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Next generation Calabria, il futuro è nell’innovazione

Dall’Europa arriveranno oltre 46 miliardi per una rivoluzione 4.0 dell’Italia. Marino: «La regione diventi l’area con maggiore intensità di ricerca del Paese»

Pubblicato il: 06/02/2021 – 7:30
di Roberto De Santo
Next generation Calabria, il futuro è nell’innovazione

REGGIO CALABRIA Bruxelles batte sull’innovazione e sulla digitalizzazione tra le strade maestre non soltanto per superare questa devastante fase economica – che ha investito il Vecchio Continente a seguito della diffusione della pandemia – ma per rilanciare il sistema produttivo complessivo già a partire dal prossimo futuro.
Su questo capitolo di spesa la Commissione ha preventivato ingenti risorse del suo piano “Next generation Ue” di cui una fetta importante andrà all’Italia. Una sfida per la crescita dei prossimi decenni dell’Europa che passa soprattutto attraverso l’innalzamento della competitività delle aree più deboli del Continente facendo appunto leva su percorsi virtuosi di innovazione per superare rapidamente il gap con le aree maggiormente evolute dell’Europa.
Sul piatto del Ng-Ue ci sono oltre 46,18 miliardi di euro. Una voce che rappresenta, dopo l’asse destinata alla rivoluzione verde, la parte più sostanziosa del Piano per la ripresa dell’Europa sulla quale la Calabria – terra con un digital divide elevatissimo – dovrà necessariamente puntare per risalire la china. Per le caratteristiche degli interventi su questo fronte – rapidi e capaci di ridurre le distanze competitive tra territori – potrebbero costituire il detonatore di una crescita reale e veloce della regione. Una scommessa che, per questo, la Calabria non può permettersi di perdere. Ne è convinto Domenico Marino, docente di Politica economica all’Università Mediterranea di Reggio Calabria, nonché direttore allo stesso Ateneo del Centro Studi delle Politiche Economiche e Territoriali del dipartimento Pau. Che sull’argomento ha recentemente pubblicato per Rubbettino, il libro “L’intelligenza artificiale” in tema di innovazione.

Professore il processo di digitalizzazione e innovazione tecnologica rappresenta uno dei pilastri del Next generation Eu. L’Europa punta su questo tema per far superare il divario territoriale e mettere in condizioni di competere le aree maggiormente in ritardo di sviluppo. La Calabria potrebbe divenire un laboratorio, in questo senso?
«Certamente. La Calabria non deve più inseguire l’industrializzazione, ma deve fare un salto nella nuova era e investire in creatività e innovazione. È inutile pensare a costruire nuove fabbriche, dobbiamo piuttosto pensare alla Calabria 4.0, una Calabria di imprese High Tech e che forniscono servizi avanzati e una Calabria che valorizza in maniera innovativa i tradizionali settori dell’Agroalimentare e del Turismo.Calabria 4.0 significa investire nella logistica, e a Gioia Tauro abbiamo un polo di eccellenza in grado di trasformare la regione in una grande piattaforma logistica fra l’Europa, l’Asia e l’Africa.Calabria 4.0 significa, anche creare un distretto di imprese High Tech che sviluppino servizi di ICT innovativi per le famiglie e le imprese, utilizzando il know how delle nostre Università.Calabria 4.0 significa trasformare la regione in un’area creativa che a partire dal patrimonio di beni culturali valorizzi i settori tradizionali del turismo, dell’agroalimentare e dell’artigianato di qualità innestando una “Sovrapposizione virtuosa” tra beni culturali e sistema produttivo che è ciò che consente ai beni culturali di giocare il ruolo di volano di sviluppo. I fondi strutturali, la programmazione 2021-2027 e il Recovery Fund saranno in questa luce una opportunità straordinaria che per essere colta ha bisogno di un cambiamento a 360° sia nella strategia, sia nell’attuazione. Per questo sono convinto che la Calabria potrebbe essere un ottimo laboratorio per la sperimentazione di politiche di innovazione per superare il ritardo di sviluppo. Ma bisogna avere la forza di cambiare rotta. Il poco e male fatto fino ad oggi deve essere immediatamente corretto perché quella che la grande disponibilità di risorse della Programmazione 2021-2027 e del Recovery Fund ci offre su un piatto d’argento è un’opportunità straordinaria per far crescere la Calabria. Sprecarla sarebbe non solo un atto di masochismo, ma anche una perdita di credibilità esiziale per la classe politica e burocratica regionale. A fronte di questo fallimento difficilmente si troverebbe qualcuno disposto a dare un’ulteriore chance alla Calabria».

