D’Onofrio «ministro della ’ndrangheta» in Piemonte tra i Crea e i Bonavota. «Il nostro Luigi Mancuso»
Il profilo del 71enne condannato a 11 anni e 10 mesi: per i giudici figura di riferimento della rete mafiosa al Nord

TORINO C’è un nome che attraversa più stagioni della ’ndrangheta piemontese e ne collega i diversi mondi criminali ed è Francesco D’Onofrio (cl. ’55) di Mileto. Una figura che, negli anni, avrebbe assunto un ruolo di riferimento nella rete mafiosa al Nord, muovendosi tra vecchi equilibri, rapporti calabresi e nuove dinamiche operative. Il suo nome è appuntato sui taccuini di numerose procure e in centinaia di pagine di inchieste che hanno riguardato la presenza della ‘ndrangheta in Piemonte – che sia Torino oppure Carmagnola – ma c’è voluta l’ultima sentenza – ancora primo grado in abbreviato – per indicarlo quale «capo promotore» e quindi boss della ‘ndrangheta in Piemonte. Ed è la prima volta.
Il processo “Factotum”
A cristallizzare il suo nome è stato il gup di Torino, Benedetta Mastri, che lo ha condannato a 11 anni e 10 mesi, riconoscendo il vincolo della continuazione dei reati già giudicati in altre sentenze, definendo di fatto una «cerniera» tra Torino, Moncalieri, Carmagnola e il Vibonese, lungo l’asse che porta fino alla cosca Bonavota di Sant’Onofrio. Nelle quasi 800 pagine di motivazioni, il profilo di D’Onofrio, vecchio uomo d’onore considerato dall’accusa «affilialo alla ‘ndrangheta sin dal 2006» nonché partecipe, almeno fino al 2011, viene ricostruito a partire dalla sua storia criminale e dai precedenti accertamenti giudiziari sulla presenza della ’ndrangheta in Piemonte. Già coinvolto nelle vicende relative al gruppo riconducibile ai Crea, D’Onofrio viene indicato come soggetto di rilievo in un sistema che, secondo le sentenze acquisite agli atti, non avrebbe mai smesso di operare come rete unitaria di articolazioni territoriali, collegate tra loro e in rapporto con la “casa madre” calabrese.
Mantella e gli altri collaboratori
A delinearne la caratura sono anche le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Andrea Mantella lo definisce «il ministro della ’ndrangheta», aggiungendo che in Piemonte il referente sarebbe proprio lui. Altri collaboratori lo indicano come figura di peso nel panorama criminale torinese, capace di relazionarsi con soggetti appartenenti a diverse articolazioni della galassia ’ndranghetista. Il filo piemontese si intreccia così con quello calabrese. Nella sentenza vengono richiamati i rapporti con i Bonavota di Sant’Onofrio e con l’articolazione di Carmagnola, ritenuta collegata alla cosca vibonese. È in questo contesto che si collocano i rapporti con Antonio Serratore, Domenico Ceravolo e Rocco Costa, indicati nelle carte come soggetti legati, a vario titolo, alla realtà carmagnolese.
«È il nostro Luigi Mancuso»
A fare il suo nome e, soprattutto, a riconoscerne il peso criminale, è stato anche il collaboratore di giustizia Raffaele Moscato, classe 1986, “battezzato” per la prima volta nel 2010 all’interno della cosca di Piscopio. A luglio dello scorso anno, durante il processo “Maestrale-Carthago”, Moscato parlava di D’Onofrio come di un «personaggio grosso, molto più di un capo cosca». E ancora: «Quando parlava D’Onofrio tutti stavano ad ascoltare, prendevamo in considerazione molto seriamente i suoi consigli, D’Onofrio a tutti gli effetti era il nostro Luigi Mancuso».
«Figura di riferimento»
Dopo gli arresti che avevano colpito quella articolazione nell’ambito delle inchieste Carminius e Fenice, D’Onofrio sarebbe diventato, secondo la ricostruzione del gup, un punto di riferimento per la prosecuzione delle dinamiche associative. Una funzione non episodica, ma inserita in un quadro più ampio: quello della perdurante operatività della ’ndrangheta piemontese, già emersa nelle sentenze Minotauro, Carminius e Fenice. La sentenza lo descrive come un soggetto capace di favorire incontri, mantenere relazioni, intervenire nelle dinamiche interne e nei rapporti tra associati, fino a essere indicato come figura attorno alla quale si sarebbero riannodati i fili dell’articolazione carmagnolese dopo la stagione degli arresti. Un ruolo che, nella prospettiva dei giudici, conferma la capacità della ’ndrangheta piemontese di rigenerarsi, riorganizzarsi e mantenere collegamenti con i territori d’origine.
Torino-Vibo
In questa trama, Torino e il Vibonese non appaiono come mondi separati. La direttrice che unisce Moncalieri, Carmagnola e Sant’Onofrio racconta piuttosto la continuità di una presenza criminale che, pur colpita da inchieste e condanne, avrebbe continuato a muoversi attraverso relazioni personali, vincoli fiduciari, rapporti storici e riconoscimenti interni. E al centro di questa rete, per i giudici, c’è proprio Francesco D’Onofrio. (g.curcio@corrierecal.it)
Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato