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“Overing”, il narcos vibonese sequestrato dagli albanesi

CATANZARO Con l’operazione Overing la Calabria si conferma crocevia internazionale del narcotraffico. Dalla Calabria passava la droga da lavorare, da estrarre e raffinare nel laboratorio di Spiling…

Pubblicato il: 09/07/2015 – 15:36
“Overing”, il narcos vibonese sequestrato dagli albanesi

CATANZARO Con l’operazione Overing la Calabria si conferma crocevia internazionale del narcotraffico. Dalla Calabria passava la droga da lavorare, da estrarre e raffinare nel laboratorio di Spilinga, gestito da Domenico Cino per contro dei fratelli Cortese. Sono loro, i vibonesi di San Gregorio d’Ippona che gestiscono i contatti con i narcotrafficanti sudamericani e non solo. Perché ci sono anche gli albanesi, acquirenti particolarmente pericolosi. Ne ha provato la ferocia sulla propria pelle Francesco Cortese che a luglio del 2009 è stato tenuto in ostaggio in Spagna dagli albanesi, convinti di essere stati frodati dai calabresi. Solo l’intervento di suo fratello Fabrizio, che si trovava in Sud America, e di Ciro Davolo, gli ha permesso di fare ritorno, sano e salvo, in Italia. Un episodio degno delle migliori puntate della serie “Gomorra” che ha avuto inizio a fine maggio del 2009, quando Francesco Cortese prende contatti, tramite suo fratello Antonio, con gli albanesi Elton Zotaj, detto “il biondo”, Riza Baco, detto “Rosario”, e Aldo Gorgaj. Sono la cellula romana di una più grossa organizzazione albanese dedita allo spaccio di cocaina. L’affare prometteva bene – stando a quanto riportano le carte dell’indagine – ai fratelli Cortese che avrebbero venduto la cocaina a 33mila euro al chilo, a fronte dell’effettivo importo di 27mila euro, con un guadagno di 6000 euro al chilo. Avuta la disponibilità della partita di cocaina, Fabrizio Cortese, dal Sud America, spedisce suo fratello Francesco in Spagna, in compagnia di Elton Zotaj, il biondo. Le cose precipitano quando i colombiani operanti in Spagna – all’insaputa dei vertici sudamericani – spariscono con il denaro degli albanesi. Non si tratta di bruscolini ma, ritengono gli inquirenti, di circa 150mila euro. Gli albanesi, a questo punto, hanno una sola “assicurazione” tra le mani: Francesco Cortese. E decidono di tenerlo in ostaggio minacciandolo di morte se non avessero avuto indietro il loro denaro.
La conversazione tra il “biondo” e Antonio Cortese non lascia spazio a dubbi:

Biondo: A me non frega un cazzo di risolvere questa situazione qua…non hai capito questo qua
Antonio:Oh…guarda un po’… guarda un po’… un attimino
Biondo: Io non guardo un attimino… ci stanno prendendo per il culo i tuoi paesani per prima….
Antonio: Mannaggia….
Biondo: …non hai capito cosa succede….
Antonio Antonio:…santa pupa…porca…
Biondo: ….ci stanno prendendo per il culo per prima i tuoi paesani…
Antonio:….porca troia…
Biondo:…qui finisce malissimo….non hai capito come finiscono queste cose.
Antonio: No…non arriviamo a questo….non arriviamo a questo….
Biondo: Questa cosa finisce fino all’ultimo.
Antonio: Non…non dobbiamo arrivare a questo….non dobbiamo arrivare a questo….no…non dobbiamo arrivare….
Biondo:Per i soldi tu allora….i soldi tu….tu li hai i soldi?
Cortese Antonio:No….io non li ho i soldi!
Biondo:Ah? Non hai i soldi?
Antonio: Non ho i soldi…non ho i soldi! Ma i soldi li trovate la… li trovate la…stai tranquillo che li trovate la….ritornano indietro i soldi….sicuramente
Biondo: Ritornano indietro i soldi? Ah?….Ritornano indietro?
A questo punto partono le concitate trattative per riportare a casa Francesco Cortese.
Saranno i fratelli Cortese con l’intervento di Ciro Davolo a calmare gli albanesi e riuscire a risarcire il danno che hanno subìto. Ma le trattative non saranno facili. Francesco Cortese riuscirà a tornare in Italia solo nell’ultima decade di luglio.

 

IL CODICE Per comunicare tra loro i narcos calabresi e colombiani avevano conordato un metodo preciso, scoperto dasgli inquirenti anche grazie alle dichiarazioni del borker pentito Domenico Trimboli. Per scambiarsi un numero di telefono, per esempio, i trafficanti usavano un codice criptato composto da lettere, ad ognuna delle quali corrispondeva un numero. Per le comunicazioni via mail, invece, i narcos creavano un indirizzo di posta elettronica con una password nota ad entrambi gli interlocutori che dovevano utilizzarlo. In questo modo, il messaggio da far arrivare all’interlocutore non veniva inviato, ma solo salvato nella cartella “bozze” e quindi letto senza il rischio di essere intercettato. Infine, il Ros dei carabinieri è riuscito a tradurre il linguaggio criptico utilizzato dai narcos.

 

Alessia Truzzolillo

a.truzzolillo@corrierecal.it

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