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Aggressione all'ospedale di Lamezia, il racconto della mamma: «Nessuna violenza, solo esasperazione»

Dopo la denuncia del primario di Pediatria, arriva la replica della mamma protagonista dell’episodio: «C’è stato solo qualche minuto di tensione ma dopo tutti i bambini sono stato visitati nell’arc…

Pubblicato il: 06/02/2020 – 14:04
Aggressione all'ospedale di Lamezia, il racconto della mamma: «Nessuna violenza, solo esasperazione»

di Giorgio Curcio 
LAMEZIA TERME «Nessuna aggressione, ho cercato solo di far valere i diritti dei piccoli pazienti». A poche ore dalla “denuncia” social del primario di Pediatria dell’ospedale “Giovanni Paolo II” di Lamezia Terme, Mimma Caloiero, (qui la notizia) ci ha pensato la mamma protagonista dell’episodio a chiarire alcuni aspetti, raccontandoli al Corriere della Calabria. Una sorta di cronologia degli eventi, utile a ricostruire (secondo la sua versione) quanto accaduto: «Sono arrivata al pronto soccorso con mia figlia di 6 mesi con febbre a 40.6 – racconta – e mi spediscono velocemente in pediatria. Lì trovo una situazione raccapricciante: tutte le porte chiuse e forse una ventina di persone tra bimbi e genitori che aspettavano da ore senza che nessuno si degnasse di affacciarsi. Ho notato tra tutti una bambina che era arrivata con ambulanza da scuola alle 10.30 (erano già le 15) e nessuno a detta dei presenti era andato a vedere».
LA TENSIONE «Allora – racconta ancora la mamma – mi sono alterata, ho suonato e chiesto di parlare con qualcuno, e lì la sorella di quella bambina ha cominciato a sbattere le mani sulla porta ed alzare la voce. È uscita la dottoressa e mentre la ragazza si alterava cercavo di farle capire che la situazione non era sostenibile e che avrebbero dovuto dirci cosa fare». «C’è stato solo qualche minuto di tensione – scrive ancora – ma dopo ciò tutti i bambini sono stato visitati nell’arco di massimo un’ora. Quando sono entrata in reparto per la visita di mia figlia ho ribadito che non avevo assolutamente nessuna intenzione di puntare il dito sul loro operato, perché io non posso immaginare cosa ci sia in reparto e non mi permetto, ma il paziente deve essere informato sull’attesa e poter scegliere di non stare lì in un corridoio ad aspettare mentre il figlio non si sa cosa possa avere». (redazione@corrierecal.it)

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