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Spirlì: «Non torno indietro, sono io a meritare le scuse». Ma evita la vera questione

Il vicepresidente della giunta regionale: «Se mi dicono “ricchione” non lo sento dispregiativo. Il problema non è la parola ma la violenza»

Pubblicato il: 03/10/2020 – 11:38
Spirlì: «Non torno indietro, sono io a meritare le scuse». Ma evita la vera questione

CATANIA Niente reprimenda (almeno ufficialmente) dalla presidente Jole Santelli e nessuna scusa da Nino Spirlì dopo le espressioni pronunciate durante il convegno della Lega a Catania. Neppure le osservazioni di Alessandro Zan, deputato del Pd e attivista Lgbt («alcuni si sono tolti la vita per colpa di quelle parole»), dal vicepresidente della giunta regionale arriva un passo indietro.
«Devo chiedere scusa a qualcuno per le mie parole? Assolutamente no, dovrei riceverle io le scuse» perché «io sto solo dicendo che ci sono parole che vanno tutte quante tutelate, usarle è a discrezione delle persone, ma non si può vietare agli italiani di usare il dizionario, vale per “ricchione” e tutti gli altri termini». Spirlì lo dice all’AdnKronos e punta sul profilo “culturale” della faccenda, bypassando altri aspetti, come gli effetti delle parole su chi le “subisce”. Se esistono, possono essere utilizzate: questo il concetto ribadito dall’assessore alla Cultura. E pazienza per le loro conseguenze, ma tant’è. «Difendo il diritto di dire tutte le parole anche se poi non le dico», dice mentre entra nella zona del Tribunale a Catania, dove si trova per dare la sua solidarietà a Salvini, in vista del processo per il caso Gregoretti. E all’Anpi, alle associazioni pro Lgbt, alla sinistra che lo attacca, chiedendone la rimozione dagli incarichi istituzionali, non intende cedere, parlando anzi di «accuse di regime». «Siamo di fronte a una trappola – replica – , si vuole cancellare parte della cultura italiana, le parole possono avere anche un significato pesante, ma è una cosa discrezionale, compete alla persona. Altrimenti si arriva a un dizionario che permette l’utilizzo di solo 200 parole, quelle che piacciono al regime».
«Se mi dicono “ricchione” – prosegue con l’AdnKronos – non lo sento dispregiativo, se me lo dicono in maniera tranquilla, tra amici capita spesso, per gioco, di dirselo, “ricchio’, come stai?”, magari tra eterosessuali, il problema non è la parola, ma l’intenzione, l’eventuale violenza». E qui Spirlì pare avvicinarsi al nocciolo della questione, che poi salta a piedi uniti con una battuta: «È come dire che gli spaghetti alla puttanesca non si possono fare, perché si offendono le prostitute», prova a spiegare Spirlì, con una metafora gastronomica. «Non possiamo rinunciare a una parte della nostra identità, la lingua è il massimo strumento di identità di un popolo», ribadisce. E a chi chiede, come i Cinque Stelle in Calabria, le sue dimissioni replica così: «Loro dovrebbero trovare un bell’inginocchiatoio e chiedere scusa agli italiani per quello che hanno promesso e non hanno ottenuto, pensassero alle rogne che hanno in casa, non a me». «Spirlì non è un povero demente che si sveglia al mattino e dice quattro cazzate, delle parole io – conclude – ne ho fatto una professione, sono stato pagato per questo».

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