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Giovani, spietati e social: ecco l’identikit delle nuove leve dei clan

Devastante “fotografia” della Dia. Che delinea il fenomeno dei ragazzi spinti al crimine dalle condanne dei boss e dalla disoccupazione

Pubblicato il: 13/02/2019 – 21:28
Giovani, spietati e social: ecco l’identikit delle nuove leve dei clan

REGGIO CALABRIA  Giovani, se non giovanissimi. Senza lavoro, né nulla da perdere se non il blasone del casato mafioso che rappresentano. Spietati. Il ritratto delle nuove leve dei clan che emerge dall’ultima relazione semestrale della Dia è devastante. Arresti e condanne da una parte, percentuali di disoccupazione da capogiro dall’altra – dicono gli investigatori – hanno creato le condizioni perché le strade fossero invase da un esercito di giovani e giovanissimi, affamati di guadagni e gloria e senza regole.
FENOMENO NAZIONALE Non si tratta di un trend solo reggino, tanto meno è limitato ai processi di “gangsterizzazione” che investono la camorra napoletana. In tutti i territori radicamento delle mafie storiche – dice la Dia – si assiste all’ascesa di giovani e spietate leve. E tutte presentano le medesime caratteristiche: «la volontà di affrancarsi dai vecchi boss, l’ambizione di riconoscimento e di progressione nelle fila dell’organizzazione e l’uso indiscriminato della violenza». Impastati di vecchia e distorta cultura mafiosa, ma figli del loro tempo e naturalmente addestrati all’uso delle nuove tecnologie, i giovani rampolli dei clan hanno saputo piegare i nuovi strumenti ai vecchi fini. Oggi anche la cultura mafiosa viaggia via social e sul web, lo stesso fanno i messaggi su cui si costruiscono affari illeciti e progetti criminali. «Gli strumenti social utilizzati – avverte la Dia – consentono di aggregare velocemente gli affiliati al sodalizio e, allo stesso tempo, di rendere più difficoltosa l’intercettazione dei messaggi».
LO SPACCATO REGGINO A Reggio Calabria il fenomeno è evidente da tempo. Nei tribunali e sul web. Già nel 2011, l’inchiesta “Epilogo” ha acceso i fari su quel “banco nuovo” di giovani rampolli dei Serraino che stava ridando linfa al clan della montagna, piegato da arresti e condanne. Più di recente, le scorribande che hanno funestato per anni le estati reggine firmate dai “Teganini”, gruppo di giovani vicini o affiliati a varie famiglie di ‘ndrangheta riunitisi attorno ai rampolli di Archi, l’arresto e la condanna per associazione mafiosa di Mico Tegano, che del gruppo è ritenuto il leader, e del cugino e luogotenente Giovanni, condannato per aver aggredito senza motivo un coetaneo davanti a un noto bar. Prima di accorgersi di aver spontaneamente fornito agli investigatori elementi utili per identificarli ed inchiodarli, le loro imprese erano tutte diligentemente documentate sui social con video, foto e tag. E ricevevano migliaia di like.
LA PROVINCIA Di certo non più anziani o meno avvezzi all’uso dei social sono i giovani rampolli della provincia. Non hanno dimenticato i vecchi metodi. Il 15enne di Siderno che sperava di essere reclutato nel clan Cataldo, sapeva che solo per lettera – intercettata nel corso dell’indagine “Mandamento jonico” – avrebbe potuto raggiungerlo dietro le sbarre e proporsi come “nuovo soldato”. Ma i “Cumps” di Africo, le nuove leve dei Giampà e i giovanissimi affiliati dei clan della Piana i social hanno mostrato di saperli usare anche per nascondere traffici illeciti. E non tutti i loro messaggi erano diretti a coetanei con “pedigree mafioso”.
RECLUTAMENTO FAMILIARE MA NON SOLO Certo, le radici pesano. «Per la ‘ndrangheta, il modo in cui nasce e si sviluppa il rapporto con i minori ha caratteri del tutto particolari, perché tutto – anche all’estero – matura all’interno della famiglia, «è aria che si respira, la ‘ndrangheta si eredita. Le famiglie di ‘ndrangheta si assicurano il controllo del territorio attraverso la continuità generazionale», sottolinea la Dia nella relazione, citando l’audizione del presidente del Tribunale dei minori di Reggio Calabria, Roberto Di Bella. Ma il fenomeno ormai non riguarda un solo clan, né semplicemente i rampolli degli storici casati di ‘ndrangheta.
