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POLITICHE 2018 | L’esercito dei delusi

CATANZARO Un esercito di imbronciati. Per loro niente Transatlantico, niente dubbi sulle fiducie da accordare o meno al futuro governo (del presidente? Frutto dell’unione Pd-Fi?); non indosseranno …

Pubblicato il: 30/01/2018 – 6:55
POLITICHE 2018 | L’esercito dei delusi

CATANZARO Un esercito di imbronciati. Per loro niente Transatlantico, niente dubbi sulle fiducie da accordare o meno al futuro governo (del presidente? Frutto dell’unione Pd-Fi?); non indosseranno il laticlavio e non potranno vestire nemmeno le guarentigie assicurate dalla Costituzione. Restano nelle amministrazioni locali, nei casi più fortunati; se ne tornano a casa, in quelli più tristi (per loro, ovviamente). 
Difficile, ad esempio, immaginare il futuro politico di Rosanna Scopelliti. La figlia del giudice di Cassazione – assassinato nel ’91 alla vigilia del maxiprocesso contro Cosa nostra – nel 2013 era stata catapultata a Montecitorio grazie a una intuizione (una genialata, proprio) dell’allora coordinatore regionale del Pdl, il governatore omonimo Scopelliti, Peppe (era il tempo – ma lo è ancora adesso, sostanzialmente – dei listini bloccati che hanno contribuito a paracadutare in Parlamento persone sconosciute al territorio di riferimento e prive di qualsivoglia consenso popolare). 
Scopelliti (Rosanna) ci ha messo poco a passare con Alfano il fellone quando questi ha deciso di fare da stampella al traballantissimo governo a trazione pd. Anche lei, per tutto il resto della legislatura, ha seguito con dedizione le orme degli “stabilizzatori” (termine inventato da Paolo Naccarato, oggi candidato a Cosenza, ma con il centrodestra) e, alla prova della verità – la stesura delle liste –, sperava a buon diritto di essere ricandidata nel collegio di Reggio centro. Le è andata decisamente male, soprattutto perché a contenderle il posto c’era uno stabilizzatore ancora più autorevole, quel Nico D’Ascola ex presidente della commissione Giustizia del Senato che, alla fine, l’ha spuntata alla grande. 
Domina, su tutto, la volontà dei capi, siano Renzi o Berlusconi, che hanno orientato le loro scelte sugli uomini e le donne in questa fase più funzionali ai loro progetti politici. E proprio D’Ascola, per dirne una, non avrebbe problemi ad appoggiare un futuro governo renzusconi…

DELUSISISSIMI Ma, dopo tutto, Scopelliti R. non è una professionista della politica, un giro ai box ci può anche stare (è pure giovane). Chi invece inseguiva il sogno di una vita ma è stato bruscamente riportato alla realtà dalle logiche spietate di partito è Alessandro Nicolò. Sembrava fatta, per il capogruppo di Fi in Regione: una vita passata sempre da una parte, quella di Berlusconi, non gli è servita per difendere il piazzamento al Senato dalle mire di un semisconosciuto alle latitudini calabresi, Marco Siclari. Residente a Roma da almeno due decenni, il fratello del sindaco di Villa San Giovanni ha avuto esperienze di politica attiva solo nella capitale (consigliere comunale sotto la giunta Alemanno) ma ha potuto contare sull’endorsement tenace di Antonio Tajani, l’uomo a cui Berlusconi vorrebbe affidare il premierato in caso di forte affermazione di Fi nelle urne. Nell’attesa degli eventi, l’ex cavaliere ha pensato bene di traghettare in Parlamento personaggi in linea con questa idea. Uno è, appunto, Siclari, per la delusione di Nicolò, la cui ferrea fedeltà alle seppur multiformi aggregazioni partitiche di Berlusconi non lo ha ripagato a dovere. 
Né ha pesato, nella formazione delle liste, la vicinanza “sentimentale” del capo di Fi nei confronti di uno dei calabresi storicamente più vicini alla sua famiglia. È il caso del medico di casa Berlusconi, quel Bernardo Misaggi che sperava in una candidatura nel collegio di Gioia Tauro ma che ha infine dovuto alzare bandiera bianca di fronte al maggior peso politico di Francesco Cannizzaro
Che Misaggi non sia stato schierato, in fondo, non stupisce più di tanto. È una notizia, invece, l’addio istituzionale (ma non è il caso di giurarci) di Dorina Bianchi “sette partiti”. Da politica esperta, capace di reinventarsi politicamente a ogni mutazione delle maggioranze parlamentari, la sottosegretaria uscente ha annunciato il (temporaneo?) ritiro prima che la sua esclusione divenisse evidente con la presentazione delle liste: «Ho deciso di non partecipare, con una mia candidatura diretta, alle imminenti elezioni politiche ma resto convinta che si possa continuare l’impegno politico profuso in questi anni anche fuori dal Parlamento». 
Pure l’ex consigliere regionale Giuseppe Graziano era in corsa; poi, quando gli spazi si sono ristretti fino a non lasciargli margini d’azione, ha confessato quello che nessuno poteva credere: non mi ricandido, è una scelta mia.
Diverso il caso di Flora Sculco. Accreditata da tutti come candidata certa nel collegio di Crotone (fronte centrosinistra), si è tirata indietro all’ultimo miglio, così agevolando l’ennesima discesa in campo dell’immarcescibile Nicodemo Oliverio. La motivazione data a chi le chiedeva ragguagli è stata secca: «Il Pd è chiuso in se stesso». Parole stonerebbero in bocca a un altro degli esclusi eccellenti, Mimmetto Battaglia. Nel suo caso il partito di Renzi è stato anche fin troppo “esterofilo”, se è vero come è vero che gli è stato preferito – a lui che del Pd reggino è uno dei massimi esponenti – uno scopellitiano ex alfaniano e ora lorenziniano come D’Ascola. 

