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Violenza sulle donne: i dati delle chiamate al numero verde durante il lockdown

In Calabria l’associazione “Avvocati Marianella Garcia” con il sostegno della Procura e del Tribunale per i Minorenni ha proposto una legge regionale che istituisca un fondo per le vittime, Lucia …

Pubblicato il: 23/11/2020 – 18:02
Violenza sulle donne: i dati delle chiamate al numero verde durante il lockdown

REGGIO CALABRIA La violenza nei confronti delle donne è un’emergenza nell’emergenza che non conosce pausa nel lockdown. L’Istat ha analizzato i dati contenuti nel dataset del numero verde 1522 nel periodo compreso tra marzo e giugno 2020, evidenziando che il numero delle chiamate sia telefoniche che via chat nel periodo compreso tra marzo e giugno 2020 è più che raddoppiato, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (+119,6%), passando da 6.956 a 15.280.
Sono, invece, diminuite le chiamate fatte per errori o per scherzo (3.585) o semplicemente volte a denigrare la funzione di aiuto e supporto del 1522. La crescita delle richieste di aiuto tramite chat invece è quintuplicata passando da 417 a 2.666 messaggi. Accanto alla richiesta di aiuto da parte delle vittime di violenza (4.899 chiamate pari al 32,1% del totale delle chiamate valide) sono cresciute anche le chiamate per avere informazioni sulla tipologia di servizi offerti dal 1522 (3.655 pari al 23,9%). Il numero verde, durante il periodo di lockdown, ha infatti fornito informazioni e consulenze anche ad altri target di destinatari, indicando numeri utili di supporto sociale e psicologico (2.979 pari al 19,5% del totale), a testimonianza della funzione di “vicinanza” che questo servizio ha erogato in un particolare momento di crisi.
E’ quanto si legge nello speciale emergenza covid-19 legato alla violenza sulle donne. «L’emergenza generata dall’epidemia ha accresciuto il rischio di violenza sulle donne, specie quella domestica, consumata all’interno delle mura di casa – afferma Lucia Lipari responsabile degli “Avvocati Marianella Garcia” – le disposizioni normative in materia di distanziamento sociale e confinamento presso il proprio domicilio sono state un’arma a doppio taglio per molte donne, per cui è evidente l’importanza avuta dalle campagne di sensibilizzazione promosse dal Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri sui canali televisivi, e rilanciate sui social». Queste ultime tra la fine di marzo ed aprile sono andate infatti ad amplificare un messaggio che sembra scontato, ma fino ad un certo punto: l’importanza di chiedere aiuto per uscire dalla violenza.
Ad oggi, poi, non sono ancora del tutto quantificabili i dati relativi alla violenza contro le donne durante i periodi lockdown. I dati nazionali al riguardo sono pochi e spesso contraddittori. Da un lato si nota un chiaro aumento delle telefonate al numero nazionale anti-violenza, il 1522, dall’altro, secondo le fonti del Ministero dell’Interno, della Direzione Centrale della Polizia Criminale, risultano diminuite le denunce per maltrattamenti, abusi sessuali e stalking.
Nei mesi di marzo e aprile, durante il confinamento, si evidenzia quindi una decisa flessione dei cosiddetti reati spia, sia rispetto al medesimo periodo del 2019, che in raffronto ai mesi di gennaio e febbraio 2020. Nei mesi di maggio e giugno, si assiste invece ad un’impennata degli stessi, che evidenziano valori simili a quelli di inizio anno. «L’informazione sull’apparente calo delle violenze – continua l’avvocato Lipari – non deve trarre in inganno, anzi deve far riflettere sulle tante situazioni sommerse e sul silenzio relativo alle violenze domestiche, un fenomeno che da tempo ha assunto dimensioni allarmanti. Sebbene si siano fatti passi in avanti a livello legislativo riguardo al riconoscimento della violenza sulle donne, si pensi al “Codice Rosso”, la Legge n. 69/2019, molte regioni non si sono ancora allineate e non hanno adottato misure adeguate di sostegno alle donne che subiscono. Per questo, specie in Calabria, è prioritaria l’istituzione di un fondo di solidarietà ed urgenza per le donne vittime di violenza di genere, dei loro figli e familiari».
«Il difficile momento politico che stiamo attraversando rallenta l’iter per una legge che istituisca un fondo. In agosto abbiamo presentato una proposta di Legge regionale al riguardo, con il sostegno della Procura e del Tribunale per i Minorenni – aggiunge Lucia Lipari – prevedere un intervento mirato è una misura di civiltà, che potrebbe andare a coprire quelle situazioni emergenziali per cui si renda necessario allontanare immediatamente le donne e i loro figli minori e disabili, vessati dalla reiterazione di gravi episodi di violenza e minacce». Promuovere infatti misure concrete di solidarietà è urgente, perché consentirebbe ai componenti del nucleo familiare leso ed alle donne il recupero dell’integrità psicofisica, la riacquisizione dell’autonomia personale attraverso il reinserimento lavorativo e soluzioni alloggiative immediate. Per cui una previsione normativa agirebbe secondo un piano emergenziale e di prevenzione e secondo una prospettiva più lungimirante di accompagnamento, andando a dare risposte integrate ai bisogni oggettivi di tante donne e mamme.
Gli studi compiuti nelle case rifugio restituiscono non a caso l’immagine di un altro fenomeno correlato alla violenza di genere, intrafamiliare, quello della violenza assistita da parte dei bambini e delle bambine in modo diretto o indiretto. La maggior parte delle donne maltrattate sono madri che vengono picchiate ed umiliate sotto gli occhi dei propri figli. Una ricerca condotta a livello nazionale da Save the Children, dal titolo “Abbattiamo il muro del silenzio”, ha permesso di evidenziare questo odioso crimine e la necessità di intervenire in modo precoce, superando stereotipi culturali e colpevoli indifferenze. Si tratta di una fattispecie ancora sommersa, per certi aspetti invisibile, che reca conseguenze devastanti sullo sviluppo fisico, cognitivo e comportamentale dei bambini, che avrebbero invece il diritto a vivere in un ambiente familiare favorevole, contraddistinto da cura, dialogo ed affettività.
I dati sulle condanne con sentenza irrevocabile per maltrattamento in famiglia sono più che duplicate negli ultimi 15 anni, mettendo in luce come il 94% degli autori del reato siano uomini e che la fascia di età sia quella tra i 25 e i 54 anni, solitamente quella in cui si diventa padri.
La propensione delle donne alla denuncia, in particolare nei confronti del padre dei propri figli, per quanto sia aumentata, è ancora lontana dal raggiungere la meta di ridurre l’incidenza negativa della violenza. A questo trend nazionale, si aggiunge la criticità del periodo che limita ulteriormente le agenzie educative dall’intercettare i segnali di disagio ed agire di conseguenza. Resta il fatto che tutti questi elementi marcano l’importanza di un intervento centrale e regionale non più differibile, che miri a far emergere l’esistenza della violenza dentro e fuori casa e a sostenere donne e minori intrappolati in questo circolo vizioso. (f.p.)

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