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«L’avvocato non voleva favorire le cosche ma un candidato»

CATANZARO Non agiva per conto della cosca, l’avvocato Giovanni Scaramuzzino, nel far incontrare alcuni esponenti del clan Giampà con il senatore Pietro Aiello, detto Piero, che tre gradi di giudizi…

Pubblicato il: 21/01/2018 – 7:48
«L’avvocato non voleva favorire le cosche ma un candidato»

CATANZARO Non agiva per conto della cosca, l’avvocato Giovanni Scaramuzzino, nel far incontrare alcuni esponenti del clan Giampà con il senatore Pietro Aiello, detto Piero, che tre gradi di giudizio hanno dichiarato estraneo ai fatti. L’avvocato agiva nell’interesse del candidato, in corsa, all’epoca dei fatti, per le regionali 2010. È questa la motivazione data dai giudici della corte d’Appello di Catanzaro che, il sette luglio scorso, hanno confermato l’assoluzione per Giovanni Scaramuzzino dal reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Sono state depositate le motivazioni della sentenza d’appello del processo Perseo, svoltosi in primo grado con rito ordinario a Lamezia Terme, e nel quale gli imputati, accusati di essere affiliati e intranei alla cosca Giampà di Lamezia Terme, sono accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione, truffa alle assicurazioni aggravata dal metodo mafioso e reimpiego di fondi di provenienza illecita. Quella stessa sentenza d’appello ha visto l’alleggerimento di 14 condanne e due assoluzioni rispetto al primo grado. 

LA FIGURA DELL’AVVOCATO SECONDO L’ACCUSA L’avvocato Giovanni Scaramuzzino, detto “Chicco”, viene considerato dall’accusa concorrente esterno della cosca Giampà. Anche se non si può ritenere inserito stabilmente nella struttura organizzativa del sodalizio, secondo i magistrati inquirenti Scaramuzzino «forniva tuttavia uno specifico, consapevole e volontario contributo, di natura materiale e/o morale» a favore dell’associazione criminale Giampà. Scaramuzzino avrebbe avuto un rapporto «privilegiato» con Giuseppe Giampà, ex reggente della cosca e oggi collaboratore di giustizia, Maurizio Molinaro e Franco e Gino Trovato. Il suo supporto alla cosca Giampà sarebbe stato quello di coadiuvarla nel realizzare delle truffe assicurative «favorendo altresì la negoziazione degli assegni non trasferibili provento di truffa»; veicolare notizie prima dell’esecuzione dell’operazione antimafia “Medusa”. E, soprattutto, avrebbe favorito l’incontro elettorale, nel proprio studio legale, tra esponenti della cosca quali Giuseppe Giampà, Saverio Cappello, Maurizio Molinaro, e il politico catanzarese Pietro Aiello, già assessore regionale alle politiche ambientali e candidato alle regionali del 2010. Nel corso dell’incontro sarebbero state promesse offerte di favorire la cosca Giampà, e le ditte ad essa riconducibili, in cambio del procacciamento di voti. Le strade del senatore e dell’avvocato si sono ben presto separate. Il senatore è stato assolto dall’accusa di corruzione elettorale in abbreviato, in appello e infine, il 24 novembre scorso, anche in Cassazione. Scaramuzzino, invece, in primo grado, con rito ordinario, è stato condannato l’11 luglio scorso a 2 anni e 3 mesi e mille euro di multa per voto di scambio. Inoltre Scaramuzzino era stanno condannato in primo grado, sempre nell’ambito del processo Perseo, a 3 anni di reclusione, il 16 dicembre 2015, per associazione finalizzata alla realizzazione di truffe assicurative, mentre era stato assolto per il reato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso (assoluzione contro la quale aveva fatto appello il pm Elio Romano). In appello il sostituto procuratore generale aveva chiesto una condanna a 12 anni di reclusione. La sentenza di primo grado è stata ribaltata in secondo grado, il 7 luglio 2017, con l’assoluzione di Scaramuzzino per le truffe assicurative, perché il fatto non sussiste. Confermata, inoltre, l’assoluzione per il concorso esterno.

