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«A Torino? Più omertosi che a Locri»

REGGIO CALABRIA «A Torino? Più omertosi che a Locri». Quando finalmente riescono a stringere le manette ai polsi ai fratelli Crea e a chi a Torino ha permesso loro di comportarsi come i padroni del…

Pubblicato il: 17/01/2016 – 10:56
«A Torino? Più omertosi che a Locri»

REGGIO CALABRIA «A Torino? Più omertosi che a Locri». Quando finalmente riescono a stringere le manette ai polsi ai fratelli Crea e a chi a Torino ha permesso loro di comportarsi come i padroni della città, i carabinieri del Provinciale sono soddisfatti, ma anche – almeno in parte – frustrati. Lo stesso risultato avrebbero potuto ottenere molto prima e molto più facilmente se qualcuno degli imprenditori strozzati dalle ‘ndrine piemontesi avesse collaborato. È quanto emerge dalle carte dell’operazione “Big bang”.

SILENZIO Piccolo o grande che fosse il loro business, identico è stato il silenzio. Tombale. Anche di fronte alle minacce più pesanti, si preferisce tacere. Piuttosto che prendere posizione contro i clan, si preferisce chiudere la ditta e lasciare la città. «Ho paura per me e per la mia famiglia ed è proprio per questo motivo che sto cercando di spostare ì miei interessi personali, professionali e familiari all’estero». A parlare è l’imprenditore che si è visto recapitare dai clan una testa di maiale accompagnata da un bigliettino – «la prossima è la tua» – come sollecito di versamento dei centomila euro che i Crea avevano preteso come «sostegno ai detenuti». Ma l’uomo non si è presentato spontaneamente dai carabinieri, non ha chiesto aiuto. Per mesi ha sopportato pressioni crescenti in silenzio. «Avevo paura di denunciare».

UN REGALO PER I DETENUTI Tutto è iniziato con un bigliettino lasciato da uno sconosciuto in azienda: «Sono Max il lavandaio, contattami con urgenza». Un messaggio inusuale da parte di quello che non era che un conoscente, ma sufficiente ad impensierire l’imprenditore che si affretta a contattare Max. E tramite lui – al secolo Massimiliano Ungaro, fra i venti finiti in manette – i Crea iniziano a braccarlo. Vogliono centomila euro «per i detenuti» e li vogliono in fretta. Per questo, di fronte al no dell’imprenditore, in breve le minacce si sostituiscono alle richieste “garbate”. Ma in ogni caso – dice l’uomo ai carabinieri arrivati a bussare alla sua porta sulla base delle conversazioni intercettate fra gli uomini del clan – «Preferii non fare denuncia, immaginando che la cosa potesse finire. Stavo attento a dove andavo, mi guardavo alle spalle, non frequentavo locali. Passò così l ‘estate».

UN MACABRO OMAGGIO Ma i clan non dimenticano, i clan non lasciano perdere. Per ricordare all’uomo le richieste dei Crea, a casa gli consegnano una cassa simile a quelle che contengono lo champagne. Ma non conteneva nessuna bottiglia. «Era la testa di un maialino. Il sacco in cui era contenuta era sporco di sangue. Nel biglietto c’era scritto “la prossima volta mettiamo la tua testa” o comunque una frase simile, vi consegnerò il biglietto. Ho portato in officina fa scatola. Non ho fatto vedere nulla del contenuto a mia moglie. Ho buttato tutto nel cassonetto del capannone. (…) Non ho estratto la testa cli animale dalla scatola, i ‘ho mossa con un bastone per vedere se dentro ci fosse dell’altro, non ho visto altro». Un regalo macabro e sconvolgente che però non spingerà l’imprenditore a denunciare. Sebbene valuti l’eventualità, alla fine l’uomo preferisce tornare a parlare con il clan, magari scendere a patti, trovare un compromesso.

VUOI VEDERE LA FOTO DEI TUOI FIGLI? «Per due giorni non ho dormito. Ho pensato a tutto, a fare denuncia, a reagire. Decisi di andare in lavanderia. Max fece tornare Cosimo nei pressi della lavanderia. Lo incontrai nel parcheggio dietro alla Gran madre. Mi spaventava anche il fatto che mi incontrasse in un luogo aperto , che non stesse mai fermo, che passeggiasse di continuo. Gli dissi se serviva fare quel che aveva fatto. Gli dissi: “ma è una cosa da fare”. E lui mi disse “Così capisci come funziona”». E il funzionamento prevede che le minacce, progressivamente salgano di livello. «Mi fece capire che sapeva dove abitavo, dove abitavano i miei figli e io gli chiesi se dovevo prenderla come un ‘altra minaccia E lui, me lo ricorderò per tutta la vita, mi disse: “Vuoi che ti faccio vedere la foto con i tuoi figli?” lo immediatamente pensai che proprio la domenica precedente ero andato in chiesa a Pavarolo con la mia bambina e il mio figliolo a una messa, ed avevo parlato con il parroco per questioni dell’Oratorio” lo gli dissi a quel punto che avrei trovato il modo di dargli una mano. Poi Cosimo non l’ho più visto».

INUTILI CONSIGLI Nonostante le minacce pesantissime, l’imprenditore persevera nel ricercare una soluzione senza coinvolgere i magistrati o le forze dell’ordine. Arriva a chiedere consiglio persino ad un vecchio pregiudicato calabrese, come lui frequentatore abituale di un bistrot. « Lui mi disse che quello che mi avevano fatto era una porcheria, e che però lui era malato, aveva il Parkinson, che quelle erano brutte persone, che non poteva intervenire, che quelli erano dei disgraziati e che se mi avessero di nuovo dato fastidio mi sarei dovuto rivolgere ai carabinieri. Io non avevo intenzione di fare denuncia». Anche il suo legale lo spinge a denunciare, ma l’uomo rimane arroccato sulle sue posizioni. «Lui mi ha detto di non pagare nulla e mi ha consigliato di denunciare subito. Si offrì di mettermi in contatto con la procura o con i carabinieri. Gli chiesi se mi dovessi preoccupare e lui mi rispose che alla prima nuova occasione in cui quelle persone si fossero rifatte vive avrei dovuto denunciare».

LA FUGA L’uomo tentenna, fin quando alla sua porta non bussano gli investigatori. Sanno perfettamente cosa stia succedendo, le pressioni di cui è vittima, le minacce ricevute, perché hanno ascoltato gli uomini del clan parlarne al telefono. E con loro l’imprenditore parla solo perché sa che – almeno per un po’ – si allontanerà da Torino. «Ho valutato attentamente a questo punto una prospettiva che mi si è aperta recentemente, e cioè quella di recarmi a lavorare in Svizzera. Ho accettato una proposta di lavoro semestrale in Svizzera, ho fatto richiesta del permesso di soggiorno, e lì so dì trovare un altro mondo ed altre opportunità di lavoro importanti. Questo, nonostante io ami il mio paese». Ma la paura di tornare a scontrarsi coi i clan è probabilmente troppo forte. E l’incubo degli ultimi mesi – confessa – val bene un esilio.

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

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