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SOGNO ROSSOBLÙ | L’ultima partita in Corte d’Appello

CROTONE Sul campo ormai è fatta. È nelle aule giudiziarie, però, che il Crotone gioca la sua partita più delicata. Nelle prossime settimane, infatti, davanti alla Corte d’Appello di Catanzaro arriv…

Pubblicato il: 29/04/2016 – 21:17
SOGNO ROSSOBLÙ | L’ultima partita in Corte d’Appello

CROTONE Sul campo ormai è fatta. È nelle aule giudiziarie, però, che il Crotone gioca la sua partita più delicata. Nelle prossime settimane, infatti, davanti alla Corte d’Appello di Catanzaro arriverà la richiesta di sequestro arrivata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. La società fa parte del lunghissimo elenco di beni – il valore complessivo sfiora gli 800 milioni di euro – sui quali i magistrati antimafia vorrebbero apporre i sigilli. L’appello della Dda (il Tribunale di Crotone ha respinto in prima istanza l’applicazione della misura) è firmato dal procuratore aggiunto Giovanni Bombardieri e dal sostituto Domenico Guarascio. Per loro, Raffaele Vrenna, presidente della squadra, e il fratello Giovanni sono socialmente pericolosi. Per sostanziare la loro ipotesi, i due magistrati utilizzano (anche) le parole del pentito Luigi Bonaventura. Il collaboratore di giustizia ha spiegato «di essere stato assunto dalle aziende dei Vrenna e, dopo essere stato licenziato, di aver percepito dazioni di danaro in nero». È un «mezzo pizzo», secondo Bonaventura. Sono dichiarazioni, secondo i pm, che «spiegano la natura del rapporto mafioso (…) e come il Vrenna, appoggiato dalla cosca, sia stato capace di sbaragliare la concorrenza nel Crotonese e godere di protezione nei confronti delle altre ’ndrine». Da questo rapporto inconfessabile deriverebbe, dunque, il successo imprenditoriale nel campo dei rifiuti.
Non è tutto. Bombardieri e Guarascio attingono anche dalla sentenza d’Appello del processo Puma. Nonostante l’assoluzione, le parole nei confronti di Raffaele Vrenna non sono tenere: «Si rivolge alle persone giuste, ovvero ai Maesano e a Giovanni Puccio (presunti esponenti delle cosche crotonesi, ndr); lo fa perché intende lavorare, è accecato dalla brama di profitto, intende realizzare a ogni costo le villette, sa che produrranno guadagno e utile, è disposto a qualunque cosa pur di procedervi, persino a compiere – deliberatamente – atti viziati di palese falsità; (…) sa anche di affidare l’esecuzione dei lavori a persone chiacchierate, come Tommaso Zicchinello (imputato e condannato anche in Appello per associazione di ‘ndrangheta e del quale lo stesso Vrenna dice che “di nome sapeva appartenere alla famiglia mafiosa Maesano”)». È la sentenza di assoluzione – che, secondo il Tribunale di Crotone, sconsiglia l’applicazione delle misure chieste dalla Dda – a evidenziare che l’imprenditore «scende a patti per lavorare con chi necessariamente doveva mettere becco negli affari di Praialonga».
È una collaborazione pericolosa: da una parte gli imprenditori concedono denaro e assunzioni, dall’altro la cosca garantisce protezione e «l’espansione degli affari commerciali». Succede, così, che quando un’impresa di Raffaele Vrenna prende un appalto nel Cosentino il boss Pino Vrenna invii un suo emissario a «trattare con i clan di quella zona».  E addirittura il leader del Locale di Cutro Nicolino Grande Aracri definisce Raffaele Vrenna «un grande compagno nostro».
Parole che seguono come un’ombra l’imprenditore da anni. Vrenna è ancora nel mirino, nonostante l’assoluzione. O, meglio, proprio in virtù delle parole che la raccontano. E, con la sua storia imprenditoriale, è finita nel mirino anche la favola del Crotone.

Pablo Petrasso
p.petrasso@correrecal.it

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