Lei è un assertore della teoria che la crescita economica passi da processi di innovazione. Perché la sfida su questo terreno è decisiva per la regione?
«L’economia calabrese rischia di essere intrappolata nel sottosviluppo e di vanificare ogni intervento teso a migliorare la situazione. In queste situazioni che potremmo definire di “economia-trappola” si rischia di far avvitare la situazione in un circolo vizioso che assorbe risorse e che non crea né sviluppo, né benessere. Per tentare di uscire da questa perversa trappola del sottosviluppo occorre una terapia d’urto, degli interventi che diano degli shock forti all’economia regionale. L’intelligenza artificiale è la nuova frontiera che può costituire una nuova rivoluzione non solo nell’industria, ma anche nella pubblica amministrazione. Si parla oggi diffusamente di Industria 4.0 e si comincia, sia pur timidamente, a parlare di PA 4.0. La nuova rivoluzione dell’intelligenza artificiale cambierà radicalmente nel prossimo ventennio il sistema produttivo, le relazioni industriali e anche la nostra vita quotidiana. Tra la prima e la seconda rivoluzione industriale ci sono cento anni, fra la seconda e la terza 50 anni, fra la terza e la quarta 20 anni, fra la quarta e la quinta forse basteranno 5 anni. Oggi la globalizzazione rappresenta un concetto superato e legato ad un’idea ormai stantia di sviluppo. Semmai il termine sviluppo va coniugato con gli aggettivi smart ed intelligente e in questo ambito la competizione è alla pari fra tutti i paesi poiché si sono annullati i vantaggi storici fra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo. Con l’intelligenza artificiale la competizione si sta spostando dall’ambito prettamente tecnologico a quello culturale ed organizzativo, dove le variabili legate alle capacità di governance dei processi diventeranno predominanti rispetto alle variabili tecnologiche. Questa rivoluzione può essere un’opportunità per colmare il gap tecnologico e di sviluppo. Ma può essere anche un rischio, se la Calabria non sarà in grado di essere pronta a governare questi cambiamenti, perché frenata dalle forti contraddizioni dell’economia regionale che determinano la difficoltà ad utilizzare gli strumenti di politica con livelli sufficienti di efficienza. I quattro pilastri di un’agenda di sviluppo per la Calabria basata sull‘innovazione per investire proficuamente le enormi disponibilità finanziarie dei prossimi anni dovrebbero, quindi passare da politiche di incentivazione finalizzate all’innovazione, da politiche industriali e territoriali di servitization, da politiche di valorizzazione del capitale umano e da politiche di creazione di reti e di fiducia. Solo così la sfida può essere vinta».


Ma sussistono veri e propri colli di bottiglia che impediscono che questo processo si dispieghi rapidamente. Quali sono i principali ostacoli?
«Le motivazioni dello “sviluppo debole” calabrese possono essere attribuite genericamente alle diseconomie esterne cioè tutti quei fattori “indipendenti” dalle scelte e dalle abilità imprenditoriali, che agiscono negativamente sull’attività delle imprese stesse, facendone lievitare i costi di produzione e peggiorando efficienza e qualità dei processi e dei prodotti, rendendole quindi meno competitive o precludendone perfino la nascita.Analizzando queste diseconomie esterne si può avere un quadro delle cause che hanno storicamente condotto al differenziale di sviluppo fra la Calabria e il resto del Paese. Queste diseconomie si possono racchiudere in 5 aspetti: una scarsa e inefficiente dotazione infrastrutturale; un sistema produttivo debole; l’inefficienza della Pubblica amministrazione; una forte incidenza dell’economia criminale, illegale e sommersa ed infine un’oggettiva situazione di deprivazione. Questo paradigma dello “sviluppo debole” comporta l’incapacità del sistema economico calabrese di cogliere pienamente e sfruttare i periodi di espansione per colmare il gap con le regioni più sviluppate e nello stesso tempo ridotte capacità di fronteggiare con successo crisi recessive. All’interno di questo paradigma si capisce perché uno dei problemi fondamentali del mercato del lavoro calabrese è sicuramente la difficoltà nel creare nuovi posti di lavoro e, soprattutto, nuovi posti di lavoro qualificati, in grado di attrarre gli High Skilled Workers. Se non si innalza il livello della domanda, anche investendo in innovazione, le sole politiche attive del lavoro sono sicuramente insufficienti a correggere gli squilibri sul mercato del lavoro. Per innalzare il livello della domanda sono necessarie delle sane e robuste politiche industriali, che nella Calabria sono sempre state problematiche. In questo modo, per l’assenza di opportunità, perdiamo la forza lavoro più formata e capace, gli High Skilled Workers, e poiché il capitale umano è la vera ricchezza di ogni paese avanzato, se non fermiamo questa migrazione intellettuale la Calabria si ritroverà fra qualche anno più povera e meno competitiva».

