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Stipendi bassi e precariato, così i clan mantengono i loro “soldati”

L’analisi della Dia sul welfare della ‘ndrangheta. «“Offre” occupazione effimera mentre concentra la ricchezza nelle mani di pochi. Ma quei salari annientano le possibilità di sviluppo del Sud»

Pubblicato il: 18/07/2018 – 12:43
Stipendi bassi e precariato, così i clan mantengono i loro “soldati”

LAMEZIA TERME Ecco il welfare mafioso: mantiene il precariato, garantisce stipendi bassi, serve ad allargare il bacino d’utenza della ‘ndrangheta che, come tutte le holding internazionali, ha bisogno di affiancare manovalanza a basso costo alla propria classe dirigente. È un sistema che, «specie in Calabria», fa leva «sul bisogno di lavoro che attanaglia le nuove generazioni, per consolidare il controllo del tessuto socio-economico». L’ultima relazione della Dia, quella che fa riferimento al secondo semestre 2017, illumina anche questo aspetto dell’organizzazione criminale. Che «tende a porgersi come vero e proprio welfare alternativo, che “offre” occupazione speculando sulla manodopera locale, cui viene data l’effimera sensazione di ottenere uno stipendio, sempre minimo per generare dipendenza». È in questo senso che gli investigatori pongono la “questione meridionale”: «Il contrasto alla ‘ndrangheta – scrivono – non può che passare anche attraverso una maggiore attenzione verso le aree meridionali del Paese, dove in maniera considerevole si avverte un grave gap economico e sociale rispetto al nord». Un’azione di contrasto economica, capace di garantire un futuro, ma anche culturale: «Vanno intraprese tutte le iniziative necessarie affinché soprattutto le nuove generazioni comprendano sempre più che il salario mafioso, malato per definizione, annienta ogni possibilità di sviluppo reale della società, concentrando, invece, la ricchezza nelle mani di pochi». Cioè di coloro i quali gestiscono i grandi business criminali. I “dirigenti” capaci di proiettare la ‘ndrangheta «verso ambiti delinquenziali sempre più raffinati. La riconosciuta capacità di infiltrazione – continua la relazione semestrale – ha permesso alle cosche non solo di contaminare l’economia legale, incidendo pesantemente sullo sviluppo del territorio, ma ha evidenziato una marcata propensione al condizionamento delle istituzioni locali, come confermato dallo scioglimento, nel semestre, di ben 7 consigli comunali calabresi (il numero di scioglimento è cresciuto ancora nel 2018, ndr)».
È la corruzione il passepartout delle cosche calabresi: «I diversi episodi di corruzione fanno emergere come il fenomeno si intrecci, spesso, con quello mafioso, divenendo, in alcuni casi – si pensi ai consigli comunali sciolti nella sola Calabria – l’uno strumentale all’altro, con il pubblico funzionario che cerca il consenso elettorale o un illecito guadagno, e la cosca che mira ad accaparrarsi le commesse pubbliche».
La logica è, da anni, quella di «diversificare gli investimenti, ampliando il proprio raggio d’azione nei più svariati settori imprenditoriali, quali la grande distribuzione, la ristorazione, il turismo, l’edilizia, il movimento terra, lo smaltimento dei rifiuti, le energie rinnovabili, quello sanitario, delle scommesse e del gioco online e l’accaparramento dei fondi comunitari, cui se ne potrebbero aggiungere, in futuro, anche altri, in considerazione della spiccata capacità delle cosche di saper cogliere, sempre in anticipo, le opportunità offerte dal mercato». Di nuovo, tutto parte dalla testa, dal consiglio d’amministrazione della holding: «La cabina di regia che detta le linee guida per il proliferare degli affari ha evidentemente elevato il livello di infiltrazione socio-economica. La stessa espansione oltre confine, sembra, infatti, aver consentito alla ‘ndrangheta di insinuarsi in molteplici ambiti e settori finanziari, attraverso i quali operare complesse forme di investimento e di riciclaggio dei capitali illeciti». Poveri e precari alla base piramide, mentre i milionari ai suoi vertici mantengono consenso e potere. È il capitalismo senza regole declinato (e adattato) secondo logiche criminali. La ‘ndrangheta vi si è adattata perfettamente.

Pablo Petrasso
p.petrasso@corrierecal.it

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