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Trame e la “sintassi” della 'ndrangheta

Non è una ‘ndrangheta rozza o sprovveduta quella che sente il bisogno di perpetuarsi e di comunicare al suo interno in maniera a prima vista “primitiva”. Simboli, codici e giuramenti messi nero su …

Pubblicato il: 23/06/2015 – 11:47
Trame e la “sintassi” della 'ndrangheta

Non è una ‘ndrangheta rozza o sprovveduta quella che sente il bisogno di perpetuarsi e di comunicare al suo interno in maniera a prima vista “primitiva”. Simboli, codici e giuramenti messi nero su bianco su fogli di fortuna e calligrafie incerte e nervose (molti raccolti nell’appendice del libro “Riti criminali” di Enzo Ciconte recentemente presentato a Trame), dimostrano semmai il contrario: che, come rileva lo storico nelle pagine del saggio, alla criminalità conviene mantenere la natura di holding e quella folkloristica che richiama a santini, fiori, specchi e spilli. Non è, quindi, assurdo che un’organizzazione che ha diramazioni ormai ovunque e che di giorno in giorno ingrossa le fila di colletti bianchi che ne sposano la “causa”, che ha al suo servizio menti brillanti e istruite ed è impegnata in commerci sempre più redditizi e al passo con tempi e necessità – dunque ancora più pericolosa – senta il bisogno di palesarsi in versi dove “si forma e si sforma”, caratterizzati da saluti arcaici come “buon vespero” o che richiamano a Garibaldi, Mazzini e La Marmora. Non è neppure strano che in Paesi come la Germania decida di cavalcare il mercato dei cd musicali con proprie produzioni che veicolano l’immagine di un’organizzazione immutabile, ma che sono in grado di scalare le classifiche e di raggiungerne, addirittura, le vette. Così, infatti, si consolida la tradizione e dunque la politica delle origini, ci si ammanta di un alone di mistero che affascina la parte più bassa della piramide – e purtroppo anche chi si trova all’esterno e “rispetta” i figuri in grado di offrire protezione – ma, soprattutto, si occulta il vero volto della criminalità organizzata. Che non tarda ad apparire ingenua, innocua, bisognosa di paramenti e fogli a quadri per non dimenticare quanto appuntato, da ripiegare e poi nascondere in tutta fretta.
In realtà, lo ha spiegato ancora Ciconte in “Riti” e al festival lametino, non si tratta di un folklore fine a se stesso, e questo lo aveva già capito nel lontano 1988 Nicola Calipari che, in missione in Australia, trovò codici che subito allegò a una relazione indirizzata al ministro dell’Interno. Più di recente, è stata la clamorosa ripresa del “giuramento del veleno” avvenuta in un capannone a Castello Brianza, ben presto veicolato su YouTube, a riportarci in un universo che forse le cronache ci avevano fatto dimenticare, ma che anche da aspetti come questo trae la sua forza. La stessa che è implicita nelle parola: allora si può certamente dire che anche la ‘ndrangheta per crescere ha bisogno della grammatica e della sintassi. Quella delle origini era popolata da analfabeti, se pur scaltri, che però sono stati in grado di mettere in piedi un sistema di formule che si è perpetuato fino a oggi. Non concetti standardizzati, ma scritti differenti per aspetti di poco conto (parole, invocazioni e riferimenti che cambiano all’improvviso in un testo che fino a un certo punto sembrava identico), su cui, ora che le carte sono scoperte, si concentrano gli interessi di studiosi e inquirenti. La vecchia, aveva al suo interno parole che tutti conosciamo, ma che allora avevano significato diametralmente opposto.
Così ‘ndrangheta, assicura il linguista Paolo Martino, una volta coincideva con «un incondizionato sentimento di rispetto», in Sicilia “mafia” rimandava alla bellezza, all’eccellenza, mentre a Napoli “lazzarone” era l’appellativo che gli spagnoli utilizzavano in memoria dei poveri. Oggi, quando tutto questo ha assunto connotazione negativa, la partita dei codici si gioca su un linguaggio che «ai giudici – scrive Ciconte – è apparso come sorprendente», perché povero o incompiuto ma ricco di sottigliezze e figure retoriche (frequenti le allitterazioni e le allegorie), quando si tratta di ribadire l’importanza dell’ “onorata società” o di gonfiarne quanto di buono c’è al suo interno. Non poesiole che fanno sorridere, come il docente ha compiutamente ricordato a Lamezia, o formule per accogliere la braccia chiamate a fare il lavoro sporco. Quasi un qualcosa che riporta alla religione, che da sempre ha i suoi libri, i testi che legano gli adepti a un determinato credo. Semplificativo più di tante analisi è quanto detto da un collaboratore di giustizia un pubblico ministero, come riporta lo storico a conclusione di “Riti criminali”: «Vorrei precisare – sono parole dello scorso anno – che queste cose che ho raccontato non sono né una nota di colore né un folklore calabrese, ma sono ciò che costituiscono la vera forza, il vero collante della ‘ndrangheta: quello che la differenzia da tutte le organizzazioni criminali, e quello che fa resistere gli affiliati all’interno dei carceri anni e anni di galera e di condanne».

 

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