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Il nuovo pentito vibonese: «Avevamo notizie dalle forze dell'ordine»

VIBO VALENTIA Non ci ha pensato molto, Raffaele Moscato, prima di decidere di “cantare”. Erano infatti passate appena 24 ore dal suo arresto quando, lo scorso 7 marzo, il 28enne affiliato alla “soc…

Pubblicato il: 31/03/2015 – 15:41
Il nuovo pentito vibonese: «Avevamo notizie dalle forze dell'ordine»

VIBO VALENTIA Non ci ha pensato molto, Raffaele Moscato, prima di decidere di “cantare”. Erano infatti passate appena 24 ore dal suo arresto quando, lo scorso 7 marzo, il 28enne affiliato alla “società” di Piscopio inviava ai magistrati della Dda catanzerese, dal carcere di Bologna, una lettera in cui manifestava l’intenzione di collaborare con la giustizia. I motivi? La sua giovane età, la paura che qualcuno potesse fare del male ai suoi familiari, l’intenzione di non fare più parte della ‘ndrina cui ha dichiarato di appartenere da 5 anni. Anni durante i quali ha commesso reati come «gambizzazioni, rapine, estorsioni, traffico di sostanze stupefacenti, omicidi e tentati omicidi».
Le sue rivelazioni sono poi continuate nei giorni successivi con altri tre interrogatori, durante i quali Moscato, oltre a confermare, almeno parzialmente, la ricostruzione della faida alla base dell’operazione “San Michele” (scattata il 6 marzo e proseguita oggi), ha tratteggiato alcuni scenari inediti sul suo clan, quello dei Piscopisani. Il nuovo pentito, per esempio, ha spiegato che il suo gruppo godeva anche del legame con i Tripodi di Vibo Marina che sarebbero da considerarsi come «una cosa sola» con la società di Piscopio. Da qui il coinvolgimento nell’operazione odierna di Salvatore Tripodi, 44enne tuttora ricercato.
Moscato ha spiegato di essere stato lui l’unico esecutore materiale dell’omicidio Patania: ha sparato 13 colpi con una pistola calibro 9×21 che gli sarebbe stata consegnata da Davide Fortuna (ucciso in spiaggia a Vibo Marina nel luglio del 2012), e ha anche rivelato che le armi che avrebbero a disposizione i Piscopisani (4 kalashnikov, una ventina di fucili, una quindicina di pistole) erano custodite da Franco La Bella (detto “Camagna”, arrestato oggi) e si troverebbero sparse in luoghi diversi, spesso nascoste «sotto terra, in dei pilastri di plastica che solitamente vengono utilizzati per fare gli archi in cartongesso».

 

L’AGGUATO
L’omicidio di Michele Mario Fiorillo era avvenuto il 16 settembre 2011 nel “territorio” dei Piscopisani, ma senza il loro consenso. Gli uomini del clan emergente si riunirono dietro il bar di Piscopio per discutere dell’accaduto e, secondo quanto riferito da Moscato, la decisione di vendicarsi assassinando Fortunato Patania l’avrebbero presa lui, La Bella, Rosario Fiorillo, Rosario Battaglia e Francesco Scrugli. «Quello che era più convinto e lo voleva di più di tutti – ha dichiarato il nuovo pentito – era Fiorillo Rosario (detto “Pulcino”), che è il soggetto più sanguinario della cosca». Moscato ha ricostruito davanti agli inquirenti tutta la preparazione dell’agguato: dal furto dell’auto alla preparazione dei “cappucci”, ricavati da una maglietta nera all’interno del «bar Imperial sul corso di Vibo Marina». E ci furono anche alcuni incontri preliminari, prima tra Battaglia e Tripodi, poi tra lo stesso Battaglia, Fiorillo (“Pulcino”) e Nazzareno Fiorillo (“Tartaro”), da cui arrivò il benestare all’omicidio del boss di Stefanaconi.
Il commando, partito da una campagna di Piscopio il 18 settembre 2011, percorse in auto la strada che da Stefanaconi porta alla valle del Mesima, dove si trova l’area di servizio di proprietà dei Patania. «Era previsto che dovevamo ucciderlo quando si ritirava, sulla strada da Stefanaconi ma, dato che lui non passava con l’autovettura da lì, ci è arrivata una chiamata da Battaglia Rosario; parlavamo nell’occasione con due telefoni nuovi mai usati (come spesso facevamo); con una telefonata di tre secondi mi disse “vieni qua di nuovo”; in quella conversazione io facevo la voce alterata (“grossa”) per non farmi riconoscere. Quindi – prosegue il racconto del pentito – siamo risaliti nella stradina da dove eravamo partiti e Battaglia ci comunicava, per averlo saputo da Fortuna Davide, che effettivamente faceva da vedetta come è riportato negli atti, che Fortunato Patania stava giocando a carte e si poteva “prendere” là ; a quel punto siamo tornati e abbiamo fatto l’agguato, nel quale, ripeto, ho sparato io».