Come superarli?
«La Calabria se opportunamente governata ha la possibilità di colmare in breve il gap che la separa dalle altre regioni, ma per far questo deve innovare totalmente le politiche.In un mondo in cui la velocità è tutto, in cui la rapidità è un fattore critico di successo, la Calabria si presenta con un processo di decisione/attuazione, lento, farraginoso ed elefantiaco. Un pachiderma che deve competere in una gara di velocità con lepri e gazzelle. Non servono nuove risorse o nuovi investimenti. La cura è semplice e immediata, basta investire in intelligenza e competenze. Ma intelligenza e competenza fa rima con merito e questo è stato sempre il grande assente nei palazzi regionali. La Calabria, che pure ha centri di ricerca eccellenti in questo campo, non riesce a mostrare la stessa attenzione e la stessa spinta innovativa. Rischia di trovarsi nella condizione in cui gli altri correranno ancora più velocemente di quanto fanno oggi, aumentando il divario.Dovremmo investire pesantemente nell’intelligenza artificiale, ma le risorse per questo settore innovativo sono asfittiche. La cosiddetta strategia dell’innovazione regionale assomiglia troppo ad un colabrodo che fa acqua da tutte le parti, distribuendo a pioggia le risorse senza nessun ritorno reale per la collettività. Del resto sono gli investimenti per organizzare le Sagre che portano i voti, mica gli investimenti nelle reti neurali.Faccio una provocazione: forse la vera innovazione in Calabria sarebbe quella di affidare la programmazione regionale ad un algoritmo di deep learning. Risparmieremmo alcune decine di milioni di euro e avremmo un risultato sicuramente più efficiente».

In questa scommessa rientra anche l’esigenza di rendere più agile la vita dei cittadini. Nel mondo il percorso per la realizzazione di smart city è avviato. Come siamo messi in Calabria?
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Trasformare le città in smart city dove grazie alle tecnologie innovative dell’intelligenza artificiale sarà possibile avere servizi pubblici efficienti, accessibili a tutti i cittadini, riduzioni delle emissioni inquinanti, risparmi energetici consistenti, trasporti efficienti, infrastrutture produttive che creano sviluppo e nuovo lavoro dovrebbe esser uno degli obiettivi principali delle politiche economiche a scala urbana. Questo in concreto per la Calabria dovrebbe significare operare per incentivare la presenza di imprese High Tech e che forniscano servizi avanzati e valorizzare in maniera innovativa i tradizionali settori dell’Agroalimentare e del Turismo. Dovrebbe portare a dirottare investimenti per creare distretti di imprese High Tech che sviluppino servizi di ICT innovativi per le famiglie e le imprese, utilizzando il Know How delle Università. Dovrebbe promuovere lo sviluppo delle reti intelligenti utili, per esempio, ad introdurre un modello di trasporto integrato e modelli di gestione del traffico in grado di ottimizzare i tempi, l’energia consumata e le sostanze inquinanti emesse utilizzando, ad esempio, veicoli elettrici e sistemi innovativi quali car sharing e car pooling.  Ma la mia impressione è che il tema delle smart city sia un tema molto utile a riempire i programmi e le dichiarazioni dei politici, ma che poi si scontra con un contesto che è rimasto drammaticamente poco smart. L’esperienza della didattica a distanza e dello smart working ci fanno cogliere in maniera chiara quanto purtroppo ancora lontano è la Calabria dal concetto di smart».

Se una lezione deriva da questa terribile fase dell’emergenza pandemica sicuramente è quella di procedere speditamente verso un percorso di formazione digitale sia della classe imprenditoriale sia amministrativa. Anche su questo terreno la Calabria è indietro. Se prendiamo i dati su quante imprese hanno implementato le vendite e-commerce nel corso del 2020, ad esempio, emerge questo ritardo.
«
Con l’intelligenza artificiale potremmo avere una pubblica amministrazione più efficiente, più inclusiva e meno costosa. Potremo abbattere molte delle barriere che oggi limitano i diritti di molte persone, potremo migliorare la qualità della vita, potremo ridurre la spesa pubblica. Ad esempio nella sanità l’uso dell’IA potrebbe portare un notevole miglioramento della capacità di prevenzione e cura, contribuendo a diminuire morbilità e mortalità ed i costi sanitari. Usando i big data sanitari in modo predittivo, infatti, potremmo riuscire a predire molte tipologie di malattie come quelle metaboliche e cardiovascolari ed in futuro anche tumorali e ridurre significativamente i costi della sanità. Ma anche in questo caso il digital divide fra la Calabria e il resto dell’Italia è grande e questo ha un riflesso sulle imprese che pagano il prezzo di questo ritardo.  Uno studio del gruppo Ambrosetti ci dice che le imprese che operano nell’e-commerce in Calabria sono solo l’1,8% delle imprese di e-commerce italiane e il fatturato di e-commerce in Calabria secondo un’indagine di Confartigianato è di appena 490 milioni di euro».

