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Sit-in al GOM, i dializzati reggini chiedono i posti rene: «La dialisi non può aspettare»

Trenta pazienti in cura dalle 21 all’una di notte, dopo lo stop del San Giorgio ai residenti. Fintred attende la pubblicazione sul BURC

Pubblicato il: 27/10/2026 – 7:00
di Paola Suraci
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REGGIO CALABRIA Doveva essere una soluzione tampone, per pochi giorni, e invece sono più di venti giorni che i dializzati reggini affrontano l’emergenza al Grande Ospedale Metropolitano: alle nove di sera si comincia, all’una di notte si finisce, e a uscire da quel reparto a quell’ora sono anziani già carichi di altre malattie, alcuni con il bastone e con bisogno di qualcuno che li accompagni, arrivati lì perché il centro San Giorgio ha sospeso i trattamenti per i residenti. Otto anni di richieste, dieci posti rene approvati dalla Giunta regionale e ancora da pubblicare sul BURC e così, nella notte tra lunedì e martedì, si sono ritrovati nel piazzale del GOM, a fine turno, per ricordare a chi decide una cosa che dovrebbe essere ovvia: la dialisi non può aspettare. A promuovere il sit-in pacifico è Fintred Calabria, e per una volta la protesta porta con sé anche una notizia. Il coordinatore regionale Francesco Puntillo dice di aspettarsi che «questa odissea possa cominciare a trovare un momento risolutivo»: gli è stato promesso che martedì ci sarà «la fatidica firma» sull’aumento dei posti rene, e per questo l’associazione è «fiduciosa, non potendo essere altrimenti». Fiduciosa, aggiunge, come in questi otto anni, in cui non si è mai stancata di chiedere un principio: che nell’ASP di Reggio Calabria mancano posti rene, e che per qualunque soluzione di medio o lungo termine bisogna prima certificarlo. Il provvedimento a cui Fintred si riferisce è quello approvato dalla Giunta regionale il 19 ottobre, che dispone un incremento straordinario di dieci posti rene per il territorio di Reggio Calabria. L’associazione chiede che venga pubblicato «senza ulteriori ritardi» sul Bollettino ufficiale della Regione, il BURC, perché solo un atto ufficiale permette di verificarne il contenuto e di capire quali passaggi servano per trasformarlo in un servizio effettivo. «La nostra fiducia non può più basarsi sulle dichiarazioni», avverte Puntillo. «Abbiamo bisogno di atti ufficiali e tempi di attuazione verificabili.» Puntillo ringrazia il GOM, che con «estrema generosità» si è fatto carico di un peso enorme che viene dal territorio. Medici, infermieri e operatori, dice, fanno «turni straordinari per garantire una terapia salvavita» in orari in cui chi lavora dovrebbe riposare. Ma ricorda anche che al GOM «bisogna trattare solo gli acuti, mentre i cronici devono essere gestiti dal territorio».

Trentasei malati, una scelta obbligata

Per capire come si è arrivati alla notte al GOM, Puntillo parte dal San Giorgio. Il centro, spiega, ha sospeso i trattamenti per i residenti, ma continua a lavorare per i pazienti non residenti, quelli che arrivano da altre regioni, perché «le Regioni di provenienza gli pagano i trattamenti». Per i malati reggini, invece, non lavora, per la Regione Calabria manca l’accreditamento. I pazienti reggini coinvolti erano trentasei. Due hanno accettato di spostarsi, uno a Melito e uno a Scilla. Gli altri trentaquattro sono stati presi in carico dall’ASP, che ha mandato direttamente quattro di loro al GOM e ai restanti trenta ha proposto Scilla in orario notturno, oppure Melito, in orari che all’inizio non erano chiari: poi, racconta Puntillo, «abbiamo scoperto che anche a Melito li avrebbero proposti in orario notturno». A Melito, spiega, il problema è anche un altro. Già per chi fa il turno del pomeriggio è difficile: mancano gli operatori socio-sanitari, e così i pazienti vengono collegati alle macchine con ritardo. «C’è gente che parte da Reggio col treno alle 11 e torna a casa la sera alle nove.» A quel punto, dice, «è preferibile di notte qua a Reggio». È così che i trenta hanno scelto il GOM, e la dialisi notturna. Sono stati divisi in due gruppi di quindici, uno per i giorni dispari e uno per i giorni pari, «in modo che tutti e trenta siano garantiti».