IL PESO DELLA CRISI Il bacino di reclutamento non è più limitato alla galassia familiare o a quella immediatamente prossima, perché la capacità di attrazione della ‘ndrangheta – avverte la Dia – «non appare certamente disgiunta da una crisi sociale diffusa che, soprattutto nelle aree meridionali, non sembra offrire ai giovani valide alternative per una emancipazione dalla cultura mafiosa». A suggerirlo sono i numeri. Secondo l’analisi statistica elaborata dalla Dia «nell’ultimo quinquennio, non solo ci sono stati casi di “mafiosi” con età compresa tra i 14 e i 18 anni, ma la fascia tra i 18 e i 40 anni ha assunto una dimensione considerevole e tale, in alcuni casi (2015), da superare quella dei 40-65, di piena maturità criminale». Ed è un trend in crescita, come testimoniato dal direttore del carcere di Nisida Gianluca Guida in commissione parlamentare antimafia e riportato nella relazione «Possiamo dire che la maggior parte dei vertici attuali dei sistemi di criminalità organizzata non superano i quarant’anni, il che vuol dire che sotto di loro c’è un esercito di persone che sono sempre più giovani e che arriva a coinvolgere soggetti anche poco più che adolescenti».
I NUMERI Non a caso, nell’ultimo quinquennio la maggior parte dei soggetti tra i 18 e i 40 anni, denunciati e arrestati per reati propriamente mafiosi, arrivano dalla Campania, dalla Calabria, dalla Sicilia e dalla Puglia. Regioni che secondo l’Eurostat sono anche quelle che in Europa presentano una maggior percentuali di Neet, giovani “non occupati né in formazione”. Dati che per la Dia vanno necessariamente messi in connessione. «La mafia – si legge nella relazione – riduce sensibilmente l’iniziativa imprenditoriale lecita, approfitta dello stato di bisogno di molti giovani e specula sulla manodopera locale, dando l’effimera sensazione di distribuire un salario, sempre minimo per generare dipendenza e senza garantire i contributi previdenziali – e quindi un futuro – ai giovani impiegati al suo servizio perché privi di alternative». E sono sempre i numeri a suggerirlo. A detta della Dia, negli ultimi dieci anni fra i soggetti riconosciuti come uomini dei clan, «le categorie professionali degli “operai comuni” e dei soggetti “in attesa di occupazione” rappresentano, insieme, il 27,8% del campione, a dimostrazione di come il sistema mafioso tragga la linfa necessaria alla sua rigenerazione nei soggetti più giovani (“18 – 40 anni”), impiegati in professioni poco qualificate o senza occupazione».
C’ERA UNA VOLTA E C’E’ ANCORA LA “QUESTIONE MERIDIONALE” Numeri che nero su bianco per la Dia dimostrano che «la questione meridionale non è affatto risolta» e che rendono attuali le considerazioni finali espresse da Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, nella famosa inchiesta del 1876 sulla mafia siciliana: «Se insistiamo sulla necessità di provvedervi ad una più equa distribuzione della ricchezza tra le varie classi, e al miglioramento della condizione dei contadini, non è che noi crediamo che quando si fosse provveduto a questo soltanto, si dovesse perciò subito veder mutare i costumi e le tradizioni; che i delitti, gli odi e le mafie sparirebbero, e che sarebbe per tornare il rispetto della legge per parte dei grandi come dei piccoli, dei forti come dei deboli. Molto però si sarebbe ottenuto in questo senso; e al resto dovrebbe provvedere e l’aumento della produzione generale, e le riforme in altri rami del vivere civile».

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

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