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LA RELAZIONE ANTIMAFIA

’Ndrangheta, 166 società «fantasma» dietro un solo citofono. Il sistema delle false fatture al Nord

Il caso raccontato dal procuratore Paci e ripreso nella relazione della Commissione antimafia. Imprese senza sedi operative né dipendenti e documenti fiscali fittizi. «Così le cosche fanno pagare all…

Pubblicato il: 05/11/2026 – 6:31
di Giorgio Curcio
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LAMEZIA TERME Centosessantasei società cartiere, tutte associate a un unico citofono. Nessuna sede operativa effettiva, nessun dipendente, nessuna struttura aziendale. Soltanto nominativi e imprese riconducibili, nella gestione, agli stessi soggetti. È uno degli episodi più emblematici raccontati dal procuratore di Reggio Emilia, Calogero Gaetano Paci, alla Commissione parlamentare antimafia e ripreso nella relazione sulla ’ndrangheta nell’Italia settentrionale, approvata il 3 novembre 2026. Un particolare che racconta molto più di una semplice frode fiscale. Perché dietro la proliferazione delle cosiddette società cartiere si nasconde uno dei meccanismi attraverso i quali la criminalità organizzata riesce a inserirsi nell’economia, producendo fatture per operazioni inesistenti, movimentando denaro e offrendo servizi illegali a imprese apparentemente regolari.

Le 166 società e il citofono di Reggio Emilia

L’episodio viene richiamato nell’ambito dell’audizione resa da Paci il 14 febbraio 2024. Il magistrato descrive un sistema nel quale decine, talvolta centinaia di imprese, esistono soltanto sulla carta. Nel caso citato, ben 166 società cartiere risultavano associate a un solo citofono. Una concentrazione anomala, resa ancora più significativa dall’assenza di un’effettiva organizzazione aziendale. Non si trattava, secondo quanto riferito dal procuratore, di imprese dotate di strutture autonome, lavoratori e attività produttive. Erano società la cui gestione risultava riconducibile ai medesimi soggetti. Il riferimento viene utilizzato dal magistrato per spiegare come l’impiego sistematico di società fittizie possa nascondere l’identità degli effettivi gestori e alimentare circuiti di fatturazione artificiale.

«La ’ndrangheta fa pagare allo Stato le estorsioni»

È uno dei passaggi più significativi dell’audizione di Paci, che nella relazione viene ripreso per spiegare il cambiamento dei rapporti tra criminalità organizzata e imprenditoria. Il procuratore descrive la falsa fatturazione come un meccanismo che consente alla ’ndrangheta di «far pagare allo Stato le estorsioni». Il principio è quello di trasformare il rapporto criminale in uno scambio apparentemente conveniente. Anziché limitarsi a imporre denaro attraverso minacce e intimidazioni, l’organizzazione può offrire servizi fiscali illegali a un imprenditore disponibile a utilizzarli. Attraverso fatture relative a operazioni mai effettuate, l’impresa può tentare di abbattere il proprio reddito imponibile, ridurre indebitamente le imposte e creare disponibilità finanziarie non giustificate da attività reali. L’organizzazione criminale ricava un profitto dalla prestazione illecita, mentre il soggetto che utilizza le fatture ottiene un vantaggio economico illegittimo. Il costo finisce per ricadere sulla collettività, attraverso le imposte sottratte al fisco e l’alterazione della concorrenza. È questo il cambiamento evidenziato dal procuratore: il sistema mafioso non ha sempre bisogno di ricorrere alla violenza per ottenere denaro. Può costruire rapporti di convenienza con operatori economici che accettano di partecipare al meccanismo fraudolento.

Le imprese fittizie e il mercato delle frodi fiscali

La Commissione antimafia dedica particolare attenzione alla trasformazione delle organizzazioni criminali in soggetti capaci di offrire servizi economici illegali. Le società cartiere rappresentano uno degli strumenti più utilizzati in questi circuiti. Possono emettere fatture per prestazioni mai eseguite, consentendo ad altre imprese di costruire costi fittizi e movimentazioni finanziarie apparentemente giustificate. A rendere il sistema particolarmente difficile da individuare è l’impiego di prestanome, amministratori formali e strutture societarie prive di una reale attività. Il problema non riguarda soltanto la provenienza illecita dei capitali, ma anche la possibilità che segmenti dell’economia legale utilizzino consapevolmente questi servizi. Un meccanismo emerso anche in altre indagini condotte nel Reggiano. Nel giugno 2023, nell’ambito dell’operazione Perseverance, la Polizia di Stato e la Guardia di finanza individuarono 77 soggetti sospettati di avere utilizzato fatture per operazioni inesistenti emesse, secondo gli investigatori, dalla locale ’ndranghetistica emiliana. Gli accertamenti portarono a quantificare un’evasione di oltre 3,7 milioni di euro e all’emissione di provvedimenti di sequestro nei confronti di 27 indagati.

Dalla Calabria all’economia dell’Emilia

La relazione parlamentare ricostruisce il radicamento della ’ndrangheta in Emilia-Romagna attraverso le vicende giudiziarie che hanno coinvolto, in particolare, le articolazioni della cosca Grande Aracri di Cutro. Il processo Aemilia ha rappresentato uno snodo decisivo, consentendo di accertare l’esistenza di un’organizzazione stabilmente operante nel territorio emiliano, dotata di autonomia e al tempo stesso collegata alla matrice calabrese. Secondo la ricostruzione della Commissione, il cambiamento più significativo riguarda il passaggio da una presenza prevalentemente intimidatoria a una criminalità capace di inserirsi nelle dinamiche economiche locali. False fatturazioni, società cartiere, fallimenti pilotati, riciclaggio e intestazioni fittizie sono diventati strumenti attraverso i quali le organizzazioni possono condizionare il mercato, costruire relazioni con imprenditori e reinvestire capitali. La capacità intimidatrice non scompare, ma può rimanere sullo sfondo, sostituita nella gestione quotidiana degli affari da accordi economici e interessi condivisi.

I vent’anni di vantaggio delle cosche

Nella sua audizione, Paci richiama anche un ulteriore problema: il ritardo con cui le istituzioni hanno compreso la trasformazione della presenza mafiosa in Emilia-Romagna. Il magistrato parla di una distanza temporale di almeno vent’anni tra il consolidamento delle organizzazioni criminali e la piena percezione del fenomeno da parte degli osservatori istituzionali, investigativi e culturali. Un ritardo favorito anche dall’immagine di un territorio economicamente avanzato, produttivo e apparentemente lontano dai modelli tradizionali della criminalità mafiosa. La minore visibilità delle intimidazioni non significava, tuttavia, l’assenza della ’ndrangheta. Le organizzazioni avevano semplicemente imparato a utilizzare strumenti differenti, affidandosi alla disponibilità di capitali, alle competenze professionali e alle opportunità offerte dall’economia locale. È in questo quadro che l’episodio delle 166 società cartiere assume un valore emblematico. Non tanto per il numero delle imprese fittizie, quanto per ciò che rappresenta: una criminalità capace di utilizzare le forme dell’economia legale per costruire sistemi organizzati di illegalità. E per individuare queste forme di radicamento, avverte la Commissione antimafia, non basta più cercare i segnali tradizionali della violenza mafiosa. Occorre guardare anche ai bilanci, alle fatture, alle società prive di strutture reali e ai movimenti finanziari che possono nascondere gli interessi delle organizzazioni criminali. (g.curcio@corrierecal.it)

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