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La vittoria del No e il Pd che perde credibilità

Molti dati, forse troppi, hanno affollato il magnifico risveglio del 5 dicembre rendendone complessa la lettura. Quella del 5 dicembre è una data che potrà essere  ricordata in futuro come que…

Pubblicato il: 06/12/2016 – 6:48
La vittoria del No e il Pd che perde credibilità

Molti dati, forse troppi, hanno affollato il magnifico risveglio del 5 dicembre rendendone complessa la lettura. Quella del 5 dicembre è una data che potrà essere  ricordata in futuro come quella nella quale il corpo referendario ha inferto una solenne bocciatura di un indirizzo di revisione costituzionale imposto dal partito democratico e da alcuni suoi sodali parlamentari (fra cui Verdini, Alfano ed altri); una bocciatura che ha un suo corrispettivo nell’altrettanta solenne bocciatura del corpo referendario inferto all’indirizzo di riforma della maggioranza di centro destra Berlusconi-Bossi (nel 2006). Ora come allora gli esiti del pronunciamento referendario sono assolutamente chiari per non imporre una qualche riflessione e qualche suggerimento. La riflessione, innanzitutto, è quella che porta a prendere atto con piena soddisfazione di tutti del grado di maturità civica espressa dai cittadini, i quali hanno assicurato un’affluenza alle urne di tutto rispetto (65,47% dei votanti). Il 41 % circa di essi si è espresso in favore del Sì; il 59,11% in favore del No.
Ora che la campagna referendaria ha concluso il suo percorso consegnandone gli esiti alla storia del Paese, può dirsi che i cittadini che hanno partecipato al voto hanno avuto idee quanto mai chiare a fronte delle minacce non solo larvate di cui la stampa nazionale, quella europea e quella internazionale li aveva riguardati, unitamente ad una quantità di endorsement che credo sia difficile reperire nella storia dei referendum (non solo in Italia). Pertanto, una prima valutazione si impone: chapeau ai cittadini per la fermezza che hanno saputo esprimere nel difendere le ragioni della Costituzione attaccata da argomentazioni assolutamente fallaci dei sostenitori del Sì. A partire dalle argomentazioni somministrate agli italiani dal presidente del Consiglio nelle sue interminabili frequentazioni delle bande radiotelevisive, battendo in veemenza comunicativa solo le competenze di marketing della signora Vanna Marchi. Dunque un popolo conscio della sfida riformistica e maturo nelle decisioni di rigetto del progetto di revisione costituzionale unitamente alla illiberale legge elettorale ipermaggioritaria che l’accompagnava! Una sfida complessa e difficile che imponeva agli italiani di affrontare preventivamente un corso di diritto costituzionale prima di potersi determinare al voto! Occorrerà ben ricordarsene in futuro perché questa è una risorsa positiva che l’esperienza consente al Paese di poter tesaurizzare. 
Ma c’è un secondo ulteriore profilo egualmente positivo da sottolineare soprattutto da parte di chi, in modo diuturno negli ultimi due mesi e nei fine settimana a partire dal mese di giugno scorso, ha avuto modo di incontrare moltissimi cittadini nell’ambito di iniziative pubbliche alle quali era stato invitato per spiegare la riforma. Lo dirò con un termine che apparirà indubbiamente enfatico, ma che costituisce la verità di quanto abbiamo potuto osservare nella Calabria jonica, in quella tirrenica, nei centri montani, in quelli marini e nelle pianure della regione. Insomma, dappertutto, senza distinzioni di geografia, è stato possibile apprezzare quello che autorevoli giuristi hanno denominato patriottismo costituzionale.