L’ASSOCIAZIONE FINALIZZATA ALLE TRUFFE ASSICURATIVE Tornando a Scaramuzzino, per quanto riguarda le truffe assicurative, secondo i giudici della corte d’Appello non è provata la condotta di agevolazione del sodalizio da parte dell’avvocato che aveva il compito di monetizzare gli assegni proventi dei sinistri simulati. Il meccanismo delle truffe consisteva nel procacciare autovetture che venivano “incidentate” con lo scopo di simulare incidenti stradali e ingannare le compagnie assicurative. Alla domanda se le truffe fossero coordinate tutte da Giuseppe Giampà o se ognuno faceva per sé, il pentito aveva affermato che «quelle coordinate da me erano tutte un sistema che diciamo erano dirette a me… poi ognuno non è che dovevano dare conto a me per la truffa». Gli affiliati alla cosca potevano fare delle truffe «per conto loro». Secondo i giudici, quindi, non si può ritenere che vi fosse una «predisposizione “comune”» per la realizzazione di un programma delinquenziale. Quindi, visto che non vi era un coordinatore comune e che «seppur frequentemente realizzate» le truffe potevano essere organizzate di volta in volta da chiunque cercasse false certificazioni (anche mediche, grazie ai falsi certificati rilasciati da Carlo Curcio Petronio, condannato in appello a 2 anni e 8 mesi) da presentare alle assicurazioni, questo vale per la corte perché venga meno l’associazione per delinquere finalizzata alle truffe assicurative.

CONCORSO ESTERNO «Per quanto riguarda il reato di concorso esterno nell’associazione di tipo mafioso, fermo restando che è provato l’incontro avvenuto nello studio dello Scaramuzzino – è scritto nelle motivazioni della sentenza – e che è condivisibile l’affermazione del pm per cui la prova in ordine del conseguimento dello scopo (nel caso di specie l’effettivo conseguimento di vantaggi da parte della cosca dopo le consultazioni elettorali) non è elemento costitutivo della fattispecie, deve tuttavia rilevarsi che, per quanto si evince dal narrato dei collaboratori, lo Scaramuzzino ha organizzato l’incontro essenzialmente per procurare voti ad Aiello e quindi con la finalità di favorire principalmente quest’ultimo e non la cosca». Al contrario, nel ricorrere in appello il sostituto procuratore della Dda di Catanzaro Elio Romano aveva sottolineato come Scaramuzzino avesse «consapevolmente creato un ponte di collegamento tra la mafia e la politica fornendo ai capi della cosca un canale di conoscenza fino a quel momento del tutto inaccessibile attraverso il quale i Giampà avrebbero potuto reclamare favori o altre utilità». I giudici d’Appello si rifanno alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Saverio Cappello, secondo il quale Scaramuzzino «ci portò nel suo ufficio personale e ci raccomandò di trovargli il più possibile voti per farlo eleggere in quanto si trattava di una persona che poi ci avrebbe ricambiato appunto mettendosi a nostra disposizione». Di Giuseppe Giampà, invece, viene riportata la dichiarazione: «Aiello, mi sembra Piero, di età tra i 50 e i 55 anni, è un operatore della sanità. Non so esattamente cosa faccia. Mi fece contattare tramite Giovanni Scaramuzzino…». Secondo i giudici, dunque, la finalità di Scaramuzzino era quella di agevolare Aiello e non la cosca e, sempre secondo il narrato dei collaboratori, «l’iniziativa fu presa proprio dallo Scaramuzzino senza alcun previo contatto con Giuseppe Giampà o con altri componenti del sodalizio». Questo ha portato i giudici a confermare la pronuncia assolutoria del primo grado. Depositate le motivazioni della corte d’Appello spetterà ora alla Procura generale decidere se ricorrere in Cassazione. 

Alessia Truzzolillo
a.truzzolillo@corrierecal.it

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