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Proteste pacifiche

Manifestanti: dolci e fiori ai poliziotti. La lezione di Pasolini

Una riflessione sul rispetto e sui destini comuni

Pubblicato il: 31/10/2026 – 7:27
di Francesco Bevilacqua*
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È stato emozionante vedere, ieri durante le manifestazioni di protesta in varie città italiane, i giovani che erano alla testa dei cortei offrire dolci e fiori agli altri giovani, poco più grandi di loro, che li fronteggiavano, sudati, nelle loro tenute antisommossa. È stato confortante vedere cortei desistere dall’intenzione di entrare in zone considerate – a torto o ragione – off limits dalle questure.

Non è stato bello, invece, anche prima di ieri, vedere manifestanti forzare i blocchi o rivolgere parole irrispettose contro chi eseguiva solo ordini e non poteva certo unirsi a loro nella protesta se non – probabilmente molti – solo nel loro cuore. E non era stato bello neppure vedere, sabato 24 ottobre a Torino, le provocazioni orchestrate dai soliti agenti infiltrati, come nell’episodio dell’automobile scagliata contro i manifestanti e riparata poi dietro le fila della polizia.

Contraddizioni inevitabili in una società, quella italiana (ma forse vale per tutto l’Occidente) divisa e confusa, in cui le opposte fazioni in Parlamento sembrano odiarsi ed aver perso ogni barlume di buon senso, e nella quale il solco tra chi vive stentatamente e chi ostenta ricchezza si fa sempre più largo e inaccettabile.

A Napoli, ieri, un manifestante con un vassoio pieno di sfogliatelle le porgeva agli uomini della polizia dicendo: “è un nostro gesto per ringraziarli, noi siamo figli di famiglia, loro sono padri di famiglia, non dobbiamo dare addosso a loro, non sono loro il problema […] pure loro mettono la benzina in macchina, c’hanno dei figli e fanno la spesa. Giustamente sono in servizio, fanno il loro dovere […].”

Quel giovane è la prova che la ragionevolezza non è del tutto perduta, che la vera umanità sa esprimersi sempre in mezzo alla disumanità che dilaga.

Ma la colpa di questo dilagare non è né di chi manifesta giustamente, conscio che non sono più possibili rivoluzioni violente, né di coloro ai quali viene consegnato un manganello per picchiare la gente scesa in piazza. Quelli dei manifestanti pacifici e degli uomini delle forze dell’ordine sono destini comuni!

Nel giugno del 1968, dopo gli scontri di Valle Giulia fra gli studenti e la “celere”, Pier Paolo Pasolini – dimenticato dai media (non dalle persone comuni) come quasi tutti i profeti involontari di questi ultimi settant’anni – pubblicò in anteprima giornalistica su “L’Espresso” un suo articolo in versi intitolato, con un ossimoro, “Vi odio cari studenti” (il titolo originale era “Il PCI ai giovani!!”), molti, a sinistra, si indignarono. Ma diceva la pura verità: “guardateli come li vestono [riferito ai poliziotti]: come pagliacci, con quella stoffa ruvida che puzza di rancio, fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente, e lo stato psicologico cui sono ridotti (per una quarantina di mille lire al mese): senza più sorriso, senza più amicizia col mondo, separati, esclusi (in una esclusione che non ha uguali); umiliati dalla perdita della qualità di uomini per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare)”.

Forse non lo hanno letto Pasolini, la ragazza con i fiori e il giovane con i dolci. Ma certo hanno dimostrato di aver compreso quanto fossero vere ed attuali le parole del poeta più eretico dell’Italia moderna. Manifestanti e poliziotti stanno dalla stessa parte, non possono solidarizzare apertamente ma devono rispettarsi e comprendere che il nemico comune è altrove.

*Avvocato e scrittore

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