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AEMILIA | Quando la 'ndrangheta cerca il consenso mediatico

È la «nuova frontiera», uno degli strumenti più efficaci attraverso cui la ‘ndrangheta si infiltra nel tessuto sociale di un territorio. I magistrati della Dda bolognese hanno pochi dubbi al riguar…

Pubblicato il: 31/01/2015 – 18:05
AEMILIA | Quando la 'ndrangheta cerca il consenso mediatico

È la «nuova frontiera», uno degli strumenti più efficaci attraverso cui la ‘ndrangheta si infiltra nel tessuto sociale di un territorio. I magistrati della Dda bolognese hanno pochi dubbi al riguardo: a dispetto del basso profilo mantenuto finora, gli uomini dei clan in Emilia Romagna si impegnavano parecchio per cercare consenso mediatico. Si tratta di un fenomeno palesemente in controtendenza rispetto alle regole del silenzio, della dissimulazione e della sommersione che finora sembravano essere osservate con disciplina ferrea da boss e gregari delle ‘ndrine attive in tutta Italia. Invece la nuova strategia, che emerge chiaramente dalle carte vergate dal gip di Bologna Alberto Ziroldi, ha un duplice effetto: amplificare la capacità della cosca di avere accesso ai mezzi di informazione e creare una percezione diversa, più morbida, dell’opinione pubblica, che nel caso preso in esame dagli inquirenti bolognesi viene quasi messa di fronte alla dicotomia «tra lo Stato vessatore – scrive il gip riferendosi alle interdittive antimafia emesse dalla Prefettura – e onesti lavoratori».
I fatti risalgono all’autunno del 2012, quando si diffuse la notizia di un cena organizzata al ristorante “Antichi sapori” gestito dal crotonese Pasquale Brescia: i commensali erano imprenditori con precedenti per associazione mafiosa, ma assieme a loro c’era anche l’allora consigliere provinciale del Pdl Giuseppe Pagliani. La notizie fece discutere e suscitò, ovviamente, parecchie polemiche. A questo punto entrò in gioco Marco Gibertini, 49enne giornalista di Telereggio finito in manette nell’ambito dell’operazione Aemilia con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, che si attivò, secondo gli inquirenti bolognesi, per organizzare la controffensiva mediatica dando voce e visibilità ad alcuni dei partecipanti a quella cena. Fu grazie a lui, per esempio, che uno dei commensali – oggi agli arresti –, Gianluigi Sarcone, venne invitato alla trasmissione “Poke balle”, per una puntata intitolata “La cena delle beffe”, e fu il protagonista di un’intervista che secondo gli inquirenti è «giornalisticamente definibile a buon diritto “in ginocchio”».
Un altro episodio analogo avvenne nel febbraio del 2013, quando fu sempre Gibertini a mettersi in moto per organizzare un’intervista a Nicolino Sarcone, fratello di Gianluigi, sul Resto del Carlino.
A fine gennaio Sarcone era stato condannato a 8 anni e 8 mesi nell’ambito del processo Edilpiovra e, pochi giorni dopo la sentenza, Gibertini, come si evince dalle intercettazioni, organizzò l’intervista. Dopo una prima telefonata tra i due, ce ne fu una seconda a distanza di meno di un’ora, e nella conversazione Sarcone pretendeva anche di sapere chi sarebbe stato a realizzare l’articolo. L’intervista uscì domenica 3 febbraio e fu lo stesso Gibertini, alle prime ore del mattino, ad avvisare Sarcone via sms. Il quotidiano, però, sostiene che l’intervista sia stata scritta su iniziativa autonoma del giornale. Di spalla all’articolo, comunque, fu pubblicato un commento – risultato indigesto a Gibertini – del direttore dell’edizione reggiana del giornale, Davide Nitrosi.
Quell’intervista fu realizzata da Sabrina Pignedoli, la cui vicenda è però ben diversa rispetto a quella di Gibertini. Sarà lei stessa infatti a riferire agli inquirenti, nell’aprile del 2014, come fosse stato modificato un passaggio chiave dell’articolo da parte del redattore Andrea Ligabue: la giornalista aveva riportato letteralmente le parole dell’intervistato – che a una domanda aveva risposto: «Io non posso negare l’amicizia con Nicolino Grande Aracri» – ma con l’intervento del redattore quella «amicizia» si tramutò in una più distaccata «conoscenza». Circa un anno dopo, a Sabrina Pignedoli arriveranno le minacce di Domenico Mesiano, ex autista del Questore di Reggio Emilia oggi ritenuto organico al gruppo criminale. La colpa che gli venne attribuita dagli uomini considerati legati alle ‘ndrine fu di essersi occupata delle vicende legate alla famiglia di Antonio Muto. Mesiano è accusato di associazione mafiosa, minacce e accesso abusivo alle banche dati della polizia.

 

Sergio Pelaia
s.pelaia@corrierecal.it

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