 

LA “FUNZIONE” DEL KALASHNIKOV
Il kalashnikov che in quell’occasione imbracciava La Bella e che poi si inceppò aveva una sua “funzione” ben precisa. La sera prima dell’agguato, Battaglia e Moscato – sempre stando al racconto di quest’ultimo – andarono a dare le condoglianze alla famiglia di Michele Mario Fiorillo, che era stato ucciso due giorni prima, e si allontanarono dalla loro casa assieme al figlio della vittima, Pasquale. Questi avrebbe voluto partecipare all’omicidio, ma non gli fu stato permesso perché sarebbe stato individuato facilmente. «In quel momento – ha dichiarato Moscato – Pasquale Fiorillo ci chiese un favore, poiché il padre era stato brutalmente assassinato con un colpo di fucile in faccia, ci disse se potevamo scaricare un caricatore di kalashnikov in faccia anche a Patania Fortunato». E così sarebbe stato se il mitra non fosse stato caricato male proprio da Moscato. A delitto consumato, La Bella e Moscato andarono a bruciare l’auto e, ad attenderli sul posto, c’erano due scooter, uno guidato da Rosario Fiorillo e l’altro dal nipote di La Bella, Michele Russo, anche lui arrestato oggi.

 

«DA TRIPODI SOSTEGNO E SOLDI»
Moscato ha dichiarato che il via libera di Tripodi al delitto rafforzò la determinazione dei Piscopisani a uccidere Patania, perché dopo l’agguato il clan avrebbe potuto contare anche sul suo appoggio. «Dopo dell’omicidio, difatti, Battaglia Rosario ha anche ricevuto da Salvatore Tripodi una somma di 5-10.000 euro poiché, dovendo stare fermi senza andare a prendere soldi in giro, ci potevano servire». Tripodi, oggi ricercato, ha sposato una delle sorelle Mantino, cugine dei Piscopisani Battaglia e Rosario Fiorillo. La cosca di cui farebbe parte è legata ai Mancuso, da qui le dichiarazioni del procuratore Lombardo sul fatto che nella faida siano intervenute le diverse articolazioni del clan di Limbadi, ma «non tutte schierate dalla stessa parte».

 

«AVEVAMO NOTIZIE DALLE FORZE DELL’ORDINE»
Piuttosto inquietante è anche un’altra rivelazione, in parte coperta da omissis, che Moscato ha fatto agli inquirenti: «Devo precisare che noi abbiamo sempre saputo che c’erano le telecamere in piazza a Piscopio, così come sapevamo tante altre cose sulle indagini che venivano svolte; c’erano anche appartenenti alle forze dell’ordine che ci davano notizie. Sapevamo, ad esempio, che ad essere indagati, inizialmente per l’omicidio Patania eravamo io, Fortuna e Scrugli».

Sergio Pelaia

s.pelaia@corrierecal.it

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