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Concluse le indagini

Il ritorno di “Facciazza”, così il clan Piromalli avrebbe riconquistato Gioia Tauro

La Dda di Reggio Calabria chiude l’inchiesta “Res Tauro” e notifica 39 avvisi. Al centro Giuseppe Piromalli, scarcerato nel 2021 dopo 22 anni di 41 bis: per l’accusa riorganizzò la cosca tra affari…

Pubblicato il: 16/05/2026 – 15:06
di Paola Suraci
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Il ritorno di “Facciazza”, così il clan Piromalli avrebbe riconquistato Gioia Tauro

REGGIO CALABRIA La Direzione distrettuale antimafia ha notificato gli avvisi di conclusione delle indagini preliminari a 39 indagati nell’ambito dell’operazione “Res Tauro”, l’inchiesta sul clan Piromalli di Gioia Tauro. È il passaggio formale che apre la strada alla richiesta di rinvio a giudizio: le difese hanno venti giorni per esaminare gli atti, depositare memorie o chiedere di essere ascoltate.

L’inchiesta

A settembre 2025 erano scattate 26 misure cautelari — 22 in carcere, 4 ai domiciliari — al termine di un’indagine avviata nel 2020, condotta dal Ros dei carabinieri con 260 decreti di intercettazione e 17 telecamere. Al centro di tutto, un uomo e una data: Giuseppe Piromalli, detto “Facciazza”, e il 10 maggio 2021, giorno in cui don Pino era tornato libero dopo 22 anni di 41 bis. Per la Dda di Reggio Calabria e il procuratore Giuseppe Borrelli, dall’indomani di quella scarcerazione non aveva perso un’ora. Ottantenne, si era rimesso a capo della cosca come se il tempo non fosse passato, ridefinendo ruoli e gerarchie interne, riaffermando la propria autorità su un territorio che considerava suo.



La «rivitalizzazione» del clan

Gli inquirenti hanno parlato di una vera e propria «rivitalizzazione» del clan, guidata da chi ne era stato il «capo carismatico e autorevole». Ma il rientro non era stato indolore: le indagini avevano fotografato anche «conflitti e dissapori» interni maturati durante gli anni di carcere, frizioni sulla gestione dei patrimoni illeciti, tensioni con altre ‘ndrine. Equilibri che Piromalli riteneva «alterati» e che intendeva correggere. Al suo fianco, i fratelli Gioacchino, 92 anni, e Antonio, 87: tre anziani boss a cui la Dda contesta la direzione strategico-operativa dell’intera cosca.
Il metodo era quello di sempre. Trentadue estorsioni accertate ai danni di imprenditori e aziende del territorio, per un profitto di 200mila euro. E poi le aste giudiziarie: secondo l’accusa, le procedure di vendita venivano sistematicamente inquinate per acquisire beni d’interesse della cosca, recuperare proprietà già confiscate o intascare denaro da chi voleva aggiudicarsi quelle gare senza concorrenza. Un potere che si esercitava anche nei dettagli: un imprenditore «non molto ossequioso» veniva «redarguito per nome e per conto del capo clan»; si tentava persino di spostare la classe scolastica della nipote del boss per agevolare la logistica familiare. Episodi che il procuratore aggiunto Stefano Musolino aveva letto come il segnale di qualcosa di più profondo — la «mollezza e permeabilità del tessuto sociale gioiese» — sintetizzando tutto in un’immagine: «Piromalli ha indossato il manto del lupo. Ma per indossarlo bisogna che ci siano tanti agnelli». Le intercettazioni restituiscono anche un arsenale parlato con disinvoltura: kalashnikov, pistole 9×21, magnum, mitra con doppio caricatore. In alcune conversazioni si discute apertamente della necessità di presentarsi armati agli incontri di ‘ndrangheta. Sul piano patrimoniale, la Procura aveva già disposto due sequestri: il primo da circa tre milioni su immobili, terreni e imprese; il secondo — a carico di Piromalli e del suo braccio destro Antonio Zito — per oltre quattro milioni tra beni e conti bancari.

I nomi

Tra i 39 destinatari degli avvisi figurano i fratelli Giuseppe Piromalli classe ’45 detto “Facciazza”, Gioacchino Piromalli classe ’34 e Antonio Piromalli classe ’39, cui è contestata la direzione strategico-operativa della cosca. Insieme a loro: Gioacchino Piromalli classe ’69 detto “l’Avvocato”, Antonio Zito classe ’51, considerato il braccio destro di don Pino, Rosario Mazzaferro detto “Rosuni”, Aurelio Messineo, Girolamo Piromalli detto “Mommino”, Rocco Delfino e Antonio Piromalli classe ’72, figlio dello stesso “Facciazza”. Le accuse, a vario titolo: associazione mafiosa, estorsione, riciclaggio, autoriciclaggio, turbata libertà degli incanti, favoreggiamento, trasferimento fraudolento di valori e detenzione illegale di armi, tutto aggravato dal metodo mafioso. (redazione@corrierecal.it)

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