto il Paese. (redazione@corrierecal.it)

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