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«A tua figlia ci scippo la testa». A Roma le minacce e i metodi violenti del boss legato agli Alvaro

Da Vitalone messaggi e telefonate ai sodali poco “collaborativi” e un clima di intimidazione come «strumento di pressione»

Pubblicato il: 21/02/2021 – 10:38
di Giorgio Curcio
«A tua figlia ci scippo la testa». A Roma le minacce e i metodi violenti del boss legato agli Alvaro

ROMA Un contesto criminale «contrassegnato dal metodico ricorso alla sopraffazione fisica e psicologica». A scriverlo nero su bianco è il gip Alessandro Arturi che ha convalidato l’arresto di 33 persone, 16 finiti in carcere e 17 agli arresti domiciliari, nel corso del blitz “Enclave”, coordinato dalla Dda della capitale e che ha disarticolato un gruppo criminale attivo a Roma nell’hinterland, collegato direttamente alla ‘ndrina “Alvaro” di Sinopoli. 

Violenza e pressioni

Il ruolo di vertice ricoperto da Pasquale Vitalone, boss 45enne originario di Sinopoli, finito in carcere, è emerso in più di una intercettazione (telefonica e ambientale) captata dagli inquirenti. Un ruolo predominante manifestato e anche difeso attraverso il ricorso frequente a metodi violenti e di chiara impronta ‘ndranghetista, creando attorno a sé un clima generalizzato di «intimidazione come strumento di pressione sugli associati e di risoluzione di controversie». 

«Ti mettono a fuoco tua mamma e tuo padre»

Ne è un esempio, per gli inquirenti, il dialogo telefonico intercettato il 5 luglio del 2018. Al centro c’è la trattativa di un grosso affare di droga con alcuni referenti a Padova. A dover perfezionare la procedura bancaria dalla quale il boss Pasquale Vitalone contava di conseguire tra i 200 e i 250mila euro, era Paolo D’Agostino, 48enne romano, finito in carcere nel blitz, e ritenuto partecipe e incaricato di mantenere i rapporti con gli acquirenti e i finanziatori, con il ruolo all’interno del gruppo di reperire il denaro, tramite operazioni finanziarie illecite, per il boss e la consorteria. Quasi mezz’ora ti telefonata in cui Vitalone manifesta tutto il suo potere intimidatorio: «Ti rendi conto che stai combinando eh? Mi stai prendendo proprio in giro no? (…) ti stai comportando male». Queste le frasi pronunciate dal boss all’indirizzo di D’Agostino che oltre a giustificarsi con un «che sto combinando? Voglio sistemare tutte le cose» non riesce a fare. Vitalone però lo incalza: «…ti vanno e ti bruciano le macchine ti bruciano la casa pure ti mettono a fuoco tua mamma e tuo padre dentro la casa perché mi ha dato fastidio, capito?».  D’Agostino tenta ancora di rassicurare il boss con un «Pa’, io tutto quello che arriva te lo voglio rigirare a te (…) sono partito subito per cercare di tirar fuori degli spicci» ma senza successo. 

enclave roma

Le minacce alla figlia

L’ira del boss Vitalone, infatti, non si placa e, dopo aver incaricato il cugino Domenico di mettere in atto l’azione ritorsiva, continua ancora a vessare D’Agostino in un crescendo di minacce inquietanti, estese fino alla sua figlioletta. «Stai facendo soltanto casini (…) stanno venendo a casa tua e ti stanno dando fuoco. Bastava una chiamata ieri sera e mi avevi detto Pasquale c’è un problema così, così e così..». E poi: «Tu c’hai una bambina piccola e te la piglio e te la scippo.. ci scippo la testa.. hai capito? Ti sto dicendo che stanno venendo e ti bruciano la macchina e la casa, capito?». D’Agostino, sopraffatto dalle minacce del boss Vitalone, scrivono gli inquirenti, gli prospetta la possibilità di ottenere una consistente liquidità attraverso una carta di credito utilizzabile per effettuare falsi acquisti, con la complicità di commercianti compiacenti: «Allora Pa’ io ti ripeto.. ci stanno i soldi del finanziamento che ti ho detto e te li prendi ok?».

