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«L'avvocato Stilo "messaggero" del boss». Ecco gli "scarabocchi" durante i colloqui in carcere

Il confronto tra Accorinti e il suo legale registrato dalle videocamere del Ros. I “segnali” da interpretare e i riferimenti a membri del clan e circostanze «che nulla hanno a che vedere la difesa»

Pubblicato il: 19/08/2020 – 15:17
«L'avvocato Stilo "messaggero" del boss». Ecco gli "scarabocchi" durante i colloqui in carcere

di Pablo Petrasso
VIBO VALENTIA Non è stato facile installare gli apparati audio-video necessari a raccontare i colloqui in carcere tra il boss Peppone Accorinti e l’avvocato Francesco Stilo. Ma è stato utile. Lo spiegano i magistrati nell’inchiesta Rinascita Scott in una informativa del 18 settembre 2017. L’atto descrive il primo colloquio registrato per descrivere i rapporti tra il boss e il proprio legale. Dalle conversazioni, per gli inquirenti, sarebbero emersi «elementi dai quali desumere come il legale non stesse discutendo con il suo assistito né della strategia difensiva da adottarsi, né delle risultanze delle attività di difesa in atto». Il tentativo nasce dalla necessità di riscontrare le accuse che il pentito Andrea Mantella rivolge all’avvocato in uno dei suoi interrogatori (ve ne abbiamo parlato qui).
E il campionario delle captazioni è composto da «parole e frasi pronunciate spesso a bassa voce ed in modo criptico», che sarebbero «riferite a un più dettagliato discorso, verosimilmente già affrontato in precedenza». Accorinti e Stilo, inoltre, hanno utilizzato «un foglio bianco sul quale scrivevano, in posizioni casuali, parole, nomi e numeri che completavano il discorso e che – appare evidente – preferivano non pronunciare in maniera chiara».

Scritti che, dopo essere stati utilizzati, «venivano immediatamente cancellati e il foglio utilizzato, alla fine del colloquio veniva riposto da Accorinti tra la documentazione in suo possesso, contenuta all’interno di una cartellina di colore blu». Una specie di piccolo archivio per le comunicazioni sulle quali gli uomini del Ros avevano bisogno di mettere le mani per indagare a fondo le dinamiche di quei colloqui che gli apparivano ben più che “banalmente” professionali. Così i carabinieri hanno simulato un controllo di routine «per rinvenire e acquisire in copia, il foglio utilizzato nel corso del colloquio».
Alla fine di quel controllo organizzato il 9 settembre, cioè il giorno successivo al colloquio, nella cella del boss di Zungri i militari trovano in quella cartellina blu un foglio corrispondente a quello utilizzato durante il colloquio. Dal ritrovamento inizio il lavoro di ricostruzione e di interpretazione delle tracce rimaste impresse sulla carta. E anche degli scarabocchi. I carabinieri incrociano le tracce scritte con le conversazioni intercettate.
C’è un passaggio in cui Stilo informa Accorinti di aver incontrato un altro legale, che rappresenta il presunto boss in altri procedimenti, «e in questo frangente il detenuto segnava sul foglio la cifra 10.000 per poi cancellarla». Le immagini riportate negli atti immortalano il momento in cui il legale sta scrivendo e poi cancella quello che ha appena scritto assieme al foglio utilizzato.
Riprendendo il discorso, Stilo – appuntano gli investigatori – fa «riferimento a una probabile disputa nata tra due personaggi e che, verosimilmente per risolvere la questione, era stata interessata anche una terza persona. A questo punto, dalla telecamera si riusciva a vedere che l’avvocato segnava sul foglio un nome che poi è risultato essere quello di tale Ciccio Barbieri».

Poi, Accorinti dà «direttive a Stilo spiegandogli chi doveva essere interessato per risolvere la faccenda e l’avvocato aggiunge di essersi già rivolto al fratello». Il boss di Zungri «ruota il foglio verso sinistra facendo finire i tre “scarabocchi” quasi sotto la sua mano sinistra e così l’avvocato inizia a scrivere sulla parte bassa del foglio che aveva di fronte». La descrizione minuziosa serve ai carabinieri per dimostrare che il foglio ritrovato nella cartellina è lo stesso utilizzato nel colloquio. Su quel promemoria, Stilo accenna anche «a un’altra questione scrivendo sul foglio la parola “regalo”». L’avvocato spiega «ad Accorinti che Mimmo (persona da identificare, ndr) aveva voluto fare un regalo a tale “Edoardo”, nome che scriveva nel foglio, ma che siccome Ciccio Barbieri, indicandolo sulla medesima pagina ove lo aveva scritto in precedenza, asseriva che avevano sbagliato, erano stati costretti a rifare il regalo».

La discussione prosegue sul “regalo” e poi sulla storia di due locali rilevati da “Edoardo”, uno dei quali nei pressi del Tribunale di Vibo. Stilo, parlando con il proprio cliente lo informa «di aver avuto una discussione con qualche personaggio vicino al detenuto» e sottolinea, «in modo perentorio, che esigeva rispetto». Si riferisce, secondo quanto riferiscono gli investigatori, a Saverio Lacquaniti, «il quale si sarebbe rivolto a lui quasi come se fosse offeso e dicendogli di “esserci rimasto male”» ma senza precisare le circostanze dell’episodio. Ultimo riferimento (il resto della conversazione riguarda la strategia difensiva e dunque non è stata riportata) è quello «a tale Roberto (non identificato)» rispetto al quale Stilo si lamenta «del fatto che non lo aveva pagato».
Per i magistrati della Dda, che cercano riscontri, alle parole del pentito Andrea Mantella, per il quale l’avvocato sarebbe andato ben oltre il proprio mandato difensivo nei rapporti con i clan del Vibonese, quelle conversazioni, i fogli e gli “scarabocchi”, sarebbero «una conferma (…) soprattutto in relazione al ruolo di trait d’union tra il detenuto Giuseppe Antonio Accorinti e il mondo esterno per vicende che nulla hanno a che vedere con la difesa, aggiungendo un ulteriore tassello al quadro indiziario sin qui compendiato». (2. Fine)

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