L'"Isola" del clan Arena
CATANZARO Società paravento per occultare la presenza della cosca Arena nell’affare del parco eolico tra i più grandi in Europa. Ad un certo punto Pasquale Arena, 64 anni, colpito venerdì da un decre…

CATANZARO Società paravento per occultare la presenza della cosca Arena nell’affare del parco eolico tra i più grandi in Europa. Ad un certo punto Pasquale Arena, 64 anni, colpito venerdì da un decreto di sequestro – nell’ambito dell’operazione “L’isola del vento” – che comprende quote societarie e l’intero complesso aziendale del parco eolico, aveva cercato di coinvolgere nell’affare, senza riuscirvi, anche il pentito Giuseppe Giglio. Le coperture, alcune delle quali portavano anche all’estero (Germania, Svizzera e Repubblica di San Marino) si erano rese necessarie quando, nel 2006, sopra di lui si erano accesi i riflettori ed era stato denunciato dalle fiamme gialle «perché ritenuto responsabile di associazione mafiosa, malversazione ai danni dello Stato, turbata libertà degli incanti e truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche». Non male per un dipendente comunale, assunto nell’amministrazione comunale di Isola Capo Rizzuto nel 1980 con una delibera della giunta municipale «composta nella sua quasi totalità da soggetti gravati da precedenti di polizia per associazione mafiosa, truffa ed interessi privati in atti d’ufficio, in un Comune peraltro oggetto per diversi anni di commissariamento per infiltrazioni mafiose». Un ruolo, scrivono i giudici del Tribunale di Crotone, che «avrebbe consentito agli esponenti della sua famiglia di godere di un canale privilegiato nel controllo o condizionamento delle decisioni politiche sul territorio».
DOMINUS INCONTRASTATO A Pasquale Arena sono stati ricondotti elementi di pericolosità sociale legati anche ia suoi rapporti di parentela, essendo nipote diretto del vecchio capo clan Nicola Arena, nonché fratello del boss Carmine Arena, ucciso in un agguato mafioso, a colpi di bazooka, il 2 ottobre 2004. «Un dato questo – scrivono i giudici – apparentemente insignificante se non si coordinasse proprio con la struttura delle ‘ndrine calabresi, a connotazione tipicamente familiare, e con la circostanza che il proposto convive nello stesso stabile ove dimorava il fratello deceduto Carmine e il nipote Fabrizio Arena (anch’egli elemento di spicco della cosca), mantenendo quindi, nel tempo, dei contatti sicuri e diretti con tutti i membri della famiglia Arena».
Secondo la Procura distrettuale di Catanzaro, Pasquale Arena «avvalendosi di terzi prestanome interposti nella titolarità delle quote sociali e delle attività economiche, attraverso un articolato sistema di interposizioni fittizie e reali, ha avviato e realizzato per conto della medesima cosca, quale unico e incontrastato dominus, il parco eolico “Wind Farm” di proprietà della Vent1 Capo Rizzuto srl, per il tramite di una fitta rete societaria strumentale all’occultamento della riconducibilità ultima e dello stesso parco alla famiglia Arena».
LA TELA DI PENELOPE Sul parco eolico di Isola Capo Rizzuto non è mai venuta meno l’attenzione della distrettuale antimafia. Con un susseguirsi di sequestri e dissequestri che il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri non ha esitato a definire «una vera e propria tela di Penelope». Dagli atti, infatti, risulta come il primo sequestro preventivo delle quote societarie e e dei complessi aziendali coinvolti, risalga al 23 luglio 2012. Ad ottobre dello stesso anno tutti i beni sono stati dissequestrati e e restituiti agli aventi diritto, dietro istanza presentata dagli stessi.
Sarà la Cassazione, alla quale presentò ricorso la Procura, ad annullare il provvedimento di dissequestro e a sottolineare una «palese discrepanza dei criteri di valutazione, anche perché gli stessi ignorano completamente il contesto di “mafiosità”».
Il 20 dicembre 2014 e il 28 settembre 2015 sono state nuovamente dissequestrate, dietro ricorso, sia le residue quote della Vent1 Capo Rizzuto srl che della Purena Srl. La motivazione di tali dissequestri risiedeva nel fatto che all’esito delle indagini economiche svolte con rogatorie internazionali risulterebbe che i fondi per la realizzazione del parco eolico sono stati erogati dalla Hsn Nordbank, con esclusione di finanziamenti occulti riconducibili alla consorteria degli Arena e dell’ipotizzato reato di riciclaggio e che non vi sarebbero elementi per ipotizzare la riconducibilità del di queste società a Pasquale Arena. Ma questo, secondo i giudici del Tribunale di Crotone, della sezione misure di prevenzione antimafia, «non sgombra il campo da ulteriori indizi in senso contrario».
ANTEFATTO Nel 2006 Pasquale Arena, infatti, già nel 2006, in epoca precedente alla fase autorizzata ed esecutiva del parco eolico, era stato denunciato dalla compagnia della Guardia di Finanza di Crotone «perché ritenuto responsabile di associazione mafiosa, malversazione ai danni dello Stato, turbata libertà degli incanti e truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche». Era il prologo di quello che sarà l’affaire “Wind Farm” perché le indagini tecniche condotte allora «permettevano di svelare gli antefatti relativi alla presentazione dei progetti del parco eolico». Assurto agli onori della cronaca e con l’attenzione investigativa, oltreché mediatica, che lo aveva investito, Pasquale Arena decide di uscire di scena e di creare un serie di modifiche nelle strutture societarie. Nascono, così, quelle società paravento create con lo scopo di occultare la reale riconoscibilità del parco eolico.
IL PENTITO Accanto ai riscontri tecnici effettuati dalla Guardia di Finanza e dalla Dda di Catanzaro, ci sono le parole del collaboratore di giustizia Giuseppe Giglio – colpito dall’operazione Bolognese Aemilia – il quale ha definito Pasquale Arena quale soggetto “a disposizione delle famiglie”. E per quanto riguarda le società eoliche, gli era stato chiesti di far intervenire la sua società, la Giglio srl per «coinvolgerla in questa gestione dei pali…». «Io mi ricordo solo – racconta Giglio – che dovevo fare intervenire la mia società in qualche modo per poter finanziare, neanche, cercare di subentrare– non lo so come aveva in mente di farlo perché aveva una operazione a mente a farla – coinvolgendo la mia società». Un coinvolgimento che non è avvenuto perché, dice il pentito ai magistrati: «quando ho saputo che ‘era l’intervento dell’antimafia, giustamente là, dottore…».
Alessia Truzzolillo
a.truzzolillo@corrierecal.it