Le “carriolate” di pistole

Nonostante l’impegno e gli sforzi di D’Agostino «la prima cosa che più importante che voglio dalla vita è levarmi questo problema qua», il boss Vitalone prima pare placarsi per poi riesplodere, come ricostruito dagli inquirenti, in un nuovo moto di rabbia e violenza che sfoga ancora al telefono, poco prima della mezzanotte dello stesso 5 luglio.  «Senti un attimo.. ho una carriolata di pistole qua, non è ho una carriolata due carriolate non so quante ne ho qua in giro e io me le salgo un paio mi capisci? Non mi interessa niente, tanto quelli sono, vent’anni sono». 

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L’ira e le minacce via sms

Episodi simili, e sempre nei confronti di sodali dello stesso gruppo e estrazione criminale  e regionale, erano ormai una prassi consolidata. Il boss Pasquale Vitalone ordinava, il cugino Domenico eseguiva con minacce e atti violenti, come nel caso che ha riguardato Carmelo Bonfiglio, 31enne di Polistena, finito anche lui in carcere nell’operazione “Enclave”. È l’estate del 2017 quando proprio Bonfiglio non ottempera l’obbligo di «provvedere – scrivono gli inquirenti – ad un cospicuo approvvigionamento di cocaina che il gruppo di Vitalone si era impegnato a consegnare ad alcuni finanziatori acquirenti romani, rappresentati da Pierpaolo Ruffa e Christian Giardini» entrambi finiti in carcere. 

«Se litigo io c’è una famiglia dietro»

Bonfiglio diventa evasivo e sfuggente alle richieste di spiegazioni, scatenando l’ira di Vitalone che si protrae per mesi. A dicembre, quando chiede allo stesso Bonfiglio la possibilità di fornirgli cocaina anziché restituire il denaro, pensa bene di ricordargli di appartenere al potente clan degli Alvaro: «Non mandare schifo – gli dice in una intercettazione captata dagli inquirenti – non voglio litigare con te e con loro perché i litigi portano problemi seri e sai che se mi litigo io c’è una famiglia dietro». È il  4 dicembre 2017 e, sei giorni dopo, per via dei continui rinvii della fornitura di cocaina, Pasquale Vitalone, così come ricostruito dagli inquirenti, torna alla carica con le sue consuete minacce. «Senti stanno andando a casa tua (a Polistena ndr) hai sbagliato di grosso a prendermi in giro (…) se parli vengo e ti ammazzo e se non rispondi ci metto fuoco». Il boss è particolarmente risentito per i continui rinvii di Bonfiglio e per la presunta falsa promessa di un carico di coca in arrivo per il 15 dicembre.  Passa un mese e Bonfiglio non mantiene la promessa. E così, in uno scambio di sms intercettati dagli inquirenti, Vitalone scrive al cugino Domenico, chiedendogli di recarsi a casa di Bonfiglio. È il 15 gennaio e Domenico Vitalone si trova sotto casa di Bonfiglio, a Polistena, e dopo diversi tentativi falliti di mettersi in contatto con lui, decide di scrivergli. «Guarda io sono sotto casa tua vedi che devi fare e di rispondere altrimenti vedrai le conseguenze». A casa, però, c’è solo la moglie di Bonfiglio, estranea alle dinamiche criminali. «C’è un c…. di Domenico qua che non se ne va se non gli rispondi».

«Se non risponde andiamo con 5 litri»

Bonfiglio prende tempo e dice alla moglie di spiegare all’ospite indesiderato che il 17 gennaio sarebbe stato lì. Anche stavolta l’uomo non mantiene la promessa, scatenando la furia dei Vitalone che a questo punto valuta anche l’utilizzo di cinque litri di liquido infiammabile. «Mi ha risposto che veniva domani e mi ha rinviato fra 5 giorni (…) domani vai poi vedo che dice e se non risponde andiamo con 5 litri che mi sono rotto i cogli….».  Nel frattempo Pasquale Vitalone continua a minacciare Bonfiglio attraverso SMS violenti, captati dagli inquirenti. «(…) porta i miei altrimenti ti faccio piangere mi hai rotto i cogli… te lo faccio capire (…) Ora ti trovo io bastardo e cornuto, devi tremare sei messo male ti puoi nascondere solo nel buco dove sei uscito».  Avvertito il pericolo e dopo l’ennesima visita a casa dalla moglie, Bonfiglio si convince e avvisa Pasquale Vitalone che il 30 gennaio si sarebbe recato a Roma per parlare di persona e scongiurare possibili “casini”.  (redazione@corrierecal.it)

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