A chi scrive, con piacevole sorpresa, è capitato di ascoltare parole di forte adesione ai valori costituzionali nelle stesse iniziative organizzate da forze politiche che un tempo si sarebbe qualificate di estrema destra e che chi ora scrive ha accettato di frequentare per parlare (su loro invito) della Costituzione e nelle quali devo testimoniare di aver ascoltato solo parole positive nel senso della difesa dei valori e degli equilibri costituzionali. Se proprio devo raccontarla tutta, devo ricordare come un paio di mesi di queste magnifiche peregrinazioni costituzionali per la Calabria hanno imposto di osservare una qualche latitanza (tranne che nelle ultime due settimane) dei giovanissimi e dei giovani. Il voto di questi ultimi, come sappiamo, è stato determinante per il successo referendario.
I dati disagreggati ci raccontano del 19% di voti per il Sì e dell’81% di voti per il No nella fascia di età dai 18 ai 34 anni. Il 33% in favore del Sì e il 63% in favore del No nella fascia di età dai 35 anni ai 54 anni; ed infine il 53% in favore del Sì e il 47% in favore del No nella fascia di età da 54 anni in poi. Per esigenze di credibilità della narrazione sul patriottismo costituzionale ascoltato nelle diverse realtà della regione, occorre quindi aggiungere che queste iniziative hanno forse avuto una mera finalità di comunicazione sulla necessità di un allarme democratico, in quanto i giovanissimi che non ci hanno molto ascoltato in realtà avevano già le idee ben chiare e le idee erano in favore del No in modo assolutamente maggioritario. Ciò con buona pace della masse di benefit distribuiti in modo del tutto discutibile (per tenere a bada gli aggettivi) dal presidente del Consiglio! Chi ha frequentato i dibattiti alla fine ha votato in modo prevalente per le ragioni del Sì. Dunque c’è un’analisi del tutto meritevole di essere approfondita e non c’è dubbio che i sociologi e i politologi dei nostri atenei calabresi potranno scandagliarne adeguatamente gli esiti.
Una ultima riflessione per concludere. Su questo stesso giornale nella giornata di ieri abbiamo potuto leggere analisi puntuali di commento dei dati referendari. Tutte convergono nel dare atto della vera e propria débacle del Pd calabrese (come anche di quello nazionale) che non si è fermata di fronte alla classiche roccaforti costituite dalle stesse  città natali dei più noti leaders della politica regionale del partito democratico.
Salvo a interrogarsi, come avverrà indubbiamente nelle prossime ore, se la lettura dei risultati referendari costituisca o meno una sconfitta politica dello sfidante Renzi (con il suo 40% di consensi) rispetto alle altre forze politiche coalizzate nel sostenere le ragioni del No, scrivendo ad urne ancora calde, così, pare doversi sottolineare una ultima considerazione che si aggiunge a quelle affrontate in precedenza. In essa deve darsi atto che il Pd può ormai cogliersi come “un partito senza antenne”, come un partito che avendo deciso questa trasformazione genetica (in corso da almeno un decennio) da partito di massa a partito di opinione ha finito con il perdere la stessa capacità di leggere le opinioni, con i consensi e i dissensi che il corpo sociale non ha fatto mancare a chi aveva volontà di capire. In realtà, la leadership dei Renzi ha ubriacato questo partito facendogli perdere ogni contatto con la realtà e con la rappresentanza dei bisogni a cui deve attendere se non proprio come partito di sinistra (come da tempo non vuole più essere colto) almeno come partito di centro-sinistra.
Procedendo per approssimazioni ideali e culturali successive, esso è addivenuto a presentarsi alla società come un partito di centro che guarda a destra. Ma la destra era ed è già affollata nel panorama politico nazionale e il voto non ha potuto ricadere su di esso. Se non abusassimo eccessivamente del linguaggio, ma per essere molto chiari, si direbbe che abbiamo assistito ad un processo di suicidio deliberatamente programmato a tavolino alla ricerca di un nuovo partito che le ceneri del vecchio Pd avrebbe dovrebbe in qualche modo legittimare nella sua futura emersione. Capirne le ragioni è ciò a cui dovremo applicarci nelle prossime ore e settimane (se lo riterremo meritevole di impegnare il nostro tempo e la risposta positiva non è detto che debba ritenersi scontata).

*Costituzionalista e già docente Unical

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