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Gratteri: «Già negli anni 80 i clan erano infiltrati nella Pubblica amministrazione»

Il procuratore di Catanzaro parla, in un’intervista, del potere delle cosche nel mondo. «Nel 1970 è nata la Santa. E la ‘ndrangheta aveva rapporti alla pari con Cosa Nostra americana». Il timore do…

Pubblicato il: 28/01/2021 – 7:27
Gratteri: «Già negli anni 80 i clan erano infiltrati nella Pubblica amministrazione»

«In ogni indagine merge sempre più il fatto che un soggetto è al contempo ‘ndranghetista e massone deviato. Ma in questo, secondo me c’è una grande responsabilità da parte della magistratura, dei giornalisti, degli scrittori, dei professori, degli studiosi, dei politici illuminati. La responsabilità nasce dal fatto che noi sapevamo che nel 1970 è stata creata la Santa che autorizza lo stesso soggetto ad essere ‘ndranghetista e far parte di una loggia massonica deviata».
Tra gli argomenti trattati nel corso della diretta Facebook, insieme al presidente della Commissione parlamentare antimafia Nicola Morra e al giornalista Michele Albanese, dal titolo “Le mafie e l’antimafia. La ‘ndrangheta in Calabria, in Italia, in Europa e nel mondo”, vi è quello della massoneria deviata che ha fatto fare alla ‘ndrangheta un salto di qualità consentendo all’organizzazione di crescere e infiltrarsi nelle stanze del potere. «Questo vuol dire che nel ’70 c’è stato uno spartiacque – ha detto Gratteri –. Quindi quello che noi stiamo cercando di dimostrare oggi, sul piano investigativo/giudiziario, ciò di cui oggi si sta parlando in chiaro, già c’era nel 1970. Abbiamo perso 50 anni per continuare a parlare solo di Osso Mastrosso e Carcagnosso, per continuare a parlare al massimo di una ‘ndrangheta che faceva sequestri di persona, quando già negli anni 80 la ‘ndrangheta era già infiltrata nella pubblica amministrazione, era già in pezzi della politica, era già in pezzi delle istituzioni. Pensate a quale ritardo spaventoso abbiamo accumulato. Quanti di noi hanno sbagliato a sottovalutare e narrare quella mafia. Quello che noi stiamo vedendo oggi c’era già. Tutti noi dobbiamo fare un mea culpa per avere capito in ritardo e avere sottovalutato. E quello che pensavamo essere il rozzo sequestratore di persone in realtà già faceva parte di un’organizzazione che aveva contatti alla pari con Cosa Nostra americana».
«La ‘ndrangheta della provincia di Reggio Calabria – continua Gratteri – già aveva rapporti diretti con Totò Riina, con Provenzano, con Matteo Messina Denaro. Rapporti alla pari con Cosa Nostra di New York o di Toronto». Per evitare lo stesso errore e cercare recuperare il gap, secondo il magistrato «dobbiamo stare più attenti, approfondire di più, ciascuno nel suo ruolo e nella sua funzione dovremmo cercare di impegnarci di più, avere più più coraggio. E non stancarci di parlare. Anche se più parliamo e più certi centri di potere ci attaccano, non bisogna demoralizzarsi se si crede di essere nel giusto. E soprattutto è importante spendere energie sui giovani, spendere energie sui ragazzi».
INDAGINI E RIPERCUSSIONI SOCIALI «Faccio questo lavoro in Calabria dall’86 e posso dire di conoscere tutto il territorio calabrese. Oggi possiamo dire di essere entrati in territori dove prima non eravamo riusciti a penetrare. La gente ci percepisce, ci apprezza e ci è molto vicina: abbiamo fatto tanto e tanto faremo ancora. Quello che oggi, però mi fa pensare che ci sia ancora molto da fare è la constatazione c’è un ceto sociale medio, che non sapevo fosse così numeroso, che porta solidarietà a chi ha commesso reati anche gravi. Una cosa che mi meraviglia e mi rattrista». Una risposta lunga e complessa è quella che il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri dà al giornalista Michele Albanese. 
Alla domanda se sia ottimista sul futuro della Regione, il procuratore risponde raccontando i passi in avanti compiuti ma mette in campo anche i limiti da superare.
«Io devo fare indagini per contrastare le mafie, devo lavorare col codice in mano. Però è chiaro che le mie indagini, le indagini che io coordino con il mio Ufficio e con la polizia giudiziaria, hanno delle ripercussioni sul piano sociale». E proprio a queste ripercussioni sul piano sociale il procuratore si riferisce. Si riferisce, spiega, a gente che ha un titolo di studio, non il semianalfabeta nutrito di cultura mafiosa accerchiato da amici e parenti ‘ndranghtisti o con filosofia di vita ‘ndranghetista: «Io sto parlando di professionisti. Ciò che vedo e noto in quest’ultimo periodo è sentire ragionamenti di gente di ceto medio, sul piano culturale e sociale, che dà solidarietà a chi, secondo le nostre indagini, ha commesso reati anche gravi per ingordigia, non per uno stato di necessità. Questo mi preoccupa, mi fa pensare a quanto tempo serva ancora. Io mi sono accorto in questi ultimi due anni di quanto numerosa sia questa fascia sociale media che dà solidarietà perché rimane male perché tizio o caio è indagato. Mi dico che c’è tanto da fare. Mi meraviglia e mi dispiace, mi rattrista».
Il procuratore va spesso nelle scuole a parlare con i ragazzi con la speranza che una parte di questi ragazzi a fine incontro passino dalla parte della legalità. «Non è mai tempo perso quando si va a parlare ai ragazzi», dice.
«Io penso che sul piano investigativo e giudiziario faremo ancora passi importanti in avanti e sono ottimista da questo punto di vista. Però c’è ancora tanto da fare. Non c’è ancora una corale narrazione da parte di giornalisti, scrittori o uomini di cultura. La narrazione è frammentata. È come se ci fosse un derby, anche nell’informazione, dove ognuno la racconta a modo suo. E questo nuoce alla gente comune che vuole capire e vuole informarsi».

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