Dieci posti rene, quaranta malati

I posti, spiega Puntillo, dovrebbero essere dieci, mentre l’ASP aveva già quantificato in 29 posti rene il fabbisogno aggiuntivo di Reggio. Con un conto semplice: ogni posto rene vale quattro pazienti, dunque dieci posti darebbero respiro a quaranta malati. «Sarebbe la prima gocciolina da cui ripartire, il primo spiraglio» per continuare a lottare per quelli che mancano. E dopo la firma? Si aprirebbero più strade. Il San Giorgio, che è privato, potrebbe chiedere l’accreditamento e ripartire anche con l’assistenza dialitica ai pazienti reggini; l’ASP potrebbe fare davvero un centro pubblico, così che Reggio abbia, «perché no», un centro privato e uno pubblico come esiste ovunque. Ma qui Puntillo frena: realizzare il centro pubblico richiederebbe, dice, «molto tempo». «A noi che sia pubblico, che sia privato, ci interessa molto poco, l’importante è che ci sia, che sia immediatamente disponibile e che sia pronto per accogliere i nostri malati.» I tempi, secondo lui, sono questi: con la firma, in quindici giorni, un mese, si potrebbe cominciare a vedere «uno spiraglio di luce». Senza quel documento, «è come se il cronometro non fosse ancora stato attivato». Solo da quel momento può partire il conto alla rovescia per stabilire quando i malati potranno finalmente curarsi «in orari umani».

«Precari, provvisori»

«Orari umani»: è l’espressione di Puntillo, e basta ascoltare chi in quel reparto entra alle nove di sera per capire quanto sia lontana da quelli di oggi. Non si tratta solo di dormire poco. Si tratta di una vita intera che si è spostata di notte. Così in questa notte autunnale, quando il freddo comincia a farsi sentire, i malati sono stanchi ma pronti a fare sentire ancora la loro voce e le loro storie. Un sit in pacifico, un grido d’aiuto. «Siamo molto stanchi», racconta Concetta Schipani, in attesa di fare la dialisi. «Tutta l’organizzazione della nostra giornata si trasforma. Restiamo molto stanchi la notte dopo la dialisi e anche il giorno, le ore di sonno non bastano a recuperare». Gli orari della terapia, dell’igiene personale, della vita di ogni giorno, dice, si sono spostati tutti: «Il ritmo giorno-notte, veglia, si è spostato. Anche se riposiamo un po’ il pomeriggio, non è lo stesso riposo che si fa la notte». L’orario notturno penalizza «enormemente», ma c’è un’altra ferita, la provvisorietà: «Ci sentiamo precari, provvisori, non abbiamo più il nostro posto stabile con le cure». Ringrazia il reparto di nefrologia che li assiste, ma ricorda che prima «avevamo un’organizzazione di vita molto più confortevole e consona alle patologie che abbiamo». Ognuno ha bisogno di altri specialisti durante la settimana, e quell’ordine, dice, «lo abbiamo perso». Schipani non può muoversi senza aiuto. Si fa accompagnare in ospedale e l’accompagnatore lo paga di tasca sua; negli intervalli prova a cavarsela da sola, ma si regge al bastone e deve badare a non scivolare. «I nostri movimenti sono molto affaticati», dice.

«Non so più come devo fare»

Domenico Carluzzo racconta il suo percorso a ritroso. Un anno al GOM, poi «mi hanno detto che non c’era più posto» e il trasferimento al San Giorgio. Poi, improvvisamente, la fine: «Hanno deciso di non tenerci più lì». Gli hanno proposto Scilla o Melito, si è parlato di una soluzione nella Piana. Lui, che da sette anni usa il CPAP e l’ossigeno, non può stare da solo. Il problema, spiega, è l’accompagnatrice: la persona che lo porta in ospedale la notte non guida. «Diventa un problema anche per me trovare chi mi accompagna avanti e indietro, all’una di notte specialmente. Non lo so, non so più come devo fare». Lo sconforto, ammette, arriva al punto di pensare che sarebbe meglio non esserci più, per non pesare sugli altri. (p.suraci@corrierecal.it)

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