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Stragi di mafia, «l'ordine di Bagarella era di fare struscio»

Il pentito Giuseppe Ferro racconta gli anni della strategia della tensione. «Dissi che andava bene uccidere magistrati e carabinieri, ma non donne e bambini»

Pubblicato il: 20/07/2018 – 16:33
Stragi di mafia, «l'ordine di Bagarella era di fare struscio»

REGGIO CALABRIA «Vogliono che facciamo struscio, rumore». Era questo l’ordine trasmesso da Leoluca Bagarella per conto di misteriosi mandanti nell’estate delle stragi del 1993. A Firenze, finita la conta dei morti e dei feriti di via dei Georgofili, continuava quella degli incalcolabili danni al patrimonio artistico e culturale italiano, ma le mafie si preparavano a colpire ancora.
OBIETTIVO BOLOGNA «Poi fu mi chiesto se avevo la possibilità di mettere a disposizione qualcosa a Bologna. Bagarella me lo chiese perché sapeva che avevo un parente là». Così racconta Giuseppe Ferro, ex capomandamento di Alcamo oggi pentito, ascoltato oggi al processo “’Ndrangheta stragista”. Anziano, da tempo malato, Ferro parla veloce, in siciliano strettissimo. Più volte il procuratore aggiunto deve fermarlo, chiedergli di ripetere o di tentare di scandire le frasi, chiarire i termini. Ma Ferro è un «soldato semplice» negli anni diventato tenente e chiamato a discutere con i generali del tempo – Giovanni Brusca, Mariano Agate, Matteo Messina Denaro, Leoluca Bagarella – perché utile. O meglio, a prendere ordini senza neanche poter chiedere spiegazioni. Come per l’ennesima strage progettata a Bologna.
MANDANTI OCCULTI «Bagarella – dice il pentito rispondendo alle domande del procuratore Lombardo – me lo chiese perché sapeva che avevo un parente là, ma io con garbo e rispetto dissi che ammazzare magistrati e carabinieri va bene, ma la popolazione non c’entra nulla. Donne e bambini non c’entrano niente. Già c’era stata Firenze e poi la strage di Pizzolungo». Ma all’epoca Bagarella, indicato da diversi collaboratori come vero capo di Cosa Nostra in quel momento storico, non volle sentire ragioni.
DOMANDE PERICOLOSE Qualcuno aveva ordinato di fare rumore e i siciliani dovevano eseguire. Ma Ferro non ha mai saputo da chi sia partito quell’ordine. «Queste domande non si potevano fare – dice e sembra ancora spaventato –. Si moriva a fare queste domande». Ma da uomo che ha scalato la gerarchia, Ferro conosce Cosa Nostra, sa come si muovono i suoi vertici. Per questo non esita a dire «sicuramente si trattava di qualcuno che ci interessava. Probabilmente qualcuno della politica, della massoneria».
MEMORIE DI UN SOLDATO Ambienti fuori portata per lui, come fuori portata erano rapporti e relazioni con altre mafie. Sapeva che c’erano, ma al riguardo nessuno con lui è mai entrato in dettaglio. E nessun dettaglio gli è stato rivelato neanche sulle armi trovate nell’estate del 1993 in una villa di Alcamo di proprietà di due carabinieri. «Certo che ho chiesto, quello era il mio mandamento, ma nessuno di noi ne sapeva nulla», sebbene lui per primo abbia sospettato che si trattasse di «roba dei carabinieri stessi o dei servizi». E nulla Ferro sapeva anche di eventuali rapporti con l’estero.
NIENTE MEDIAZIONI Ferro era un soldato, doveva solo eseguire ordini e questo ha fatto per tutta la vita fin quando il figlio Vincenzo, da lui coinvolto nella logistica della strage di via dei Georgofili non ha deciso di pentirsi. Prima il suo atteggiamento era diverso. «A Vigna e a Grasso si era proposto come mediatore fra lo Stato e la mafia, per fare la pace, ma loro non ne hanno voluto sapere. Mi hanno detto che non c’era nessuna possibilità di accordo e allora anche per il bene di mio figlio ho deciso di collaborare».

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

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