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Autobomba Limbadi, «una scorta armata per Francesco e Rosaria»

La richiesta alla Prefettura di Vibo da parte dell’avvocato difensore Giuseppe De Pace. Dopo l’attentato dello scorso 9 aprile al figlio Matteo «vivono in uno stato di sorda paura»

Pubblicato il: 30/06/2018 – 13:24
Autobomba Limbadi, «una scorta armata per Francesco e Rosaria»

VIBO VALENTIA Una scorta armata per h24 che protegga le vite di Francesco Vinci e sua moglie Rosaria Scarpulla. Questo chiede l’avvocato della famiglia, Giuseppe Antonio De Pace, con una missiva indirizzata al prefetto di Vibo Valentia, al procuratore capo della Dda di Catanzaro e al ministro degli Interni. Una scorta «a tutela della loro incolumità fisica e della loro agibilità personale; con l’avvertenza che, in mancanza, agiremo in tutte le sedi – anche internazionali – perché il loro giusto diritto venga affermato», scrive l’avvocato De Pace a nome dei propri assistiti. Le ragioni sono racchiuse in premessa.
Dalle risultanze investigative descritte nel fermo, e poi nell’ordinanza del gip, dopo l’arresto dei presunti responsabili autori dell’autobomba che il 9 aprile scorso ha ucciso Matteo Vinci, figlio di Francesco Vinci e Rosaria Scarpulla, «si sottolinea l’abnorme rete capillare e territoriale della quale dispongono i Mancuso, che possono attivare in ogni momento per portare a termine il loro disegno di annientamento dei Vinci-Scarpulla». «I miei assistiti versano in uno stato di sorda paura di subire la stessa fine del loro povero figlio, atteso che nessuna forma di seria protezione è stata predisposta a loro tutela», scrive l’avvocato.
Il 9 aprile, il 42enne Matteo Vinci e suo padre stavano rientrando a casa a Limbadi, in provincia di Vibo Valentia, dopo qualche ora trascorsa in un loro podere di campagna. Hanno percorso 80 metri quando un’autobomba, azionata con un telecomando, ha dilaniato l’auto uccidendo Matteo e ustionando gravemente il padre 73enne. Da subito la madre, la signora Scarpulla, ha indicato senza tentennare, quali attentatori, i vicini di proprietà, la famiglia Mancuso-Di Grillo, con stretti rapporti di parentela con i membri del clan dominante a Limbadi, e dai quali, da anni, i Vinci/Scarpulla subivano aggressioni perché non si piegavano a cedere un parte della loro proprietà. Lo scorso lunedì, con l’operazione Demetra, i carabinieri del comando provinciale di Vibo, coordinati dalla Dda di Catanzaro, hanno arrestato sei componenti della famiglia Di Grillo-Mancuso: Rosaria Mancuso, 63 anni, e il marito Domenico Di Grillo (71), la figlia Lucia Di Grillo (29) e il genero Vito Barbàra (28), accusati a vario titolo di avere organizzato l’attentato con autobomba, e Rosina Di Grillo (38 anni), Salvatore Mancuso (46), accusati di tentata estorsione. Gli arresti avrebbero, però, messo in luce, ha sottolineato da subito l’avvocato De Pace, i pericolosi addentellati della famiglia che non si sente al sicuro davanti a uno dei clan più potenti del vibonese e non solo.

ale. tru.

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