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«Accoglienza senza regole». La Corte dei conti boccia Reggio

Da un dossier della Guardia di finanza emergono le distorsioni dell’emergenza. Il caos nei dati. Il mancato intervento della Prefettura. I conti in disordine. Cosa non ha funzionato nel sistema

Pubblicato il: 05/04/2018 – 16:53
«Accoglienza senza regole». La Corte dei conti boccia Reggio

REGGIO CALABRIA L’analisi dei dati forniti dalle prefetture sugli enti delle province di Avellino e Reggio Calabria ha permesso di scoprire «ampi disallineamenti rispetto a quelli rilevati dalla Guardia di finanza con accertamenti in loco». L’argomento è l’accoglienza. E la relazione della Corte dei conti – datata 7 marzo 2018, analizza gli anni tra il 2013 e il 2016 – evidenzia contraddizioni e problemi contabili. Con una mazzata finale: la situazione emersa dai controlli «evidenzia delle perplessità circa la tenuta dei conti da parte dei locali uffici territoriali del Governo, che non appaiono in grado di trarre dati attendibili dalle proprie contabilità speciali afferenti i costi giornalieri sostenuti per la gestione del fenomeno migratorio riguardanti la prima accoglienza». E poi «svela un aspetto sintomatico di disordine contabile che certamente non salvaguarda i principi di buona amministrazione, ma che dovrebbe indurre il ministero a rimeditare un ritorno tempestivo alle regole di contabilità ordinaria e alla precisa osservanza sia delle regole di rendicontazione da parte degli enti locali, sia delle procedure di vigilanza e ispezione sulle attività dei privati destinatari dei contributi pubblici». Il monito della magistratura contabile è chiaro: l’emergenza non può travolgere la tenuta dei conti e il rispetto delle regole.
CHI GESTISCE L’ACCOGLIENZA? Solitamente misurate, le analisi della Corte dei conti di solito non utilizzano termini forti. Ma quello che è accaduto in Italia negli ultimi anni somiglia – sul piano gestionale – a una giungla. «Alcune prefetture – si legge nella relazione – hanno fornito dati non sempre controllati e puntualmente verificati». A Reggio Calabria, per esempio, «a seguito di appositi bandi di gara a evidenza pubblica, anche europei, andati deserti è mancato, nel trasferire ai Comuni la gestione del sistema di accoglienza, un idoneo raccordo tra la Prefettura e gli enti locali nell’individuazione dei soggetti gestori dei centri di accoglienza, benché tale individuazione avrebbe dovuto essere effettuata dai prefetti, ai quali spetta di condurre le verifiche e i riscontri sulle specifiche attività svolte dagli operatori». E sempre a Reggio, «a seguito di verifiche mirate su varie società alle quali il comune aveva affidato i relativi servizi a favore degli immigrati, si è reso necessario emettere provvedimenti interdittivi antimafia».
«LA PREFETTURA HA ABDICATO» Tranchant la conclusione del dossier riguardo all’iter seguito a Reggio Calabria: «Dall’indagine della Guardia di finanza è emerso che, nell’ambito del territorio reggino, il sistema di accoglienza straordinaria dei richiedenti asilo è stato gestito, nel periodo 2014- 2015, con procedure non conformi alla circolare ministeriale numero 104/2014». Infatti «la Prefettura, in assenza di manifestazioni di interesse per tre gare di evidenza pubblica, aveva assegnato le attività di assistenza ai migranti direttamente alla Caritas diocesana, all’ente Parco nazionale dell’Aspromonte, e, come già detto, ai Comuni, nonostante la circolare di cui sopra non consentisse di delegare alle istituzioni locali (comuni, enti, ecc.) la scelta dei gestori cui attribuire l’affidamento dei servizi di accoglienza oltre i conseguenziali controlli, sia preventivi che successivi, sui soggetti effettivamente appaltatori dei contratti pubblici». Il nodo sono proprio i controlli. Perché «i comuni e gli altri enti territoriali affidatari dei servizi di accoglienza non possiedono strutture, risorse e competenze per eseguire i controlli necessari nell’ambito dell’affidamento a soggetti delle attività di gestione del servizio di accoglienza». L’iter seguito ha, invece, delegato tutto agli enti locali, anche poteri che «la Prefettura avrebbe dovuto esercitare direttamente, nonché “in raccordo” con i comuni».
LE CONSEGUENZE DEL DISORDINE Queste disfunzioni, ovviamente, hanno delle conseguenze. La prima investe direttamente i costi. Perché «in assenza di selezioni pubbliche, ai Comuni e agli altri enti pubblici sono stati riconosciuti, come semplice “contributo”, gli importi massimi previsti (30 euro pro capite e pro die per gli anni 2014 e 2015 e 30/35 euro per l’anno 2016) e acquisendo dagli stessi mere autocertificazioni, senza attivare, però, in concreto, un riscontro con i costi effettivamente sostenuti per l’erogazione dei servizi di accoglienza». Al disordine (è «a partire dal 15 settembre 2016 che la Prefettura ha istituito un organismo interno di controllo») dei conti si unisce un corticircuito sulle responsabilità. Infatti, «nel trasferire ai Comuni la gestione del sistema di accoglienza si è trascurato l’impegno di effettuare, preventivamente, i controlli antimafia, economici e strutturali sui soggetti privati che hanno effettivamente erogato i servizi come è accaduto per una società per la quale è stato emesso, solo ex post, un provvedimento antimafia».
IL CAOS DEI DATI I dati presi in esame, poi, restituiscono una misura del caos. Le cifre offerte in documentazione dalla Prefettura alla Corte e quelle che emergono dalla relazione trasmessa dalla Guardia di finanza non sono, infatti, «congruenti». Questa incongruenza «non ha consentito di comparare correttamente i costi sostenuti dalla prefettura di Reggio Calabria con quelli delle altre Prefetture oggetto di verifica a campione».

Pablo Petrasso
p.petrasso@corrierecal.it

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