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«La Calabria non ha bisogno di derive populiste e giustizialiste. Io farò la mia parte»

Le inchieste giudiziarie, la storia e le sorti del centrosinistra calabrese sono i temi del racconto degli ultimi anni di Mario Oliverio: «Le carte giudiziarie vanno lette perché dietro ci sono per…

Pubblicato il: 08/01/2021 – 21:00
«La Calabria non ha bisogno di derive populiste e giustizialiste. Io farò la mia parte»

LAMEZIA TERME «Le carte vanno lette perché dietro a quei fogli ci sono persone. Vanno lette per una responsabilità nei confronti di chi si trova dall’altra parte e per rendere più forte e credibile l’azione di contrasto alla criminalità».
Nei giorni successivi all’assoluzione nel procedimento “Lande desolate”, quello che Mario Oliverio vuole togliersi, più che un sassolino dalla scarpa, è un macigno dal cuore. 
Lo fa come ospite nel talk 20.20, condotto da Danilo Monteleone e Ugo Floro, ai microfoni de L’altro Corriere Tv e del Corriere della Calabria. Le vicende giudiziarie, che hanno interessato e continuano ad interessare l’ex governatore regionale, rappresentano lo spartiacque dell’intera vita politica della regione trovatasi ad affrontare una travagliata campagna di avvicinamento alle scorse regionali e nuovamente richiamata, prima del tempo, ai blocchi di partenza in uno dei periodi più difficili nella storia dell’intero paese.
«Mi ha tormentato il pensiero che anche un solo calabrese che aveva riposto fiducia in me, potesse pensare di essere stato tradito. C’è da riformare il sistema giudiziario. E spero che lo slittamento delle elezioni possa far rinsavire il centrosinistra».



“LANDE DESOLATE” E GLI ALTRI Nel dicembre del 2018, Oliverio viene raggiunto dalla misura cautelare del “obbligo di dimora” a San Giovanni in Fiore nell’ambito dell’inchiesta “Lande desolate” condotta dalla Procura di Catanzaro. Le accuse erano di abuso d’ufficio e corruzione. Il tortuoso iter cautelare si era concluso con una pronuncia dove la Cassazione aveva parlato «grave pregiudizio accusatorio».
 Con la decisione maturata dal gup, lo scorso 4 gennaio, è invece arrivata l’assoluzione perché “il fatto non sussiste”. «Sono stati due anni difficili. – dice Oliverio – Quella mattina mi ero svegliato presto perché dovevo andare a Roma per raggiungere l’allora ministro Giulia Grillo per discutere della delicata situazione della sanità calabrese». Ad aspettarlo c’era però la Guardia di finanza.
«Il mondo mi si è capovolto e mi sono preoccupato fin da subito di capire quali accuse mi fossero state rivolte. Non si trattava di un avviso di garanzia, ma di un provvedimento cautelare, una restrizione della mia libertà personale». 
Lette le ipotesi di reato contestate, Oliverio si tranquillizza: «L’unica persona che può conoscere tutta la verità è l’accusato. E leggendo quelle accuse si vedeva chiaro quello che poi i giudici hanno confermato, prima in via cautelare e poi con l’assoluzione piena».
«In quelle stesse ore – aggiunge – cominciano però ad uscire le prime agenzie che alteravano i contenuti di quel provvedimento, sostenendo che il governatore della Calabria era “agli arresti domiciliari” per reati commessi “con l’aggravante del metodo mafioso”. Ho reagito per difendere la mia onorabilità contro notizie che per l’ennesima volta gettavano fango su questa terra».
Quei giorni, però, sono anche il racconto di reazioni contrastanti: «Ho sentito l’affetto della gente comune, degli amministratori locali, del mondo della Chiesa», diversamente «ho sentito il gelo del gruppo dirigente del Partito Democrartico, il mio partito».
“Lande delosate”, condito appunto dall’applicazione di una misura cautelare, può considerarsi la vicenda giudiziaria che più ha pesato sul nome e sulla figura politica di Mario Oliverio. Non l’unica. Nel periodo successivo si aggiungono le accuse ipotizzate nei confronti dell’ex governatore nell’ambito dell’inchiesta “Passpartout” (che colpisce sia la Regione che il Comune di Cosenza in relazione all’appalto di Piazza Bilotti) quindi l’indagine sul Festival di Spoleto e quella legata alla vicenda “Fincalabra”. «Sono comunque tranquillo» ,dice. 
«Quello che mi ha turbato di più è il procedimento appena concluso. L’obbligo di dimora mi ha impedito di seguire con legittimazione e forza morale le vicende e le problematiche di questa terra per ben tre mesi». Nonostante le accuse, Oliverio dice di non aver mai pensato alle dimissioni che «avrebbero messo la ceralacca su quell’errore grave che si stava consumando sulla mia pelle».

