’Ndrangheta, l’ex carabiniere che rifiutò il pizzo della cosca. «Faccio il guardiano da trent’anni»
La richiesta di guardiania nel terreno di Apollinara, a Corigliano Rossano. L’ex carabiniere offrì persino la motosega per tagliare gli alberi. La replica di Azzaro: «Le piante sono sacre!»
CORIGLIANO ROSSANO «Faccio il guardiano da trent’anni e quindi non mi serve un guardiano». Una risposta secca, pronunciata da chi quel mestiere lo aveva svolto davvero. F. A., carabiniere in pensione, si trova nel terreno agricolo che conduce in contrada Apollinara, a Corigliano-Rossano, quando un giovane gli si avvicina presentandosi come il figlio del precedente guardiano della zona. È il marzo 2018 e quello che apparentemente potrebbe sembrare un normale servizio di sorveglianza nasconderebbe, secondo gli investigatori, una richiesta estorsiva riconducibile alla criminalità organizzata della Sibaritide. Ma l’ex militare non intende pagare. La sua storia emerge dalle carte dell’inchiesta “Ginestra”, l’ultima coordinata dalla Dda di Catanzaro e che ha portato all’arresto di 41 persone. E, in un capitolo dell’ordinanza firmata dal gip Fabiana Giacchetti, emerge il controllo del territorio esercitato dalle cosche attraverso le cosiddette guardianie.
«Abbiamo messo questo ragazzo come guardiano»
L’ex militare racconta ai carabinieri che tutto sarebbe cominciato mentre stava lavorando nel fondo agricolo. Un giovane gli si sarebbe presentato davanti, spiegando di occuparsi della sorveglianza dei terreni. «Io sono il figlio del guardiano e mi occupo della sorveglianza dei giardini», gli dice. L’ex carabiniere comprende immediatamente il significato di quella visita. A suo giudizio, infatti, dietro l’offerta si sarebbe celata la richiesta di denaro per un servizio del quale non ha alcuna necessità. La sua risposta non lascia spazio a interpretazioni: «Faccio il guardiano da trent’anni e quindi non mi serve un guardiano». Il giovane si sarebbe allontanato ma, poco dopo, sarebbe tornato accompagnato da Rocco Azzaro (1954), personaggio di primo piano della criminalità coriglianese, destinatario della custodia cautelare in carcere nell’ambito dell’operazione “Ginestra”. È Azzaro, questa volta, a rivolgersi direttamente al pensionato. «Abbiamo messo questo ragazzo come guardiano», afferma, ma l’ex militare non cambia idea. Insomma, non intende corrispondere denaro e ribadisce che non ha bisogno di nessuno per sorvegliare la proprietà. Il giovane verrà successivamente identificato in Luigi Sabino, figlio di Francesco, già conosciuto nella zona come guardiano dei terreni.
Le 600mila lire pagate dal suocero
La richiesta, secondo quanto ricostruito nell’ordinanza, si inserisce in un sistema che affonda le proprie radici negli anni precedenti. L’ex appartenente all’Arma racconta che il suocero, il quale aveva coltivato il fondo prima di lui, versava ogni anno 600mila lire al padre di Luigi Sabino per il servizio di guardiania. Il pagamento avveniva in due rate: 300mila lire ad agosto e altrettante a dicembre. Ma, quando l’ex carabiniere assume la conduzione del terreno, decide invece di interrompere quella consuetudine. A spiegare il funzionamento del sistema è anche il collaboratore di giustizia Ciro Nigro, che descrive le guardianie come un’attività estorsiva radicata nelle campagne della Sibaritide. Secondo il pentito, dopo la morte del padre di Sabino sarebbe stato proprio Rocco Azzaro a indicare Luigi come suo successore. Il meccanismo prevedeva, nel racconto di Nigro, piccoli versamenti da parte dei proprietari dei terreni, generalmente di 50 o 100 euro, mentre ai possessori di appezzamenti più estesi venivano richieste somme maggiori. Un’attività che, sempre secondo il collaboratore, non comportava necessariamente alcuna effettiva sorveglianza.
«Lasciavo il cancello aperto e la motosega a disposizione»
Nelle dichiarazioni rese agli investigatori, l’ex militare in pensione ricorda anche un particolare confronto con Azzaro. Per ribadire che non avrebbe pagato, sostiene di essersi spinto fino a provocare il suo interlocutore: avrebbe potuto lasciare aperto il cancello del terreno e persino mettere a disposizione una motosega, permettendo a chiunque di tagliare gli alberi. La replica attribuita ad Azzaro è sorprendente. «Noo! Per amor di Dio… le piante sono sacre!». Una conversazione nella quale, secondo il gip, emerge comunque il peso intimidatorio della presenza di Azzaro, conosciuto per i suoi precedenti giudiziari e per la sua reputazione criminale. Il pensionato continua a rifiutare il servizio di guardiania.
Sei denunce per i danneggiamenti
A partire dal settembre 2020, il terreno diventa teatro di una successione di danneggiamenti che l’ex militare denuncia ai Carabinieri. L’8 settembre vengono danneggiati il cancello e l’impianto di irrigazione, con un danno quantificato in 700 euro. Nove giorni dopo, un incendio colpisce il ricovero degli attrezzi, dove si trovano anche l’impianto di irrigazione e centinaia di cassette di plastica: il danno denunciato ammonta a circa 7mila euro. Seguono altri episodi: un cancello divelto, un noce secolare tagliato con una motosega, quattro mandarini recisi alla base del tronco e altri cinque alberi di agrumi danneggiati. In totale, tra settembre 2020 e febbraio 2021, l’ex carabiniere presenta sei denunce. Soltanto nell’ultima decide di raccontare anche le precedenti richieste di guardiania. Fino a quel momento, spiega, aveva preferito omettere alcuni particolari per timore di conseguenze ancora più gravi. Gli investigatori esaminano anche altri episodi, tra cui il rifiuto di un lavoratore di effettuare opere agricole nel fondo. L’uomo riferisce di aver sentito voci secondo cui qualcuno avrebbe voluto impedire la coltivazione del terreno, ma ammette di non possedere elementi per individuare i responsabili.
La tentata estorsione e i limiti riconosciuti dal gip
Il giudice ritiene sussistenti gravi indizi di colpevolezza nei confronti di Rocco Azzaro e Luigi Sabino per la tentata estorsione legata alla guardiania, risalente al 2018. Secondo il gip, la richiesta avanzata da Sabino e poi sostenuta dalla presenza di Azzaro avrebbe sfruttato la forza intimidatoria collegata alla criminalità organizzata. La valutazione è diversa per le successive richieste di acquisto del fondo, avanzate da Azzaro e dal figlio Carmine. Il giudice non individua sufficienti elementi per attribuire loro natura estorsiva, ritenendole riconducibili a interessi personali. Lo stesso vale per i danneggiamenti: non sono emersi elementi sufficienti per collegarli causalmente agli indagati. Quanto a Luigi Sabino, pur riconoscendo la gravità indiziaria della tentata estorsione, il gip esclude che i fatti esaminati siano sufficienti a dimostrarne la partecipazione all’associazione mafiosa. E rigetta la richiesta di misura cautelare nei suoi confronti per l’assenza di esigenze cautelari attuali, considerato il tempo trascorso. Resta la testimonianza dell’ex militare, un uomo che aveva trascorso trent’anni nell’Arma e che, una volta in pensione, si era trovato davanti a una richiesta di sorveglianza che non aveva mai voluto accettare. (g.curcio@corrierecal.it)
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