Quale contributo potrà essere dato dalle Università calabresi per creare innovazione da trasferire alle Imprese ed agli Enti Pubblici del territorio?
«In questo campo l’Università può giocare un ruolo significativo, aperto alle istanze nazionali, europee e mediterranee.  Per favorire il trasferimento di innovazione occorre dar vita a un sistema di Centri di ricerca regionale di eccellenza. Ma anche assicurare sostegno finanziario alla ricerca e all’applicazione e allo sviluppo di tecnologie innovative (Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione, Sistemi intelligenti, sistemi avanzati di gestione della produzione, ecc.). Alcune di queste componenti possono produrre rilevanti ricadute sul sistema economico regionale. Per questo occorre anche approntare strumenti stabili per la formazione, l’aggiornamento e la riqualificazione di esperti di settore e favorire interventi sul sistema formativo di base (introduzione di insegnamenti specifici nei corsi di laurea universitari, introduzione di corsi specialistici post diploma e post laurea)».

Eppure, se si esclude qualche piccolo esempio, forse la connessione tra Atenei e territorio è uno degli elementi deboli del processo di innovazione. Come rimediare?
«Occorrerebbe fare un grande investimento nella ricerca, un investimento strategico, potenziando i centri di ricerca esistenti e mettendoli in grado di competere a livello internazionale e ad attrarre risorse umane. Ma questo non può essere fatto senza risorse e senza visioni strategiche. Dovremmo lanciare in Calabria un grande patto dell’innovazione che abbia nei centri di ricerca il suo fulcro, coinvolgendo, imprese sindacati e istituzioni. Dovrebbe essere la grande scommessa per il futuro della Calabria. Ma se guardiamo i documenti di programmazione troviamo la drammatica assenza di idee, una mancanza disarmante di visione. Dovremmo investire in un grande progetto per trasformare la Calabria nel territorio italiano a più alta intensità di ricerca, investendo almeno il 50% delle risorse pubbliche, piuttosto che disperderle in mille rivoli clientelari, ma dall’impatto nullo. I nostri figli e i nostri nipoti ci ringrazierebbero di questo investimento prospettico, ma purtroppo, citando un proverbio, quando il saggio indica la luna, molti vedono solo il dito».

Quali le priorità dei progetti da mettere in cantiere per rendere più agevole il processo di innovazione e digitalizzazione del territorio?
«Rispondo a questa domanda parlando di un’esperienza innovativa in cui credo e a cui collaboro, che è portata avanti dalle tre Università calabresi, da Entopan, dalla fondazione “Bruno Kessler” e da Sefea, che è chiamata “Harmonic innovation hub” e che consiste nella creazione di un ecosistema di competenze per l’economia circolare e l’innovazione armonica, al servizio dell’intera area euromediterranea.  Si tratta di un centro multidisciplinare che si ripropone di accompagnare imprese e territori nelle sfide delle transizioni digitale e tecnologica, verde e circolare, sociale ed economica, in una logica di convergenza tra tech e social innovation e nella prospettiva dei paradigmi della Super Smart Society 5.0 e dell’Industry 4.0.  L’obiettivo è quello di favorire la formazione di nuove competenze, la valorizzazione dei giovani talenti e la costruzione di nuove leadership generazionali, la nascita e l’accompagnamento di startup, spin-off e Pmi innovative di particolare valore, la costruzione di reti e network qualificati e stabili per l’innovazione. È un progetto che non riceve un solo euro di finanziamento pubblico, ma che può portare risultati molto importanti non solo per la Calabria, ma per tutto il Mezzogiorno. Se disseminiamo sul territorio tanti progetti innovativi come questo, magari anche focalizzando le risorse pubbliche, potremo veramente arrivare in poco tempo a fare di tutta la Calabria il primo e più importante ecosistema innovativo italiano». (r.desanto@corrierecal.it)

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