TAGLIOLA La tagliola non ha risparmiato nessuno, né giovani di belle promesse né dinosauri la cui possibile estinzione era negata anche dagli evoluzionisti più devoti. L’eccezione è, ancora una volta, Pino Galati. Da più e più legislature in Parlamento, quasi fosse un tutt’uno con il suo scranno, pareva sul punto di non trovare posto in nessuna lista: non in quota verdini, non in carico a Berlusconi, non nella miscellanea del quarto polo. Invece, sul filo di lana, ce l’ha fatta di nuovo: capolista di Noi con l’Italia al Senato (più collegio uninominale ad Avellino).
Sorte opposta, ma stavolta dopo una sola legislatura a Palazzo Madama, per Giovanni Bilardi: la nomina a responsabile nazionale della Sanità territoriale di Fi aveva illuso i più, ma non è bastata a garantirgli un posto al sole (anche lui, infine, soppiantato dall’arrembante Siclari). Sul fronte opposto, mastica amaro il segretario del Pd di Cinquefrondi Michele Galimi, temerario al punto di credere di avere qualche possibilità anche a fronte di proposte di candidature certo più autorevoli (quanto meno per gli incarichi istituzionali) della sua. Vincenzo Ciconte, non foss’altro perché con i dem è stato candidato a sindaco di Catanzaro e tuttora li rappresenta in qualità di vicepresidente del consiglio regionale, aveva tutte le carte in regola almeno per provarci: ma nelle logiche del Pd renziano è tempo di rinnovamento, se non dal punto di vista generazionale almeno da quello della proposta politica: e quindi dentro Antonio Viscomi (collegio del capoluogo e listino blindato al Sud) e fuori lui. 

FALCOMATÀ  FELICE A METÀ Giuseppe Falcomatà, dal canto suo, sembra possedere facoltà di veto più che di proposta. Tutte le indiscrezioni sull’esclusione finale di Angela Marcianò dalle liste del Pd e su quella di Marco Schirripa (il cui nome era stato perfino votato dalla Direzione nazionale del partito) sembrano condurre a lui. Un vero leader del partito al Sud, verrebbe da dire. L’analisi va senz’altro approfondita, dal momento che il sindaco di Reggio si è visto chiudere la porta in faccia dalla segreteria Renzi quando ha tentato di avanzare la candidatura del suo vice, Armando Neri.      

AUTOESCLUSI In un panorama di malinconia e di desideri traditi, un capitolo a parte meritano i frontman di Liberi e uguali. Sembrava una bella squadra, all’inizio. Poi
Nico Stumpo
, a caccia di una riconferma alla Camera, ha fatto la voce grossa (capolista in tutti i proporzionali) e li ha messi tutti in posizione defilata. Fattela da solo la campagna elettorale, gli hanno prontamente risposto i big delusi, non prima di aver ritirato le loro candidature. Si sono autoesclusi Antonio Lo Schiavo a Vibo, Nicola Fiorita a Catanzaro, Giannetto Speranza a Lamezia e Mimmo Talarico a Rende. E così Stumpo rischia di essere l’unico capo regionale di partito capace di tagliarsi fuori da solo.

Pietro Bellantoni
p.bellantoni@corrierecal.it

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