LE SCORSE REGIONALI «Queste vicende – sostiene Oliverio – hanno condizionato il corso degli eventi mettendo a nudo una debolezza della politica e in alcuni momenti una sua subalternità. Sono stato lasciato solo dai vertici del partito dai quali non ho comunque mai preteso dichiarazioni di solidarietà». Un isolamento, quello lamentato da Oliverio, che si è in qualche modo riversato anche sull’economia delle scelte che hanno condotto alle scorse elezioni: «Io non ho mai preteso forzature rispetto alle vicende. – sebbene la Cassazione si fosse già espressa sulla misura cautelare – Ho chiesto di discutere ed ho trovato l’appoggio di sindaci, cittadini, segretari dei circoli».
La storia, di converso, racconta della candidatura di Pippo Callipo (voluta dai vertici di partito) a capo della coalizione di centrosinistra proprio a discapito di un possibile “Oliverio-bis”. 
A più riprese il partito sostenne – e sostiene – che la scelta di non candidare il governatore uscente fosse legata a motivi politici e non giudiziari qualificandolo comunque come «un patrimonio del Pd». «Questa è una palese ipocrisia alla quale non credono nemmeno i bambini» dice secco Oliverio. «Come motivazione politica venne tirato in ballo il ricambio generazionale. Peccato che per succedermi hanno individuato un imprenditore rispettabilissimo, ma in età molta più avanzata di me. Questo ha dimostrato poco rispetto verso l’opinione pubblica».
Quello che in molti – soprattutto rappresentanti territoriali gravitanti intorno al Partito Democratico – lamentarono, fu una sorta di imposizione dall’alto del candidato presidente che oggi Oliverio definisce frutto di «un atteggiamento coloniale». 
Dopo le elezioni e la sconfitta del centrosinistra, arrivano le dimissioni di Callipo dal consiglio regionale. «In quella circostanza mi aspettavo qualche spiegazione, e invece nulla». 
E tuttavia, ad aprire la strada alla candidatura di Callipo, fu proprio la rinuncia di Oliverio.
«Avevamo cinque liste pronte e Luigi Incarnato era il coordinatore di quello schieramento. 
Chiedevamo un confronto affinché un partito commissariato da anni potesse rilanciarsi a partire da questo territorio. Nel frattempo, però, il commissario (Stefano Graziano, commissario regionale del Pd, ndr) faceva riunioni parallele in un albergo con sigle che non rappresentavano niente».
In quello stesso periodo, scoppia l’ennesimo terremoto giudiziario in Calabria. L’inchiesta “Rinascita-Scott” travolge anche lo stesso coordinatore Incarnato (destinatario della misura cautelare degli arresti domiciliari, in seguito revocata) e Nicola Adamo (destinatario della misura cautelare del divieto di dimora, in seguito revocata).
«Anche in quel caso, – dice Oliverio – lette le carte, ho ritenuto un’inconsistenza delle accuse. Ma quello scossone mi spinse a fare un passo indietro. Avevo saputo che si stava creando una coalizione che si appoggiava a Callipo e parafrasai il passo biblico di Samuele proprio per rendere la mia volontà di non essere divisivo».
 La sera stessa, arrivò la chiamata di Zingaretti alla quale seguì il pubblico ringraziamento. «Mi disse che ci saremmo incontrati appena sarebbe tornato in Calabria, ma da allora non l’ho più visto e sentito». Anzi, aggiunge: «In seguito sono stato spinto fuori dalla direzione nazionale del Pd, di cui facevo parte in quanto eletto dal congresso. Data la gravità della cosa sono stato in silenzio per non agitare le acque».

LE PROSSIME ELEZIONI REGIONALI Ad oggi, sul tavolo verso le prossime elezioni, rimangono le liste presentate da Carlo Tansi, che recentemente ha imputato la sua rimozione dal ruolo di dirigente della Protezione Civile proprio allo stesso Oliverio, con la sponda di Tallini. «Io voglio bene a Tansi. L’ho scelto per rivestire il ruolo di dirigente della ProCiv. Fu lui stesso ad un certo punto a supplicarmi di rimuoverlo, dopo alcuni attacchi, ma non ho voluto, affinché continuasse a dare forza e respiro a quel corpo. La parte della vittima, oggi, è funzionale alla sua ambizione di entrare in politica, quella sfera che lui ha sempre criticato».
Per il resto, il centrosinistra, dopo aver organizzato dei tavoli di coalizione in preparazione alla chiamata originariamente fissata al 14 febbraio, ha visto raffreddarsi gli animi a fronte dello slittamento delle consultazioni al prossimo aprile. Oliverio non si sbilancia su una sua possibile partecipazione alla tornata, ma sulle necessità future del centrosinistra pare avere le idee chiare. 
«La Calabria vive un momento difficilissimo. Ha bisogno di tutto tranne che di derive populiste, demagogiche e giustizialiste. Ha bisogno di una classe dirigente responsabile, equilibrata ed ispirata da una visione riformista che possa mettere a frutto le risorse messe a disposizione dalla comunità europea. La regione deve poter riprendere i programmi che noi avevamo messo in campo».
«Mi auguro – aggiunge – che il Pd riacquisti la sua funzione di forza centrale, motore di una aggregazione riformista e non vittima delle populismo che agita i problemi ma non le risposte. Io farò la mia parte affinché si rinsavisca e si torni con i piedi per terra».
Riferimenti, seppur velati, che sembrano avere la sembianza di sferzate nei confronti del MoVimento 5 stelle, indicato come possibile alleato elettorale dei dem e di Luigi de Magistris, attuale sindaco di Napoli, che ha aperto ad una sua possibile candidatura quale leader della coalizione di centrosinistra alle regionali calabresi. Meno velato è il commento in merito: «Mi auguro proprio di no» dice Oliverio. «Sarebbe come trattare questa terra in un modo che non ha meritato neanche l’Etiopia, che pure è stata una colonia che ha subito danni enormi».
Prima di questi risvolti, si erano fatti due nomi interni al partito: Antonio Viscomi e Nicola Irto. «I tavoli di coalizione, per come erano impostati, preludevano al secondo tempo della distruzione del patrimonio delle forze della sinistra. È una questione di approccio: il fatto che ci si sia ridotti a questo teatrino del “totonomi” con la preoccupazione di allargare al mondo del civismo sociale mettendo lì persone che rappresentano se stesse anziché guardare al mondo reale dei sindaci, delle forze sociali delle professioni, la dice lunga. Non auguro a nessuno di passare alla storia come uno sconfitto stracciato dall’insipienza e dall’inconcludenza politica». (f.d.)

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